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sabato 11 febbraio 2012

Steve McQueen
















Sulle pagine di Cesena Bikers oggi scrivo di un mito. Parliamo di un uomo che di professione non faceva il pilota bensì l’attore ma, come per i “piloti veri”, la velocità e lo spirito competitivo, erano parti integranti del suo DNA. Steve McQueen poteva tranquillamente vivere “sugli allori” della fama e dei dollari guadagnati sui set dei film nei quali aveva recitato. Per l’epoca, e stiamo parlando degli anni Sessanta, era arrivato ad ottenere dei cachet da oltre tre milioni di dollari a film! Invece, si è sempre messo in discussione con il cronometro: “Gareggiare è la vita, tutto quello che viene prima o dopo è solo attesa”, era solito dire. Solo ed esclusivamente un pilota vero può pensare, e dire, qualcosa del genere. A chi gli chiedeva perché rischiasse la sua carriera, oltre che naturalmente la sua vita, gareggiando in auto o moto quando, poteva benissimo condurre una vita agiata e “lontano dai pericoli”, rispondeva seccamente: “Mi piace gareggiare perché chi ho di fianco non si preoccupa affatto di chi io sia, ma pensa unicamente a battermi!”. La sua infanzia è stata molto difficile. A proposito di essa, in una intervista commentò: “ Non ho avuto né l’amore di una madre né l’autorità di un padre a guidarmi..”. Infatti McQueen non conobbe mai il padre e crebbe con una madre alcolizzata. Da adolescente finì in riformatorio. Era dislessico e affetto da una grave infezione che gli tolse quasi completamente l’udito dall’orecchio sinistro. Per lui furono momenti bui, come ricorderà da adulto: “Mi sentivo perso ed abbandonato, credevo di essere un completo incapace”. Uscì da questa situazione, contando solamente sulle proprie, “vivendo per se stesso, senza dover rispondere a nessuno delle sue scelte”. Giunto al successo, non dimenticò il suo passato fatto di sacrifici: “Ho voluto fare l’attore per sfuggire alla comune settimana lavorativa di 40 ore. Ora ne lavoro 72, traete le vostre conclusioni”. E a proposito della sua carriera di attore diceva: “Recitare e andare in moto, non credo siano mestieri per persone adulte”. Steve uscito dal riformatorio si arruolò in marina, ha fatto il taxista, il barista, lo scaricatore di porto. Per guadagnare qualche dollaro si è iscritto a gare di nuoto. Sosteneva che il denaro fosse per lui la fonte della libertà e non la ricchezza, ossia solamente un mezzo che gli permettesse di vivere le proprie passioni! Di lui, il suo migliore amico diceva: Steve è la migliore persona che si possa avere al fianco ma anche il peggior nemico che si possa incontrare”. McQueen non si fece fagocitare dal successo planetario che la sua brillante carriera di attore gli era valsa. Schernendosi diceva “Un attore è una marionetta manipolata da una dozzina di persone. Le corse, pur necessitando della medesima concentrazione di quella richiesta sul set, sono un impegno molto più dignitoso”. Aggiungeva inoltre:”non so ancora se sono un attore che gareggia o un pilota che recita”. Forte della sua affermazione, nel 1964 si prese 18 mesi di congedo dal cinema per dedicarsi alla sua grande passione per le corse partecipando alla famosissima “6 giorni internazionale di enduro” (International Six Days). Faceva parte della selezione che rappresentava gli USA. Amante delle Triumph, ha quasi esclusivamente corso in sella alle moto di Hinckley. Tra i suoi sponsor c’era la Cosmopolitan, azienda statunitense impegnata nell’import-export e nella distribuzione nel mercato nazionale statunitense. Quando tra la Benelli e la “Cosmo” venne raggiunto un accordo attraverso il quale l’azienda italiana avrebbe fornito a quella americana i sui ciclomotori da vendere in scatola di montaggio e, successivamente, la sua “ammiraglia” ossia la tornato 650, nel 1968 Steve McQueen giunse a Pesaro come uomo immagine della “Cosmo”. Si incontrò con il nostro amato Renzo Pasolini e girò nella pista interna della Benelli, in sella ad una Tornado. I presenti hanno sempre raccontato dei “numeri da paura” fatti da McQueen e Paso. Alla fine, a tutta riprova della sua competenza tecnica diede anche dei suggerimenti circa al telaio di cui dotare quella moto per permetterle di fare breccia anche nel mercato USA. Oltre a saper condurre magistralmente sia le automobili che le motociclette, aveva infatti ottime cognizioni di meccanica ed amava curare personalmente la manutenzione dei propri mezzi. Oltre a recitare, divenne anche coproduttore di un film dove l’auto era protagonista: Bullit. In quella pellicola la facevano da padrone una splendida Ford Mustang Fastback V8 GT ed una grandiosa Dodge Charter V8 440. Nel 1970 partecipò ad una 12 Ore di Sebring, gara di Endurance per automobili, guidando una Porsche. Nonostante avesse una gamba ingessata a causa di una caduta in moto, si piazzò al secondo posto. Nel film “24 ore di Le Mans”, rifiutò la controfigura offertagli per girare le scene più pericolose al volante di una Porsche 917 (allora modello di punta per le gare di Endurance della Casa tedesca). Famosissimo fu poi il “documentario” “Il Rally dei Campioni” nel quale si parla di motocross. Steve McQueen vi partecipò con grande entusiasmo, al fine di promuovere al grande pubblico uno sport motoristico che sino ad allora era riservato ad una “nicchia” di appassionati. L’intento era quello di far si che la gente sapesse che “non si trattava di un mondo di delinquenti senza fede e legge”. Nel 1963 ottenne la definitiva consacrazione come celebrità del grande schermo grazie a “La grande fuga”. La scena in cui in sella ad una Triumph TR6, camuffata da moto tedesca del secondo Conflitto Mondiale, cerca di saltare il confine che lo separa dalla Svizzera e quindi dalla libertà, è nella storia del cinema. Visse una vita a “gas spalancato”. La sua passione per le donne e la sua conseguente fama di playboy erano leggendari. Ebbe tre matrimoni. Nella sua carriera di attore recitò in trenta pellicole. Nel suo garage vantava 55 auto e 210 moto oltre a 3 aerei. McQueen morì a causa di una malattia incurabile nel 1980. A oltre trent’anni dalla sua scomparsa è ancora un mito che ispira ancora pubblicitari, editori e registi. La sua eleganza ed il suo stile di vita sempre al limite hanno fatto si che egli rimanga per sempre The King of cool, il re dello stile. E come poteva essere altrimenti per un che amava dire di se: “ E’ solo quando vado veloce in auto o in moto che.. mi rilasso veramente!”?

giovedì 25 agosto 2011

Il papà della 200 Miglia

Francesco "Checco" Costa nasce a Imola nel 1911. Grande appassionato di musica classica e di letteratura, dopo gli studi classici, si laurea in Agraria a Bologna e per pochi esami manca una seconda laurea in Veterinaria, sempre presso l'ateneo bolognese. Dopo la seconda guerra mondiale è fra i fondatori e gli animatori del Moto Club Santerno che, sotto la sua guida organizza le prime competizioni di Motocross in Italia. La sua prima creazione è infatti il Gran Premio di Motocros sulla pista del Castellaccio. Nel 1948, il trentasettenne Checco Costa si interessa all'idea di quattro appassionati imolesi, suoi amici che intendono realizzare un circuito permanente sfruttando i terreni collinari fuori città oltre le rive del Santerno. E' leggendaria infatti la passeggiata fatta al chiaro di luna con i suoi amici imolesi che lungo le rive del fiume che attraversa Imola studiarono come poteva snodarsi il tracciato. Fonda l'ESTI (Ente Sport e Turismo Imolese) e, dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni, nonchè un finanziamento da parte del CONI, inizia la costruzione del circuito, inaugurato il 25 aprile 1953 dal Gran Premio CONI (prova valida per il Campionato italiano). Da quel giorno e fino al 1988, tutte le gare motociclistiche organizzate a Imola nascono sotto la sua supervisione. Costa ha idee chiare ed innovative, capisce subito che per rendere grande una pista appena nata e ancora fuori dai giri dei campionati mondiali occorre avere al via i campioni. Servono per la causa i nomi che attirano il grande pubblico. Nascono così le gare ad ingaggio, quelle cioè dove i campioni vengono pagati dall’organizzatore per partecipare all'evento. E' il primo in Europa a credere sin dall'inizio degli anni Settanta nel potenziale della Formula 750. E' anche tra i primi ad intuire l’importanza degli sponsor, e già negli anni’50 avvia una proficua collaborazione con la Shell. Nasce così la “Conchiglia d’oro” automobilistica (quattro edizioni nel 54, 55, 56 e 63, con la prima assoluta delle F1 sul Santerno) e la “Coppa d’oro” motociclistica che dal ’54 al ’71 porta i migliori centauri del motomondiale sulla "sua" pista nel mese di aprile (grazie anche a un notevole montepremi), aprendo la strada anche alla fantastica stagione della “Mototemporada Romagnola”. Le cose però non sono state semplici come possono apparire: Costa si è esposto molto, anche con le finanze personali per sostenere le gare, e ha dovuto fare i conti con le difficoltà dei primi 20 anni di vita di un autodromo bellissimo, ma non ancora permanente, la cui esistenza è stata continuamente minacciata dalle difficoltà economiche e burocratiche. Davanti alle folle numerosissime che sino dagli anni 50 hanno affollato la pista il giorno delle gare e alla curatissima organizzazione, la Federazione non è rimasta (e non ha potuto rimanere..) immobile e il 7 settembre 1969 avviene il miracolo: la pista romagnola ”di campagna” ruba alla monumentale e intoccabile Monza, il Gran Premio delle Nazioni, tappa italiana del Motomondiale. Ben altre 12 volte il Campionato del Mondo farà tappa a Imola, prima di lasciare spazio negli anni 2000 al Mondiale Superbike. Nel 1972, il capolavoro! Grazie ai contatti con Bill France, potente boss del circuito di Daytona (i cui eredi controllano ancor oggi la fetta più importante del motorismo yankee), Costa porta ad Imola le grosse moto ed i piloti che da anni si danno battaglia alla 200 Miglia sul circuito della Florida. Addirittura riesce a fare qualcosa in più rispetto ai suoi colleghi statunitensi: mette sul piatto la succulenta sfida tra i piloti del Motomondiale e gli assi americani ancora sconosciuti al pubblico europeo in quanto impegnati quasi esclusivamente nei campionati AMA. Nasce così la 200 Miglia di Imola, "la Daytona d’Europa”, e per Imola questo evento rappresenta un successo memorabile che si ripete per 13 edizioni disputate. Per farsi un'idea del calibro dei campioni che hanno preso parte a questa gara, basta scorrere l'albo d'oro e leggere nomi come: Smart, Saarinen, Agostini, Baker, Cecotto, Roberts, Lucchinelli, Lawson, Crosby.. Per la prima edizione della celebre gara gli imperativi lanciati ai grandi campioni delle due ruote furono: 1) VIETATO MANCARE! 2) Si gareggia con tute colorate: vietate quelle nere!! Costa fu aiutato nella missione impossibile (ed invece realizzata!) di ingaggiare gli assi stranieri, dal suo grande collaboratore ed amico Giancarlo Galavotti. Egli infatti per Costa era una sorta di "ministro degli esteri" grazie alla sua padronanza dell'inglese (una rarità nella Romagna degli anni Settanta!) e veniva mandato in Inghilterra e negli States per ingaggiare gli assi stranieri che avrebbero dovuto infiammare le folle "dando battaglia" ai nostri campioni. Sono seguite altre gare ancora: la Coppa AGV delle Nazioni (appuntamento per ”nazionali” motociclistiche soffocato dalla FMI) e anche la sfortunata 24 ore del 1982. E' rimasto alla guida dell'autodromo per ben 25 anni, accettando per il bene della "sua creatura" anche lo scioglimento dell'ESTI ed il passaggio della gestione della pista all'Automobile Club di Bologna. Checco Costa è il papà di Claudio, fondatore e responsabile della Clinica Mobile che da anni segue il Mondiale velocità e di Carlo, storico speaker dell’autodromo. Purtroppo, il 30 luglio 1988, è stato proprio un banale incidente con una moto a scrivere la parola fine alla vita di Checco Costa, che stava andando a prendere il pane in bici, come un semplice pensionato di 77 anni. Imola da quel giorno non è stata più la stessa..

Per saperne di più:

sabato 25 settembre 2010

La ARMOY ARMADA





























La storia che oggi pubblico su Cesena Bikers è una storia che a me sta particolarmente a cuore in quanto è la storia di una amicizia, una di quelle con la A maiuscola che ha come punto focale attorno la quale si sviluppa e cresce: la passione per la motocicletta. La Armoy Amada è la storia bellissima e purtroppo tragica di quattro amici che a metà dei fantastici Seventies hanno realizzato il loro sogno di fondare un team di corse per motociclette. Un team che stava in piedi grazie alla loro passione in quanto soldi non ce n'erano. Un team dove non esistevano meccanici e piloti ma un team dove tutti dovevano saper fare tutto aiutandosi l'un l'altro. I mezzi da gara, venivano collaudati direttamente per le strade che si snodavano attorno al villaggio di Armoy la sera, dopo l'orario di lavoro. Invece che tv e stampa, ad assistere a questi collaudi c'erano i bambini della zona che vedevano i quattro della Armoy Armada come i loro idoli indiscussi. Un team che non partecipava al Motomondiale ma che si specializzò nelle terribili Road Races. Queste gare proprio in quegli anni, data la loro pericolosità, stavano uscendo dal calendario del campionato iridato. Le Road Races, definite a torto gare "minori" una volta uscite dal calendario delle competizioni "che contano" non hanno più avuto un riscontro mediatico tale da far si che potessero attirare sponsor munifici. Le Case non vi si sono più schierate in via ufficiale (anche se lo hanno fatto in via ufficiosa, utilizzandole come banchi di prova per i loro modelli di punta..), eppure esse sono giunte sino ai giorni nostri grazie alla passione degli uomini che le tengono in vita. La Armoy Armada a mio avviso è un vero e proprio simbolo che tutti i gruppi di motociclisti dovrebbero tenere come esempio. Con queste parole non è assolutamente mio intento esortare le persone a gareggiare su strada, cosa stupida oltre che assolutamente pericolosa. Il mio discorso verte sul concetto dell'amicizia che legava questi uomini del fatto che come i moschettieri avevano come motto il "Tutti per uno..". La moto spesso è un mezzo di aggregazione, io stesso affermo con orgoglio che nella mia vita di motociclista ho conosciuto tante meravigliose persone con le quali ho stretto delle belle amicizie. A volte però capita l'esatto contrario: la moto diventa un mezzo per pavoneggiarsi, per mettere in mostra il concetto: io sono più veloce di te.. Ebbene questo è un concetto assolutamente errato di intendere la motocicletta. L'idea di motogruppo in cui credo è quella in cui i più anziani (o quelli di maggior esperienza..) insegnano ai novelli come si gira in strada con la moto in sicurezza, mostrando a loro le traiettorie, facendo loro apprezzare la bellezza di una guida rotonda e pulita.. E' l'idea della condivisione della comune passione per la moto, oltre all'uscita domenicale.. Ho volutamente preso la Armoy Armada come esempio per spiegare meglio questo mio pensiero in quanto essi fanno parte di un epoca e di un motociclismo che seppur lontano, io sento molto più mio di quello attuale. Un motociclismo fatto di uomini, della loro passione, dello loro idee e delle loro intuizioni. Un motociclismo fatto di mani sporche di grasso, di attrezzi rudimentali coi quali ottenere comunque ottimi risultati; fatto di gente che sapeva prendersi cura personalmente della propria motocicletta, arrivando ad instaurare con essa un rapporto quasi "intimo". Un motociclismo lontano da quello attuale, asettico e "ipertecnologico", dominato dall'elettronica, dagli ingegneri dove il denaro la fa sempre e comunque da padrone. E' con grande piacere quindi che presento ai lettori la mitica Armoy Armada:

L'Armada Armoy è stata fondata nel 1977 da Mervyn Robinson, Joey Dunlop, Frank Kennedy e Jim Dunlop. Questa avventura durò per l'arco di 3 stagioni ossia dal 1977-1979. Durante questo tempo i “quattro moschettieri della motocletta” dimostrarono alla causa: impegno, dedizione, cameratismo e talento facendo vedere a tutti che l'Armada Armoy sarebbe realmente entrata nella leggenda dello sport motociclistico delle corse su strada.


Frank Kennedy 'Big Frank'

Frank Kennedy, o 'Big Frank' come lo chiamavano i suoi compagni della Armoy Armada in quanto “era così alto che dominava anche la più grande delle moto da corsa”. Frank era incline agli incidenti, anche se questo non ha intaccato la sua dedizione alle corse su strada: tanto che una volta provò a salire in sella alla sua motocicletta con entrambe le gambe spezzate! Frank possedeva un autosalone vicino ad Armoy, dei "quattro moschettieri" era senza ombra di dubbio il più benestante. Estremamente generoso, fu colui che permise di andare avanti finanziariamente al gruppo, girando ad esso una grossa parte dei profitti che gli fruttava la sua attività lavorativa. Il suo miglior risultato personale per quanto riguarda le Road Races fu il secondo posto ottenuto alla Nord West 200 del 1976 ottenuto alle spalle del pilota inglese Martin Sharpe vincitore di quella edizione. La sua vita si spense nel 1979 sempre alla North West 200.


Jim Dunlop

Jim Dunlop, l'unico membro superstite del quartetto. Fratello minore più giovane di Joey Dunlop è nato nella piccola città di Ballymoney. In lui l'entusiasmo per le Road Racing è cresciuto fin dalla tenera età. Nel suo palmares vanta: la partecipazione al TT dell'Isola di Man dal 1977-1981 assieme ai fratelli maggiori Joey e Robert. Recentemente Jim, in memoria delle imprese della Armoy Armada ha presentato una scultura a forma di motocicletta.


Joey Dunlop 'Il GIRK' (25 Febbraio 1952 - 2 luglio 2000)

Joey, ossia di Re delle corse su strada, è nato a Ballymoney, nella contea di Antrim. E' senza dubbio il più famoso del quartetto avendo un palmares sconfinato per quanto riguarda le Road Races. Tra gli infiniti successi ottenuti in ben 31 anni di carriera (1969-2000) vanno ricordati: 26 vittorie al TT ottenute in tutte le categurie: dalla F1, alla SBK passando per le 250 sino alle 125, che ancora oggi sono un record imbattuto. Sempre al TT ha collezionato ben tre triplette ossia ha vinto ben tre gare nella stessa edizione per tre volte! Non da meno sono le sei vittorie consecutive nel TT Formula 1 Race dal1983 al 1988. Oltre che i cinque campionati mondiali Formula 1. Inoltre ha trionfato almeno una volta in tutte le gare del calendario Road Races. Nel 1986 Joey è stato assegnato un MBE per il suo contributo alle corse. Ha anche ricevuto un OBE nel 1995 in riconoscimento della sua opera di carità. Pur essendo irlandese, gli è stata data la cittadinanza onoraria sull'Isola di Man. Nel 2000, all'età di 48 anni, Joey è purtroppo morto a causa di un incidente in sella alla sua Honda 125 in una Road Race in Estonia. Cinquantamila persone in lutto hanno partecipato al suo funerale. Tra queste c'erano motociclisti provenienti da tutta l'Irlanda, dal Regno Unito e dal resto d'Europa. Una statua memoriale è stata eretta nella sua città natale di Ballymoney, Irlanda del Nord.


Mervyn Robinson 'Robo'

Per Mervyn “Robo” Robinson carriera agonistica iniziò nel 1968. Aveva una grande passione per le corse su strada ed è stato grazie al suo grande entusiasmo che Joey Dunlop si è appassionato a questo sport. “Robo” era il cognato di Joey e anche uno dei suoi più grandi amci. Di professione faceva il meccanico e per la Armoy Armada fu il "mentore tecnico". Dato che i soldi scarseggiavano Mervyn insegnò al resto del gruppo “l'arte di arrangiarsi” costruendo i ricambi che mancavano o che erano troppo costosi e dando agli altri tre mebri la giusta competenza tecnica che nelle Road Races, soprattutto in quei tempi, era richiesta ai piloti. Joey Dunlop dovette a lui la sua grande capacità di capire le moto che nel tempo gli permise di avere sempre (o quasi) il mezzo più a punto rispetto alla concorrenza. Joey infatti sapeva benissimo di cosa aveva bisogno un mezzo per essere veloce ed affidabile nelle corse su strada e curava la messa a punto delle sue motociclette personalmente. Nel suo palmares Mervyn vanta la vittoria al sul tracciato di Kirkistown nel 1974 e soprattutto quella ottenuta nell'Ulster GP del 1975. Anche la sua vita come quella di Frank Kennedy e di Joey Dunlop finì a causa di un incidente in gara. Il suo incontro con la morte avvenne in occasione della Northwest 200 del 1980, nella gara 500cc.

martedì 13 luglio 2010

13/07/2008 - 13/07/2010 Piraja.. due anni dopo


Oggi 13 luglio 2010 cade il secondo anniversario della scomparsa dell'amico Adriano Pieri o come tutti lo conoscevano: Piraja. E' stato con grande sorpresa e stupore che nel controllare la posta elettronica, ho visto questa bellissima e-mail che mi è stata girata da sua figlia Marika. E' per questo che nel ricordare un amico che oggi non è più tra di noi, trovo che le parole più belle siano senza ombra di dubbio quelle dedicategli proprio da colei che maggiormente ha sofferto per la sua scomparsa:


Carissimi,
sono la figlia maggiore di Piraja...lo Scorpione di via maggio, scomparso su quel passo 2 anni fa
2 anni il 13 luglio.
un grazie a voi per il blog dell'anno scorso, per il dolce ricordo che ne serbate, per la passione che unisce i vivi e tiene vivo il ricordo di chi, come mio padre, ha fatto della sua passione una spinta di vita, un modo di guardare il mondo, di incontrare le persone, di spronarle, di accompagnarle.
a tutti----Buon viaggio



Grazie di cuore Marika a nome di tutti noi.

Per saperne di più:
http://cesenabikers.blogspot.com/2009/07/piraja-un-anno-dopo.html

giovedì 31 dicembre 2009

Tre anni per un record












Su Cesena Bikers fino ad ora non avevo mai pubblicato un post che non fosse relativo al mondo dei GP, della Superbike o comunque strettamente correlato alle competizioni motociclistiche legate ai circuiti. Non ho mai scritto circa gare di accelerazione, record di velocità come anche dello spettacolare dirt track fino al motocross, all'enduro, al trial ecc, ecc in quanto si tratta di discipline sulle quali sono poco documentato. E' però vero che la passione per la moto è una passione a 360° e difficilmente chi ama una disciplina motociclistica, non rimane comunque interessato e non si ferma ad osservare con interesse, una moto ideata e costruita per competere in un'altra... Si sa infatti che chi ama la moto, la ama sotto ogni sua forma e che il rombo di una motocicletta non lascia mai indifferente il centauro che la sente passare a prescindere dal fatto che essa sia o meno della tipologia che egli predilige. Spulciando sul web questa mattina mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo che ha attirato da subito la mia attenzione. Ho deciso quindi di pubblicarlo, così come l'ho trovato, sperando che pur trattandosi di un argomento che in parte si discosta da quanto si scrive solitamente sul mio blog, possa comunque essere gradito da Voi lettori.

Bonneville è senza dubbio un nome magico, che evoca atmosfere affascinanti. Ma cosa significa veramente? Una motocicletta, un luogo o, addirittura, una persona?Il lago salato di Bonneville, nel nord-ovest dello Utah, è uno di quei posti che ho sempre voluto visitare ancor prima di vedere il film "Indian – La grande sfida" con Anthony Hopkins, pellicola che tra l'altro descrive benissimo lo scenario lunare di quel posto e, soprattutto, la varietà di personaggi curiosi che ogni anno vi fanno visita spinti dalla sete di velocità. Fu il capitano Benjamin de Bonneville, un ufficiale dell'esercito americano di origini francesi, a esplorare quest'area, cui ha dato il nome, nel 1830, mentre cercava una via di passaggio che collegasse il primo embrione degli Stati Uniti (localizzati interamente a est delle Montagne Rocciose) alla California (all'epoca facente parte del Messico). De Bonneville trovò davanti a sé una distesa di sale spessa due metri, liscia e compatta, risultato dell'ultima glaciazione di 15.000 anni prima e, a partire dal 1935, tempio indiscusso della velocità mondiale, da quando cioè Sir Malcolm Campbell divenne il primo dei tanti eroi britannici e americani ad aver stabilito un record di velocità su terra. Campbell lo fece grazie alla Bluebird, la sua famosa macchina. Perfettamente piatto, tant'è che osservando l'orizzonte si ha modo di apprezzare la sfericità del pianeta, il lago salato di Bonneville si estende per una superficie di ben 412 Km quadrati e rappresenta una bellezza naturale che vale la pena di vedere indipendentemente dai cosiddetti Speed Trials che ogni anno, dall'agosto del 1949, vengono organizzati dalla Southern Californian Timing Association (SCTA).Già nel 1948, tuttavia, Rollie Free era entrato nella storia del motociclismo portando la sua Vincent oltre le 150 miglia orarie con addosso nient'altro che un costume da bagno e un berrettino, per limitare l'attrito dell'aria. Da quel momento, la parola Bonneville è entrata di diritto nel vocabolario degli appassionati.In un certo senso, i Bonneville Speed Trials stanno agli americani come il Tourist Trophy dell'Isola di Man sta ai britannici. Pertanto, cosa mai poteva portare il sottoscritto, suddito di Sua Maestà, a incrociare il proprio destino con il famoso lago salato? E qui interviene il terzo significato della parola Bonneville: la moto. Per celebrare il cinquantesimo anniversario della nascita del celebre modello prodotto dalla Triumph, infatti, non poteva esserci modo migliore se non quello di stabilire un nuovo record nell'omonima località in sella a un esemplare di ultima generazione.Del resto, la Triumph Bonneville rappresenta senza dubbio il modello più emblematico che una casa motociclistica europea abbia mai costruito negli ultimi 50 anni. Nessuna altra motocicletta, infatti, è stata declinata attraverso così tante variazioni sul tema, da café racer a supersportiva, passando addirittura per l'impiego in fuoristrada. Negli anni, la Bonneville si è dimostrata versatile come poche altre moto al mondo e questo vale anche per la sua ultima versione, immessa sul mercato a partire dal 2000. Oltre ad aver contribuito in maniera sostanziale al rilancio del marchio britannico operato da John Bloor, essa si è infatti rivelata la protagonista ideale per il mio tentativo di record in terra statunitense.Una volta deciso quale moto usare, tuttavia, avevo bisogno di un tecnico che si prendesse cura del suo allestimento e quello non poteva essere che Matt Capri. Con sessantacinque primavere sulle spalle, Capri è un autentico guru della velocità e la sua concessionaria Triumph di South Bay, in California, è una delle più importanti di tutti gli Stati Uniti d'America. Mi ci sono voluti circa dieci secondi per convincerlo a seguirmi in questa avventura ed è stato Matt, addirittura, a individuare la categoria giusta nella quale competere: la cosiddetta "1000 P-AG", che in pratica sta per moto di produzione prive di carenatura con cilindrata massima di 1000 cc e alimentazione a benzina tradizionale. Da molti anni, infatti, il record di questa categoria apparteneva a una Kawasaki a quattro cilindri con 154 miglia orarie (poco meno di 250 Km/h)."Abbiamo tutto ciò che serve per battere questo record, - mi ha detto Capri – anche se forse faremmo meglio a sfruttare il prossimo appuntamento con gli Speed Trials solo per fare esperienza. Guidare sul lago salato richiede una certa pratica e poi bisogna fare i conti con il fattore altitudine…".In effetti non avevo considerato il fatto che, con i suoi 1308 metri sul livello del mare, Bonneville pone qualsiasi motore di fronte a una perdita di potenza pari al 13% a causa della rarefazione dell'aria. Tuttavia, la cosa non mi preoccupava più di tanto, visto che Matt vanta una conoscenza approfondita dell'argomento.Affinché il progetto prendesse forma, la Triumph Usa ci ha fornito una Thruxton Bonneville proveniente dal suo parco stampa. Dopo ore di duro lavoro e numerose prove al banco dinamometrico, Matt ha portato il motore dai 56 CV alla ruota iniziali fino a ben 102 CV! Ecco perché quando mi sono presentato all'appuntamento con Capri e il suo staff nei pressi del lago salato per la mia prima presa di contatto sia con la moto che con la pista, alla fine dell'agosto 2007, ero particolarmente emozionato, oltre che carico di aspettative. E pensare che doveva essere solo l'anno in cui fare esperienza… Si sente spesso dire che il Bonneville Salt Flats è un posto fuori dal mondo, qualcosa di extraterrestre ed è vero. Gli appassionati vi si recano all'alba, in modo da sfruttare l'aria fresca del mattino, con cui i motori hanno un rendimento migliore. Una volta percorsa l'autostrada che da Wendover, il paese più vicino, porta al lago salato, ci si ritrova immersi nel nulla, circondati da un paesaggio lunare dove il bianco del sale viene illuminato dalla luce rossa del sole che sorge. Tutto intorno non vi è traccia alcuna di acqua, animali, piante o rocce, e gli unici insetti presenti sono quelli attaccati al parabrezza delle automobili arrivate fin lì.Per raggiungere il paddock bisogna addentrarsi nel lago per circa 10 miglia. Esso è costituito da una moltitudine di motorhome e rimorchi di vario tipo, tutti orientati in modo da limitare l'esposizione ai raggi solari dal momento che, durante il giorno, quest'ultimi vengono riflessi dal sale e il calore si fa sentire. Pertanto è importante bere molta acqua e cospargersi di crema con elevato fattore di protezione, anche se per fortuna il tasso di umidità è piuttosto basso e il clima non è stancante, ma solo molto caldo.Presso il lago salato di Bonneville è possibile ammirare una grandissima varietà di motociclette. In pratica, non ce n'è mai una uguale all'altra. Naturalmente, la Harley-Davidson la fa da padrone, seguita a ruota dalla Triumph e dalla Suzuki, rappresentata in modo quasi univoco dal modello Hayabusa. Il resto è un campionario di quanto di più strano, ruspante e meraviglioso ci possa essere in tema di due ruote a motore. Il paddock di Bonneville è una sorta di paradiso per i fanatici della velocità e ogni giorno è possibile scovarvi qualche perla, magari ancora grezza, ma comunque degna di interesse. A partire dal 2004 e per merito di Denis Manning, grandissimo appassionato nonché artefice di alcune delle moto che a Bonneville hanno fatto registrare i record più importanti, i mezzi a due ruote hanno i propri Speed Trials, riconosciuti sia dalla AMA che dalla FIM, mentre prima dovevano dividere la scena con i mezzi a quattro ruote.All'interno del lago salato sono ricavati due rettilinei principali, entrambi larghi 27,5 metri. Il più lungo (denominato International Course) misura 17,7 Km ed è dedicato ai cosiddetti "streamliner", ovvero i mezzi più veloci con tanto di carenatura integrale. Le moto che non superano le 180 miglia orarie (i 288 Km/h) vengono fatte partire in corrispondenza del terzo miglio e hanno a disposizione due miglia di lancio, dopodiché ne viene misurata la velocità al quinto e sesto miglio. Quelle più veloci seguono la stessa procedura, solo che hanno a disposizione tre miglia in più per la fase di lancio. Il rettilineo più corto, o Mountain Course, offre invece un solo miglio di lancio, al termine del quale viene misurata una prima volta la velocità, mentre un ulteriore rilevamento viene effettuato in corrispondenza del secondo miglio. Al Mountain Course si può accedere con qualsiasi tipo di moto, così anche chi guida un modello di serie ha la possibilità di mettere le proprie ruote sul tracciato, un po' come avviene al Tourist Trophy dell'Isola di Man durante il Mad Sunday, solo che a Bonneville bisogna sborsare 115 dollari per godere di questo privilegio!Per ufficializzare la propria iscrizione all'evento, i partecipanti devono sobbarcarsi una lunga attesa in fila e questo è l'unico, inevitabile, aspetto negativo nell'altrimenti ottima organizzazione messa in piedi dai volontari della Southern California Timing Association (riconoscibili grazie alla maglietta rossa), senza i quali la manifestazione non avrebbe luogo. Una volta sbrigate le pratiche relative al pilota, poi, è il turno delle verifiche tecniche, che fortunatamente sono un po' più rapide rispetto alle prime.E' durante l'adempimento di queste formalità, tuttavia, che si ha l'impagabile occasione di incontrare i personaggi più incredibili, di ogni età e provenienza, sia uomini che donne. In effetti, è un po' come si vede nel film con Anthony Hopkins, che interpreta l'ultra sessantenne neozelandese Burt Munro impegnato nella conquista di un record a bordo della sua Indian. Munro non è comunque l'unica figura storica ad essere citata nel lungometraggio. Marty Dickerson è infatti un'altra leggenda vivente per le gesta che ha saputo portare a termine sul lago salato di Bonneville in sella alla sua Vincent e ritrovarselo accanto, alla veneranda età di ottantatré anni, fa rimpiangere il fatto di non aver avuto più tempo a disposizione per raccogliere la sua testimonianza. "Roger Donaldson (il regista del film, ndr) ha fatto davvero un ottimo lavoro. – ha detto Marty – Per la parte di Burt, poi, non poteva esserci attore più adatto di Anthony Hopkins, ma la cosa che mi ha veramente colpito è Walter Goggins, che nel film interpreta me. Quando l'ho visto ho detto: cavolo, sembra mio fratello gemello!". Per prendere confidenza con il lago salato, ho iniziato con qualche lancio di prova sul Mountain Course, cercando di capire come reagiva la moto. La prima volta che si affronta il lunghissimo rettilineo rimane impressa per sempre nella memoria. Il punto di partenza è talmente lontano dal paddock che sembra di essere su un altro pianeta…In attesa del proprio turno, ci si ripara dal caldo sotto i gazebo predisposti dall'organizzazione e, quando è il momento, si prende posizione al centro della pista, con lo sguardo rivolto verso lo starter. Quando quest'ultimo inizia a sventolare la bandiera verde descrivendo un "8" significa che la via è libera e, improvvisamente, ci si ritrova da soli con la propria moto e… il sale!Vedere davanti a sé quell'enorme distesa bianca dà senza dubbio una sensazione mai provata prima a bordo di una moto e la bravura del pilota sta proprio nel riuscire a fissare l'orizzonte senza perdere il senso dell'orientamento. A tale scopo, lungo il percorso sono posizionate delle bandiere di colore diverso che individuano i vari traguardi intermedi. Le bandiere rosse, ad esempio, sono posizionate in corrispondenza del quarto di miglio, mentre quelle gialle indicano il superamento del primo. Anche se a prima vista può sembrare una cosa facile, in realtà non lo è affatto, come dimostra la caduta del concorrente partito prima di me. Arrivato all'altezza del primo miglio, la sua moto ha iniziato a sbandare, forse a causa di un tratto di sale meno compatto rispetto al resto del tracciato… Fortunatamente, la sua disavventura si è risolta senza conseguenze, ma in effetti Capri mi aveva messo in guardia a tal proposito: "Devi rimanere sul lato destro, dove la superficie è più liscia e qualsiasi cosa ti succeda, non chiudere mai di colpo il gas! Piuttosto alleggerisci l'apertura, ma assicura sempre alla ruota posteriore la dovuta motricità, altrimenti sono guai..." Ok, ricevuto Matt. Due minuti più tardi, il mio battesimo a Bonneville era compiuto e nonostante una costante oscillazione a bassa frequenza, la Triumph si è comportata discretamente, dando l'impressione di essere anche abbastanza veloce. Questo, almeno, è quanto lasciava intendere attraverso l'entusiasmante tonalità di scarico emessa dai due megafoni aperti... Al termine del primo lancio, Matt è venuto a prendermi con il suo pickup e, una volta rientrati al paddock, è arrivato il responso: 134 miglia orarie (circa 215 Km/h). "Non è male come primo tentativo, ma te la sei presa un po' troppo comoda in partenza e poi non hai sfruttato tutti i giri a disposizione. – ha detto Matt – La prossima volta vedi di spingere di più, questo motore è a prova di bomba, perciò non devi preoccuparti: ama girare in alto!".In effetti, a trarmi in inganno era stato il contagiri originale Triumph, che oltre a indicare 500 giri in meno rispetto all'effettivo regime di rotazione, ha la zona rossa posta a 7500 giri, mentre io pensavo fosse a 9500!Matt ha poi smontato le candele per controllare la carburazione, motivo per cui anziché tornare direttamente verso il paddock avevo aspettato che venisse a prendermi con il suo pickup, e al termine della verifica ha commentato: "Ci siamo quasi, ma è ancora un po' grassa". Così, dopo aver sostituito i getti con altri più piccoli, mi ha "rispedito" in pista per un altro lancio. Stavolta ho eseguito alla lettera tutti ciò che mi era stato detto di fare, arrivando davanti alla fotocellula con il motore in quinta a 8200 giri, e per la gioia di Capri il responso è stato di 141 miglia all'ora (circa 225 Km/h)."Ok, ci stiamo muovendo nella direzione giusta, ma adesso voglio che provi a sfruttare il motore fino all'ultimo giro utile. – ha commentato Matt – Devi partire come se fosse una gara di accelerazione, raggiungendo il limitatore in ogni marcia, visto che non hai molta strada a disposizione per raggiungere la velocità massima. Solo così possiamo capire se la rapportatura finale è quella corretta". Due ore più tardi ero di nuovo in pista per il mio terzo tentativo, solo che nel frattempo avevo completamente rimosso il fatto che il cambio della mia Bonneville avesse la prima rivolta verso il basso, come un comune modello stradale, anziché in alto, come la maggior parte delle moto da corsa. Risultato: al momento della partenza ho ingranato la seconda!Il problema è che, grazie alla gran coppia del bicilindrico Triumph, lo spunto è stato comunque buono, così appena l'ago del contagiri ha superato quota 8000 ho spinto la leva del cambio verso il basso, inserendo la prima... Ops!Fortunatamente, mi sono subito reso conto dell'errore e ho tirato la frizione giusto in tempo per rimettere a posto le cose, anche se ormai la prova era compromessa. All'altezza del primo miglio, infatti, non avevo ancora inserito la quinta, ma nonostante ciò sono comunque transitato a 144 miglia all'ora (oltre 230 Km/h).Quando Matt è venuto a prendermi non ha detto una parola, bastava guardarlo in faccia per capire il suo disappunto. Tuttavia, quando lo stesso Capri ha visto il risultato della prova si è subito rilassato, riconoscendo che una velocità del genere non era affatto male… in quarta marcia! Al di là di questa piccola disavventura, dunque, avevamo la conferma che il record era effettivamente alla nostra portata.A complicarci la vita, però, l'indomani è arrivato il maltempo. Mentre ci preparavamo per il primo lancio sull'International Course, infatti, è arrivato un forte temporale. Il fatto è che il sale conduce l'elettricità e, in presenza di fulmini, c'è il rischio di rimanere folgorati se non si ha l'accortezza di indossare scarpe con una spessa suola in gomma! Per questo motivo l'attività sul lago è stata prima sospesa, in attesa che la perturbazione si dileguasse, e poi definitivamente annullata.Il mattino successivo, invece, in cielo non c'era nemmeno una nuvola e per di più abbiamo avuto l'onore di essere i primi a scendere in pista, visto che il programma era stato interrotto proprio un attimo prima che arrivasse il nostro turno. Meteorologicamente parlando, dunque, c'erano le condizioni ideali per gareggiare, fatta eccezione per un forte vento contrario.Stavolta ho cercato di starmene a una quindicina di metri dal bordo della pista, in modo da riuscire a procedere dritto, anche una volta sdraiato sul serbatoio, grazie alla visione periferica. Avendo a disposizione due miglia di lancio, non avevo particolari necessità a livello di accelerazione, ma nonostante questo mi sono concentrato sul cambio, inserendo una marcia dopo l'altra esattamente a 9500 giri indicati. In questo modo, sono transitato davanti alla fotocellula del secondo miglio in quinta marcia, con l'ago del contagiri a circa 9000 giri, anche se quest'ultimo oscillava in un range di circa 300 giri a causa del pattinamento della ruota posteriore dovuto alla pioggia caduta il giorno precedente. In corrispondenza del sesto miglio, però, una forte folata di vento mi ha fatto "perdere" 500 giri. Ciononostante, quando Matt è venuto a prendermi ero abbastanza ottimista circa il risultato, invece il responso è stato nuovamente di 144 miglia all'ora, pur se con 15 miglia all'ora di vento contrario. A quel punto, Capri ha deciso che era il caso di utilizzare una benzina ad alto numero di ottano, regolarmente in vendita all'interno del circuito, che in teoria avrebbe dovuto far guadagnare al bicilindrico Triumph una piccola percentuale di potenza in più. Un'ora più tardi ero di nuovo in pista. Insieme a me, ad aspettare il proprio turno c'erano molti altri partecipanti, tutti ormai consapevoli del fatto che, dopo la pioggia del giorno precedente, le condizioni del tracciato erano peggiorate. Io stesso l'ho potuto appurare quando, tra il secondo e terzo miglio, mi sono ritrovato con il contagiri impazzito e la moto che ondeggiava paurosamente. Istintivamente ho alleggerito l'apertura del gas sperando che la situazione tornasse alla normalità, come in effetti è accaduto, ma quando l'ho spalancato di nuovo le oscillazioni sono tornate a farsi sentire, così ho provato a tenere il freno posteriore leggermente premuto e le cose, fortunatamente, sono migliorate. Alla fine, la punta massima è stata di 145 miglia orarie, dunque la migliore registrata fino a quel momento, pur con un piede sul freno…"Ho io la soluzione ai nostri problemi!" ha esclamato Matt prima di sparire dietro al rimorchio che utilizzavamo come base d'appoggio, per poi tornare indietro con un pneumatico posteriore da bagnato… Il mattino seguente, dunque, ci siamo schierati per un altro tentativo, stavolta caratterizzato da condizioni atmosferiche perfette. Grazie alla maggior aderenza offerta dalla ruota posteriore, ho potuto tirare le prime tre marce fino a 9000 giri, insistendo fino a 9500 in quarta, dopo di che mi sono concentrato unicamente nel mantenere la posizione più aerodinamica possibile. A tal fine, avevo addirittura rimosso gli slider dalla tuta.Tra il quinto e il sesto miglio è importante procedere perfettamente paralleli al tracciato, altrimenti si percorre più strada e la velocità che ne risulta è inferiore, mentre una volta superata anche l'ultima fotocellula si può iniziare a chiudere progressivamente il gas, facendo attenzione a non perdere il controllo della moto e spegnendo il motore prima di fermarsi, in modo da poter effettuare in seguito una lettura attendibile della carburazione.Come al solito, Matt è venuto a prendermi con il pickup per poi riportarmi al paddock. Al nostro rientro ci attendeva l'esito del rilevamento strumentale: 146 miglia all'ora (234 Km/h). Sempre meglio, dunque, ma ancora non abbastanza per guadagnare la qualificazione che ci avrebbe permesso di effettuare un ulteriore lancio nel senso di marcia inverso, beneficiando magari di un leggero vento a favore o di un tracciato in condizioni migliori. Qualificarsi rappresenta un obiettivo assai ambito per chi frequenta gli Speed Trials e Matt teneva molto a questa cosa. Siamo così arrivati al quinto giorno di permanenza sul lago salato di Bonneville: la nostra ultima chance. Quando sono arrivato nel paddock ho incontrato Chris Carr, ex pilota ufficiale Harley-Davidson nonché amico di vecchia data. Abbiamo iniziato a chiacchierare e, dopo avergli raccontato che eravamo a un passo dalla qualificazione ma che non l'avevamo ancora ottenuta, lui mi ha chiesto se durante i lanci mi sollevassi sulle pedane. "Veramente no, ma perché?" ho risposto. "Prova e basta!" è stata la sua pronta replica…Poco più tardi, tra il quarto e quinto miglio mettevo in pratica il consiglio di Chris, riuscendo ad arrivare fino a 9100 giri in quinta, vale a dire circa 300 giri in più rispetto al precedente tentativo. Risultato: 147 miglia all'ora (236,5 Km/h) e qualificazione ottenuta!Nel lancio di ritorno speravo proprio di riuscire a superare il record della Kawasaki (154 miglia all'ora), o quanto meno di abbattere la barriera della 150 miglia all'ora. Con 148,632 mph, tuttavia, abbiamo dovuto rimandare di un anno questi due obiettivi. Del resto, avevamo detto che questo primo tentativo doveva servire per fare esperienza. Inoltre, considerando che la Triumph ha presentato la Bonneville nel 1958, iniziandone la produzione nel 1959, avevamo a disposizione ancora due ricorrenze cinquantenarie per celebrare la conquista del record!A un anno di distanza, infatti, siamo tornati a Bonneville e, per l'occasione, abbiamo messo in atto tutta una serie di provvedimenti utili al conseguimento del risultato che ci eravamo prefissi. Innanzitutto, la Pirelli ci ha messo a disposizione dei pneumatici specifici per il sale, mentre nel frattempo Matt aveva ulteriormente elaborato il motore Triumph, maggiorandone la cilindrata e curandone la messa a punto con numerose prove al banco.Sembrava davvero la volta buona, ma anche in questo caso non è filato tutto per il verso giusto. Il primo giorno, infatti, il motorino di avviamento ha dato forfait e, appurato che accendere a spinta un bicilindrico parallelo con un così elevato rapporto di compressione sulla superficie di un lago salato è praticamente impossibile, abbiamo cercato dei metodi alternativi. Alla fine, grazie a un sistema di rulli e alla bellissima Rolls-Royce Silver Dawn di Tom Mellor siamo riusciti a far partire la Bonnie!Il primo lancio non è stato comunque tra i più incoraggianti: solo 139 miglia orarie, con il motore che non andava oltre i 7200 giri. Ancora peggio è andata nel secondo tentativo, con 132 miglia orarie. Poi ci siamo accorti che i pneumatici Pirelli montati per l'occasione avevano una circonferenza di rotolamento superiore a quelli utilizzati nel 2007 e, quindi, allungavano di fatto la rapportatura finale. Il vero problema, però, era a livello di carburazione. Infatti, una volta installati dei getti più grossi, è venuto fuori un passaggio a 149,440 miglia all'ora, a un soffio dalla soglia che volevamo superare. Tuttavia, l'indomani il motore si è rotto definitivamente e l'avventura è finita lì, o almeno così sembrava… Messa da parte la Bonneville aspirata, infatti, Matt Capri ha potuto dedicarsi a una versione sovralimentata che aveva allestito per sé e con la quale è riuscito a stabilire un nuovo record di categoria con 161,288 miglia orarie, dopo essersi tra l'altro qualificato con un passaggio a ben 168 mph! Almeno una soddisfazione, dunque, ce l'eravamo tolta: battere un record AMA in sella a una Bonneville nel luogo che le ha dato il nome e per di più a cinquant'anni esatti da quando è stata presentata al pubblico.Il fatto è che il Salt Flats crea una sorta di dipendenza… Per questo, dodici mesi più tardi, eravamo di nuovo lì. Alcune novità regolamentari introdotte dalla FIM all'inizio del 2009, oltre all'opportunità di conquistare un altro record consacrando così anche il cinquantesimo anniversario dell'entrata in produzione del celebre modello Triumph, alla fine ci hanno spinto a tornare per il terzo anno consecutivo.Per l'occasione, Matt Capri aveva allestito la Bonnie tornando alla configurazione del 2007, quindi con una cilindrata leggermente inferiore, riuscendo comunque a far lievitare il valore della potenza massima alla ruota fino al tetto dei 110 CV a 8500 giri.Nonostante che ancora una volta le condizioni del tracciato non fossero ottimali a causa della pioggia caduta nei giorni precedenti, il grip offerto dai nostri Pirelli Diablo da bagnato si è comunque dimostrato all'altezza della situazione, suscitando addirittura l'attenzione e l'interesse di una leggenda vivente del motociclismo come Fritz Egli, 72 anni, che in quello stesso weekend ha stabilito un record a bordo della sua Hayabusa turbo in versione sidecar sfrecciando a 206,157 miglia orarie (331,7 Km/h)!In effetti, la scelta dei pneumatici si è rivelata fondamentale per i risultati che siamo andati a ottenere. Dopo un passo falso dovuto al cedimento di una valvola durante il secondo giorno di prove, che Matt ha prontamente risolto grazie a un intervento di fortuna, prima sono riuscito ad abbattere il muro delle 150 miglia all'ora e poi, il quarto giorno, ho finalmente effettuato un lancio in condizioni ideali, con l'ago del contagiri fisso sui 9100 giri in quinta e una punta massima di 153,150 mph! Con un rilevamento di 152,678 miglia all'ora nel passaggio di ritorno, il record ufficializzato è valso 152,770 mph. Missione compiuta, dunque: buon compleanno Bonnie…Visto poi che ero l'unico in possesso di licenza FIM, Capri mi ha chiesto di guidare anche la sua Bonneville turbo, con cui ho effettuato un primo passaggio a 155 mph, durante il quale avevo ancora in testa i parametri del motore aspirato, ma con un ritorno a ben 171,624 mph (276 Km/h)! Devo rivolgere un doveroso ringraziamento a Matt Capri e a tutto il suo staff. Basti pensare che, dal 2007 a oggi, la mia Bonneville ha percorso un totale di circa 50 Km rigorosamente a tutto gas. Pertanto, la soddisfazione al termine di questa esperienza è semplicemente indescrivibile, anche se Matt sta già pensando al 2010: "Sono convinto con la Bonneville turbo abbia un potenziale da 180 mph. Potremmo addirittura prevedere una carenatura per farla andare ancora più forte. Chissà, magari il prossimo anno riusciamo a entrare nel Club delle 200 miglia orarie…".
Articolo tratto da:

martedì 17 novembre 2009

CATTIVE COMPAGNIE..




































































































































































Nella gestione di un blog, ci troviamo a scrivere diversi articoli. Alcuni di questi, come ad esempio la biografia di un pilota, sono pura e semplice cronaca; altri invece, come il commento che si pubblica su di una moto, possono essere più ricchi di considerazioni personali. Esistono poi post come quello che sto scrivendo dove l’argomento trattato sono gli amici. In questo caso cronaca e considerazioni personali devono essere ben calibrate tra di loro, in quanto è importantissimo descrivere i fatti per come realmente sono accaduti ma trattandosi come già scritto di una amicizia è normale che poi questa concorra a rendere il racconto pieno di spunti personali e aneddoti. Vi spiego quindi come la scelta del titolo di questo post non sia affatto casuale casuale. Premetto che come tutte le mamme del mondo, anche la mia sin da quando ero un bambino mi sempre raccomandato di tenermi alla larga dalle “cattive compagnie” dicendomi che quando si è posti davanti alla tentazione di fare una marachella è difficile dire di no, mentre se da “certi individui” si gira alla larga, determinate idee, non ci passano neppure per la testa! Tutto ha inizio a maggio del 2008. Mi trovo a leggere l’ultimo numero di RACER sul quale in copertina fa bella mostra di se una stupenda Ducati della serie Sport Classic. Questa moto è simile alla Paul Smart, anche se il proprietario vi ha lavorato sopra in maniera molto massiccia, ottenendo quella che per me è una delle più belle moto che abbia mai visto. Come già ampiamente scritto in passato, amo il motociclismo e la motocicletta in genere ma ho una fortissima attrazione per tutte le “racer” con linee retrò, detto questo è facile immaginarsi come questa Ducati mi abbia colpito immediatamente. Dopo aver fissato per cinque minuti buoni la copertina della rivista inizio a leggerla partendo proprio dall’articolo in cui si parla di questo gioiello. La cosa spettacolare che emerge da questo articolo è che la moto è stata realizzata da un privato e non da una azienda che lavora nel settore del tuning, inoltre chi ha realizzato questa moto ne è anche il proprietario (e questo mi fa capire immediatamente che questo “pazzo” debba avere una passione smodata..). Le foto dei dettagli che compaiono sulla rivista non fanno altro che metter in mostra il tipo di lavoro certosino che è stato fatto su questa Ducati e da quanto riportato su Racer emerge anche che gran parte delle piastre, delle staffe sono state realizzate al tornio direttamente dal proprietario che ha anche effettuato tutto l’assemblaggio da solo. Vado avanti nella lettura e salta fuori che questo ragazzo è di Bagnarola di Cesenatico, una frazione che dista non più di 10 Km da casa mia. Ovviamente tra me e me penso: magari lo riesco a vedere in giro, sarebbe bello vedere dal vivo la sua moto! In quel periodo avevo appena comprato la mia V11, la moto era usata e aveva il problema di crepare i collettori di scarico, nel punto di attacco ai cilindri. Chiedendo informazioni per riparare la moto, salta fuori il nome TAINOX, una azienda di Bagnarola di Cesenatico, specializzata nella lavorazione di metalli “nobili” come l’acciaio inox e l’alluminio. Va detto che la TAINOX non opera nel settore delle moto ma nell’ arredamento e alla nautica. Chiedendo l’indirizzo della TAINOX mi viene detta la zona e viene aggiunto: Devi parlare con Max, quello che ha fatto quella Ducati tutta “tirata” (dove “tirata” in Romagna sta per: molto bella, realizzata con cura ecc.. ecc.. ecc..). Da li fare due più due è molto semplice. Con il mio collettore smontato mi reco presso la TAINOX e chiedo di Massimiliano. In men che non si dica ci conosciamo e si iniziamo immediatamente a parlare di moto. Ovviamente gli dico che l’ho visto sulla rivista RACER e gli faccio i complimenti per la moto che ha realizzato. A quel punto, credo di aver pronunciato le parole magiche, in quanto con orgoglio mi ha fatto entrare nella zona dell’azienda dove insieme al padre Terzo (detto il Capo) e al fratello Igor (chiamato il Barone) custodiscono, modificano ed elaborano le moto. Ero entrato in quella che io ora, scherzosamente chiamo “l’officina demoniaca”. Si tratta di una stanza stretta, al cui centro fa bella mostra di se un ponte per il sollevamento della moto e tutto attorno ci sono gli attrezzi. Qui sono state realizzate delle special spettacolari: la Ducati Paul Smart 1000 di Max, la bellissima GS 550 EF del 1985 appartenente al Capo e colorata con la livrea del team Suzuki Heron con il quale correva e vinceva un certo Barry Sheene, una GSX-R 1100 del 1993, raffreddata ad aria e olio, trasformata in street-fighter, appartenente sempre al grande Capo Terzo, una splendida CBR 1000 (che è la moto di tutti..) e da ultima la CB 1300 Super Four di Igor (quest’ultima è in continua evoluzione..).Oltre alle special di casa Magnani, da qui sono passate tante altre moto, per modifiche più o meno radicali o anche semplicemente per una “sistematina”. Ricordo in particolare una frase che Max mi ha detto quel giorno: Una moto la senti veramente tua, quando inizi a modificarla! Questa mia prima visita alla “factory” Magnani è stata in breve seguita da altre, sia a livello di cortesia sia a livello di bisogno, in quanto nel frattempo la V11 continuava a crepare i collettori.. Nel 2009 sono finalmente riuscito a convincere Max ad uscire in moto con noi.. Spavaldo come al solito si è presentato in sella alla sua fantastica Ducati e.. ce le ha suonate a tutti di santa ragione: immaginavo che fosse capace a guidare la moto, ma vederlo guidare mi ha veramente impressionato! Questo è stato il LA che ha trasformato la nostra conoscenza in amicizia. Nel frattempo, io ho venduto la mia fedele V11 in cambio di una GRISO nuova fiammante, cogliendo l’occasione del fatto che insieme agli altri Cesena Bikers si è deciso di trascorrere le vacanze in moto. Il caso ha poi voluto Igor, fratello minore di Massimiliano, si sia unito a noi proprio in occasione di questa vacanza, trascorsa alla Cascata delle Marmore. A settembre 2009 abbiamo poi organizzato una uscita in moto (della quale ho pubblicato il post) e a questa la famiglia Magnani ha partecipato in blocco: il Capo, Max e Igor. Infine io ed Igor siamo stati insieme a Imola in occasione della gara del mondiale SBK tenutasi sul Circuito del Santerno. Da questa serie di cose è nata la mia amicizia con i Magnani. In base a questa amicizia ho iniziato a “bazzicare” sempre più assiduamente la loro “officina diabolica”, nella quale, quasi ogni sera i Magnani si fermano dopo il normale orario lavorativo per lavorare sulle loro moto o su quelle dei loro amici. Va ovviamente precisato che oltre alle elaborazioni, le moto vengono qui “tagliandate” e tenute a regola d’arte: il capo in questo è un vero e proprio perfezionista, tanto che in più di una occasione mi sono preso da lui “il cicchetto” (espressione romagnola per definire il famigerato “cazziatone”), perché sulla mia moto avevo qualche vite non ben serrata! Personalmente in passato mi sono cimentato all’elaborazione “pesante” della moto, ai tempi del 125.. Crescendo mi ero imposto di mantenere le moto così come uscivano dalla Casa, fatto salvo modifiche estetiche minori come frecce e porta targa per privilegiare l’affidabilità del modello originale e per tenermi al riparo dalla “letale” penna e dal “pericolosissimo” blocchetto dei verbali in dotazione alle forze dell’ordine. La GRISO è però una moto che sembra stata progettata volutamente per essere elaborata, a questo si unisca che tra le mie amicizie ora c’è anche una intera famiglia che ha una passione smodata per l’elaborazione estetica e meccanica delle moto e a questa passione unisce anche la capacità e il know-how per poterlo fare.. la miccia è quindi accesa! Come prima cosa mi sono rivolto a Max per fare si di eliminare quel “trombone da brigante calabrese”, che la mia moto aveva di serie al posto dello scarico. Al suo posto ora vanto uno spettacolare Arrow in titanio, di derivazione Ducati, adattato alla mia “Guzzona” con un collettore fatto a mano che è una vera e propria opera d’arte. Solo con questa modifica, “il capo dei bravi” ha visto cambiare la sua voce in maniera radicale: se prima era Mika ora è Barry White (anche in virtù del fatto che per ora non ho installato il db killer). A questa hanno fatto seguito: una sistemazione certosina delle sospensioni, il filtro dell’aria, l’acquisto di un manubrio più stretto con riser bassi, il porta targa, le frecce e tutte quante le diavolerie che da qui alla prossima primavera mi salteranno per la mente! Grazie quindi alla famiglia Magnani mi sono fatto assorbire da questo tourbillon che mi sta dando un gusto davvero unico e al quale pian piano si stanno unendo anche gli altri Cesena Bikers. La cosa divertente di questo “bellissimo gioco” è che ora siamo al punto che la gente deve ovviamente dichiarare le modifiche estetiche apportate alla moto ma su quelle meccaniche (e quindi “nascoste” all’occhio indiscreto degli amici), esiste una segretezza quasi unica, a livello di KGB. Vuoi infatti mettere l’onta di stare dietro a che ha la moto meno elaborata della tua? Anche se, come dice il mio grande amico Omar sapere se uno ha elaborato la moto non dichiarandolo (e non ha ottenuto quanto sperava prima di “investire” i suoi soldi..), è semplice: una volta arrivati in cima al passo, chi, prima di unirsi alle chiacchiere e alla bevuta di gruppo, fa un paio di giri attorno alla sua moto guardandola sconsolato, sicuramente nasconde un “segretuccio”! Arrivati a questo punto è facile dire che la mamma aveva ragione e cogliere la saggezza delle sue parole.. Se fossi stato alla larga da certe “cattive compagnie” sicuramente ora.. avrei la moto meno performante! Siano quindi i benvenuti tra i Cesena Bikers questi “ragazzacci” che ci stanno insegnando a “spremere” le nostre moto come si deve!

venerdì 17 luglio 2009

Piraja.. Un anno dopo






















































































































































E' già trascorso un anno dal 13 luglio del 2008, giorno in cui, sul passo di Viamaggio, in sella alla sua Aprilia Tuono, ha perso la vita Adriano Pieri o come tutti i motociclisti di Cesena lo chiamavano: Piraja. Su di lui è stato detto e scritto tutto ed il contrario di tutto. Io personalmente, sul forum di Anima Guzzista ho "discusso" con chi senza conoscerlo, ha dato dei giudizi, per sentito dire su di un motociclista (ma soprattutto un amico) che purtoppo ci ha lasciato. Senza ombra di dubbio dispiace enormemente che nell'incidente che gli è costato la vita, sia stato coinvolto un altro motociclista (Diego se non vado errato..) e quest'ultimo, sia uscito dall'incidente gravemente ferito (addirittura si parla di danni fisici permanenti..). Non è però di questo terribile incidente che voglio parlare nel post che stò scrivendo, anche perchè le mie sarebbero solo supposizioni, non essendo io presente al momento dell'impatto e non avendo mai parlato con nessuno degli eventuali testimoni. Intendo invece raccontare di Piraja, per quel che l'ho conosciuto, a coloro che non hanno avuto questa opportunità. Adriano Pieri era un motociclista della vecchia guardia.. Si può tranquillamente parlare di una vita su due ruote. Negli anni Settanta, quando era giovane (e magro come uno stecco..) ha avuto un trascorso da pilota. Spesso quando raccontava delle sue peripezie diceva di se stesso in dialetto Cesenate: A so' stè e mei campion de mond! (Tradotto: Sono stato il migliore campione del mondo!) Frase ripetuta allo sfinimento nel paddock il giorno in cui fece una "finta pole-position" sul tracciato di Misano Adriatico. Ho scritto "finta pole-position" perchè fu effettivamente considerato in pole nella sua categoria sino a quando, verso sera, al briefing dei commissari di pista emerse che qualcuno lo aveva visto "tagliare" palesemente il circuito con lo scopo di guadagnare tempo!! Finita la sua carriera da pilota privato, dalla quale ha avuto diverse soddisfazioni a livello regionale e nazionale, Adriano Pieri è diventato famoso a Cesena e dintorni per essere un vero "fulmine su strada", nelle "sparate domenicali". Negli anni è diventato un omone grosso e calvo, con una voce cavernosa, il carattere burbero e il temperamento da cesenate doc! Sempre inguinato nella sua antidiluviana tuta nera, con l'immensa toppa bianca a forma di scorpione che gli ricopriva tutta la schiena, Piraja imperversava soprattutto sul famosissimo valico di Viamaggio, strada sulla quale quasi nessuno era in grado di tenergli testa. I "non cesenati" erano soliti chiamarlo, per via di questa toppa, "il Re Scorpione" o più semplicemente "lo Scorpione". La sua "fama" era piuttosto grande visto che nel 2006 la rivista 2 RUOTE gli dedicò addirittura un articolo. In quella occasione vennero a sfidarlo sul "suo" passo addirittuta dei giornalisti, ma come accadeva a tutti (o quasi..), dopo tre curve Piraja se ne era già andato.. Su quella strada aveva visto sole e pioggia, aveva sentito l'asfalto più di una volta e soprattutto, credo che conoscesse "personalmente" tutti i carabinieri, poliziotti e vigili urbani che su quel passo avevano prestato servizio. Amante delle Guzzi (ne possedeva diverse), le preparava con l'aiuto del suo grande amico Benito Savoia (anch'esso scomparso poco più di un anno fa), che era stato meccanico di Loris Reggiani quando correva nella classe 250cc con la Aprilia. Piraja era uno che andava preso "per il suo verso". Di sicuro non a tutti era simpatico, in quanto era solito esternare senza mezzi termini i suoi pensieri e in moto veniva spesso giudicato pericoloso da quelli che provavano a stargli dietro. Ho sentito più di un motociclista raccomandare al figlio, al nipote o all'amico: "Se vedi Piraja, non andargli dietro perchè c'è da cadere..". La verità è che Pieri era molto veloce in moto e piuttosto spericolato, anche se, da qui a definirlo pazzo, come molti "perbenisti" (che non lo hanno mai neppure visto andare in moto..) hanno fatto, di differenza ne passa davvero tanta. Ai giovani era solito dire: "Non fate come me!". Io "conoscevo" piraia già quando avevo 16 anni e iniziavo a fare le prime uscite al valico di Viamaggio in sella alla mia Aprilia 125. Il "conoscevo" va rigorosamente posto tra virgolette in quanto non ci avevo mai parlato! Lo conoscevo, come tutti i miei coetanei "motorizzati", più che altro per la fama che si era pprocurato e lo vedevo mentre mi "sverniciava" lungo la strada. A dire la verità, nei suoi confronti, essendo io allora ragazzino, provavo un certo timore reverenziale. Poi gli anni sono passati; e ho avuto modo di scambiare qualche battuta con lui. E' accaduto l'anno scorso, a fine aprile, due mesi prima che morisse. Avevo comprato la moto da pochissimo (20 giorni circa..), un sabato mattina un po' nuvoloso mi sono recato in concessionaria per fare regolare una freccia che non funzionava bene. Appena mi sono tolto il casco ho sentito un vocione che rivolto a me diceva: Vut che un zovan sa di cavel acsè long us fos da cumprè un b...ein cumpagna la Guzzi? (Tradotto: Vuoi che un giovane con dei capelli così lunghi si dovesse comprare un "bidone" come la Guzzi?) A tono io ho risposto: Fintent che e zovan si cavel long e pega at tasca su, us compra che c...z cui pè! (Tradotto: Fino a che il giovane coi capelli lunghi paga di tasca sua, si compra quello che "cavolo" gli pare!) Piraja allora si è avvicinato a me, mi ha dato un buffetto sul viso (buffetto è un eufenismo, viste le dimensioni delle sue mani..), dicendomi: Na t'arabia pataca, che ad Guzzi a n'ho un garag pein! (Non ti arrabbiare/offendere "patacca" che di Guzzi ne ho un garage pieno!). Poi abbiamo scambiato quattro chiacchere sulla mia V11. Dopo di quel giorno non l'ho più visto.. Anche perchè l'anno scorso non ho mai percorso Viamaggio. Cosa dire, questa mia descrizione è frutto di una scarsa conoscenza personale di Adriano Pieri, ma di una buona conoscenza del personaggio Piraja. Senza dubbio le sue "gesta" nel bene e nel male sono impresse nella memoria dei motociclisti cesenati appartenenti a diverse generazioni.. Certamente, ha contribuito a fare appassionare alla moto tanta, tantissima gente, in quanto in primis era lui stesso un grandissimo amante della motocicletta e parlandoci appunto, questa suo grande amore emergeva, nonostante il suo carattere burbero e impressionantemente schietto. Purtoppo la sorte ha voluto che la strada che tanto amava e sulla quale era "imbattibile" se lo sia portato via e che in questo incidente sia rimasto coinvolto un altro motociclista.. In cuor mio (e credo in quello di ogni motociclista..), so che anche questo, purtoppo puo' fare parte del gioco.. Senza dubbio, con la sua morte è venuto a meno un pezzo della storia del motociclismo cesenate, una storia che per quattro decenni ha corso sulle curve del passo più bello, pericoloso e senza dubbio carico di fascino di tutta la Romagna.. Daltro canto Piraja diceva sempre: Chi va forte in Viamggio, va forte ovunque!
Per saperne di più:
http://www.motonline.com/news/articolo.cfm?codice=144582
Ringrazio Pietro C. per avermi fatto la cortesia di girarmi l'articolo preso dalla rivista DUE RUOTE.