sabato 11 febbraio 2012
Steve McQueen
Sulle pagine di Cesena Bikers oggi scrivo di un mito. Parliamo di un uomo che di professione non faceva il pilota bensì l’attore ma, come per i “piloti veri”, la velocità e lo spirito competitivo, erano parti integranti del suo DNA. Steve McQueen poteva tranquillamente vivere “sugli allori” della fama e dei dollari guadagnati sui set dei film nei quali aveva recitato. Per l’epoca, e stiamo parlando degli anni Sessanta, era arrivato ad ottenere dei cachet da oltre tre milioni di dollari a film! Invece, si è sempre messo in discussione con il cronometro: “Gareggiare è la vita, tutto quello che viene prima o dopo è solo attesa”, era solito dire. Solo ed esclusivamente un pilota vero può pensare, e dire, qualcosa del genere. A chi gli chiedeva perché rischiasse la sua carriera, oltre che naturalmente la sua vita, gareggiando in auto o moto quando, poteva benissimo condurre una vita agiata e “lontano dai pericoli”, rispondeva seccamente: “Mi piace gareggiare perché chi ho di fianco non si preoccupa affatto di chi io sia, ma pensa unicamente a battermi!”. La sua infanzia è stata molto difficile. A proposito di essa, in una intervista commentò: “ Non ho avuto né l’amore di una madre né l’autorità di un padre a guidarmi..”. Infatti McQueen non conobbe mai il padre e crebbe con una madre alcolizzata. Da adolescente finì in riformatorio. Era dislessico e affetto da una grave infezione che gli tolse quasi completamente l’udito dall’orecchio sinistro. Per lui furono momenti bui, come ricorderà da adulto: “Mi sentivo perso ed abbandonato, credevo di essere un completo incapace”. Uscì da questa situazione, contando solamente sulle proprie, “vivendo per se stesso, senza dover rispondere a nessuno delle sue scelte”. Giunto al successo, non dimenticò il suo passato fatto di sacrifici: “Ho voluto fare l’attore per sfuggire alla comune settimana lavorativa di 40 ore. Ora ne lavoro 72, traete le vostre conclusioni”. E a proposito della sua carriera di attore diceva: “Recitare e andare in moto, non credo siano mestieri per persone adulte”. Steve uscito dal riformatorio si arruolò in marina, ha fatto il taxista, il barista, lo scaricatore di porto. Per guadagnare qualche dollaro si è iscritto a gare di nuoto. Sosteneva che il denaro fosse per lui la fonte della libertà e non la ricchezza, ossia solamente un mezzo che gli permettesse di vivere le proprie passioni! Di lui, il suo migliore amico diceva: Steve è la migliore persona che si possa avere al fianco ma anche il peggior nemico che si possa incontrare”. McQueen non si fece fagocitare dal successo planetario che la sua brillante carriera di attore gli era valsa. Schernendosi diceva “Un attore è una marionetta manipolata da una dozzina di persone. Le corse, pur necessitando della medesima concentrazione di quella richiesta sul set, sono un impegno molto più dignitoso”. Aggiungeva inoltre:”non so ancora se sono un attore che gareggia o un pilota che recita”. Forte della sua affermazione, nel 1964 si prese 18 mesi di congedo dal cinema per dedicarsi alla sua grande passione per le corse partecipando alla famosissima “6 giorni internazionale di enduro” (International Six Days). Faceva parte della selezione che rappresentava gli USA. Amante delle Triumph, ha quasi esclusivamente corso in sella alle moto di Hinckley. Tra i suoi sponsor c’era la Cosmopolitan, azienda statunitense impegnata nell’import-export e nella distribuzione nel mercato nazionale statunitense. Quando tra la Benelli e la “Cosmo” venne raggiunto un accordo attraverso il quale l’azienda italiana avrebbe fornito a quella americana i sui ciclomotori da vendere in scatola di montaggio e, successivamente, la sua “ammiraglia” ossia la tornato 650, nel 1968 Steve McQueen giunse a Pesaro come uomo immagine della “Cosmo”. Si incontrò con il nostro amato Renzo Pasolini e girò nella pista interna della Benelli, in sella ad una Tornado. I presenti hanno sempre raccontato dei “numeri da paura” fatti da McQueen e Paso. Alla fine, a tutta riprova della sua competenza tecnica diede anche dei suggerimenti circa al telaio di cui dotare quella moto per permetterle di fare breccia anche nel mercato USA. Oltre a saper condurre magistralmente sia le automobili che le motociclette, aveva infatti ottime cognizioni di meccanica ed amava curare personalmente la manutenzione dei propri mezzi. Oltre a recitare, divenne anche coproduttore di un film dove l’auto era protagonista: Bullit. In quella pellicola la facevano da padrone una splendida Ford Mustang Fastback V8 GT ed una grandiosa Dodge Charter V8 440. Nel 1970 partecipò ad una 12 Ore di Sebring, gara di Endurance per automobili, guidando una Porsche. Nonostante avesse una gamba ingessata a causa di una caduta in moto, si piazzò al secondo posto. Nel film “24 ore di Le Mans”, rifiutò la controfigura offertagli per girare le scene più pericolose al volante di una Porsche 917 (allora modello di punta per le gare di Endurance della Casa tedesca). Famosissimo fu poi il “documentario” “Il Rally dei Campioni” nel quale si parla di motocross. Steve McQueen vi partecipò con grande entusiasmo, al fine di promuovere al grande pubblico uno sport motoristico che sino ad allora era riservato ad una “nicchia” di appassionati. L’intento era quello di far si che la gente sapesse che “non si trattava di un mondo di delinquenti senza fede e legge”. Nel 1963 ottenne la definitiva consacrazione come celebrità del grande schermo grazie a “La grande fuga”. La scena in cui in sella ad una Triumph TR6, camuffata da moto tedesca del secondo Conflitto Mondiale, cerca di saltare il confine che lo separa dalla Svizzera e quindi dalla libertà, è nella storia del cinema. Visse una vita a “gas spalancato”. La sua passione per le donne e la sua conseguente fama di playboy erano leggendari. Ebbe tre matrimoni. Nella sua carriera di attore recitò in trenta pellicole. Nel suo garage vantava 55 auto e 210 moto oltre a 3 aerei. McQueen morì a causa di una malattia incurabile nel 1980. A oltre trent’anni dalla sua scomparsa è ancora un mito che ispira ancora pubblicitari, editori e registi. La sua eleganza ed il suo stile di vita sempre al limite hanno fatto si che egli rimanga per sempre The King of cool, il re dello stile. E come poteva essere altrimenti per un che amava dire di se: “ E’ solo quando vado veloce in auto o in moto che.. mi rilasso veramente!”?
giovedì 25 agosto 2011
Il papà della 200 Miglia
Francesco "Checco" Costa nasce a Imola nel 1911. Grande appassionato di musica classica e di letteratura, dopo gli studi classici, si laurea in Agraria a Bologna e per pochi esami manca una seconda laurea in Veterinaria, sempre presso l'ateneo bolognese. Dopo la seconda guerra mondiale è fra i fondatori e gli animatori del Moto Club Santerno che, sotto la sua guida organizza le prime competizioni di Motocross in Italia. La sua prima creazione è infatti il Gran Premio di Motocros sulla pista del Castellaccio. Nel 1948, il trentasettenne Checco Costa si interessa all'idea di quattro appassionati imolesi, suoi amici che intendono realizzare un circuito permanente sfruttando i terreni collinari fuori città oltre le rive del Santerno. E' leggendaria infatti la passeggiata fatta al chiaro di luna con i suoi amici imolesi che lungo le rive del fiume che attraversa Imola studiarono come poteva snodarsi il tracciato. Fonda l'ESTI (Ente Sport e Turismo Imolese) e, dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni, nonchè un finanziamento da parte del CONI, inizia la costruzione del circuito, inaugurato il 25 aprile 1953 dal Gran Premio CONI (prova valida per il Campionato italiano). Da quel giorno e fino al 1988, tutte le gare motociclistiche organizzate a Imola nascono sotto la sua supervisione. Costa ha idee chiare ed innovative, capisce subito che per rendere grande una pista appena nata e ancora fuori dai giri dei campionati mondiali occorre avere al via i campioni. Servono per la causa i nomi che attirano il grande pubblico. Nascono così le gare ad ingaggio, quelle cioè dove i campioni vengono pagati dall’organizzatore per partecipare all'evento. E' il primo in Europa a credere sin dall'inizio degli anni Settanta nel potenziale della Formula 750. E' anche tra i primi ad intuire l’importanza degli sponsor, e già negli anni’50 avvia una proficua collaborazione con la Shell. Nasce così la “Conchiglia d’oro” automobilistica (quattro edizioni nel 54, 55, 56 e 63, con la prima assoluta delle F1 sul Santerno) e la “Coppa d’oro” motociclistica che dal ’54 al ’71 porta i migliori centauri del motomondiale sulla "sua" pista nel mese di aprile (grazie anche a un notevole montepremi), aprendo la strada anche alla fantastica stagione della “Mototemporada Romagnola”. Le cose però non sono state semplici come possono apparire: Costa si è esposto molto, anche con le finanze personali per sostenere le gare, e ha dovuto fare i conti con le difficoltà dei primi 20 anni di vita di un autodromo bellissimo, ma non ancora permanente, la cui esistenza è stata continuamente minacciata dalle difficoltà economiche e burocratiche. Davanti alle folle numerosissime che sino dagli anni 50 hanno affollato la pista il giorno delle gare e alla curatissima organizzazione, la Federazione non è rimasta (e non ha potuto rimanere..) immobile e il 7 settembre 1969 avviene il miracolo: la pista romagnola ”di campagna” ruba alla monumentale e intoccabile Monza, il Gran Premio delle Nazioni, tappa italiana del Motomondiale. Ben altre 12 volte il Campionato del Mondo farà tappa a Imola, prima di lasciare spazio negli anni 2000 al Mondiale Superbike. Nel 1972, il capolavoro! Grazie ai contatti con Bill France, potente boss del circuito di Daytona (i cui eredi controllano ancor oggi la fetta più importante del motorismo yankee), Costa porta ad Imola le grosse moto ed i piloti che da anni si danno battaglia alla 200 Miglia sul circuito della Florida. Addirittura riesce a fare qualcosa in più rispetto ai suoi colleghi statunitensi: mette sul piatto la succulenta sfida tra i piloti del Motomondiale e gli assi americani ancora sconosciuti al pubblico europeo in quanto impegnati quasi esclusivamente nei campionati AMA. Nasce così la 200 Miglia di Imola, "la Daytona d’Europa”, e per Imola questo evento rappresenta un successo memorabile che si ripete per 13 edizioni disputate. Per farsi un'idea del calibro dei campioni che hanno preso parte a questa gara, basta scorrere l'albo d'oro e leggere nomi come: Smart, Saarinen, Agostini, Baker, Cecotto, Roberts, Lucchinelli, Lawson, Crosby.. Per la prima edizione della celebre gara gli imperativi lanciati ai grandi campioni delle due ruote furono: 1) VIETATO MANCARE! 2) Si gareggia con tute colorate: vietate quelle nere!! Costa fu aiutato nella missione impossibile (ed invece realizzata!) di ingaggiare gli assi stranieri, dal suo grande collaboratore ed amico Giancarlo Galavotti. Egli infatti per Costa era una sorta di "ministro degli esteri" grazie alla sua padronanza dell'inglese (una rarità nella Romagna degli anni Settanta!) e veniva mandato in Inghilterra e negli States per ingaggiare gli assi stranieri che avrebbero dovuto infiammare le folle "dando battaglia" ai nostri campioni. Sono seguite altre gare ancora: la Coppa AGV delle Nazioni (appuntamento per ”nazionali” motociclistiche soffocato dalla FMI) e anche la sfortunata 24 ore del 1982. E' rimasto alla guida dell'autodromo per ben 25 anni, accettando per il bene della "sua creatura" anche lo scioglimento dell'ESTI ed il passaggio della gestione della pista all'Automobile Club di Bologna. Checco Costa è il papà di Claudio, fondatore e responsabile della Clinica Mobile che da anni segue il Mondiale velocità e di Carlo, storico speaker dell’autodromo. Purtroppo, il 30 luglio 1988, è stato proprio un banale incidente con una moto a scrivere la parola fine alla vita di Checco Costa, che stava andando a prendere il pane in bici, come un semplice pensionato di 77 anni. Imola da quel giorno non è stata più la stessa..Per saperne di più:
sabato 25 settembre 2010
La ARMOY ARMADA


La storia che oggi pubblico su Cesena Bikers è una storia che a me sta particolarmente a cuore in quanto è la storia di una amicizia, una di quelle con la A maiuscola che ha come punto focale attorno la quale si sviluppa e cresce: la passione per la motocicletta. La Armoy Amada è la storia bellissima e purtroppo tragica di quattro amici che a metà dei fantastici Seventies hanno realizzato il loro sogno di fondare un team di corse per motociclette. Un team che stava in piedi grazie alla loro passione in quanto soldi non ce n'erano. Un team dove non esistevano meccanici e piloti ma un team dove tutti dovevano saper fare tutto aiutandosi l'un l'altro. I mezzi da gara, venivano collaudati direttamente per le strade che si snodavano attorno al villaggio di Armoy la sera, dopo l'orario di lavoro. Invece che tv e stampa, ad assistere a questi collaudi c'erano i bambini della zona che vedevano i quattro della Armoy Armada come i loro idoli indiscussi. Un team che non partecipava al Motomondiale ma che si specializzò nelle terribili Road Races. Queste gare proprio in quegli anni, data la loro pericolosità, stavano uscendo dal calendario del campionato iridato. Le Road Races, definite a torto gare "minori" una volta uscite dal calendario delle competizioni "che contano" non hanno più avuto un riscontro mediatico tale da far si che potessero attirare sponsor munifici. Le Case non vi si sono più schierate in via ufficiale (anche se lo hanno fatto in via ufficiosa, utilizzandole come banchi di prova per i loro modelli di punta..), eppure esse sono giunte sino ai giorni nostri grazie alla passione degli uomini che le tengono in vita. La Armoy Armada a mio avviso è un vero e proprio simbolo che tutti i gruppi di motociclisti dovrebbero tenere come esempio. Con queste parole non è assolutamente mio intento esortare le persone a gareggiare su strada, cosa stupida oltre che assolutamente pericolosa. Il mio discorso verte sul concetto dell'amicizia che legava questi uomini del fatto che come i moschettieri avevano come motto il "Tutti per uno..". La moto spesso è un mezzo di aggregazione, io stesso affermo con orgoglio che nella mia vita di motociclista ho conosciuto tante meravigliose persone con le quali ho stretto delle belle amicizie. A volte però capita l'esatto contrario: la moto diventa un mezzo per pavoneggiarsi, per mettere in mostra il concetto: io sono più veloce di te.. Ebbene questo è un concetto assolutamente errato di intendere la motocicletta. L'idea di motogruppo in cui credo è quella in cui i più anziani (o quelli di maggior esperienza..) insegnano ai novelli come si gira in strada con la moto in sicurezza, mostrando a loro le traiettorie, facendo loro apprezzare la bellezza di una guida rotonda e pulita.. E' l'idea della condivisione della comune passione per la moto, oltre all'uscita domenicale.. Ho volutamente preso la Armoy Armada come esempio per spiegare meglio questo mio pensiero in quanto essi fanno parte di un epoca e di un motociclismo che seppur lontano, io sento molto più mio di quello attuale. Un motociclismo fatto di uomini, della loro passione, dello loro idee e delle loro intuizioni. Un motociclismo fatto di mani sporche di grasso, di attrezzi rudimentali coi quali ottenere comunque ottimi risultati; fatto di gente che sapeva prendersi cura personalmente della propria motocicletta, arrivando ad instaurare con essa un rapporto quasi "intimo". Un motociclismo lontano da quello attuale, asettico e "ipertecnologico", dominato dall'elettronica, dagli ingegneri dove il denaro la fa sempre e comunque da padrone. E' con grande piacere quindi che presento ai lettori la mitica Armoy Armada:
L'Armada Armoy è stata fondata nel 1977 da Mervyn Robinson, Joey Dunlop, Frank Kennedy e Jim Dunlop. Questa avventura durò per l'arco di 3 stagioni ossia dal 1977-1979. Durante questo tempo i “quattro moschettieri della motocletta” dimostrarono alla causa: impegno, dedizione, cameratismo e talento facendo vedere a tutti che l'Armada Armoy sarebbe realmente entrata nella leggenda dello sport motociclistico delle corse su strada.
Frank Kennedy 'Big Frank'
Frank Kennedy, o 'Big Frank' come lo chiamavano i suoi compagni della Armoy Armada in quanto “era così alto che dominava anche la più grande delle moto da corsa”. Frank era incline agli incidenti, anche se questo non ha intaccato la sua dedizione alle corse su strada: tanto che una volta provò a salire in sella alla sua motocicletta con entrambe le gambe spezzate! Frank possedeva un autosalone vicino ad Armoy, dei "quattro moschettieri" era senza ombra di dubbio il più benestante. Estremamente generoso, fu colui che permise di andare avanti finanziariamente al gruppo, girando ad esso una grossa parte dei profitti che gli fruttava la sua attività lavorativa. Il suo miglior risultato personale per quanto riguarda le Road Races fu il secondo posto ottenuto alla Nord West 200 del 1976 ottenuto alle spalle del pilota inglese Martin Sharpe vincitore di quella edizione. La sua vita si spense nel 1979 sempre alla North West 200.
Jim Dunlop
Jim Dunlop, l'unico membro superstite del quartetto. Fratello minore più giovane di Joey Dunlop è nato nella piccola città di Ballymoney. In lui l'entusiasmo per le Road Racing è cresciuto fin dalla tenera età. Nel suo palmares vanta: la partecipazione al TT dell'Isola di Man dal 1977-1981 assieme ai fratelli maggiori Joey e Robert. Recentemente Jim, in memoria delle imprese della Armoy Armada ha presentato una scultura a forma di motocicletta.
Joey Dunlop 'Il GIRK' (25 Febbraio 1952 - 2 luglio 2000)
Joey, ossia di Re delle corse su strada, è nato a Ballymoney, nella contea di Antrim. E' senza dubbio il più famoso del quartetto avendo un palmares sconfinato per quanto riguarda le Road Races. Tra gli infiniti successi ottenuti in ben 31 anni di carriera (1969-2000) vanno ricordati: 26 vittorie al TT ottenute in tutte le categurie: dalla F1, alla SBK passando per le 250 sino alle 125, che ancora oggi sono un record imbattuto. Sempre al TT ha collezionato ben tre triplette ossia ha vinto ben tre gare nella stessa edizione per tre volte! Non da meno sono le sei vittorie consecutive nel TT Formula 1 Race dal1983 al 1988. Oltre che i cinque campionati mondiali Formula 1. Inoltre ha trionfato almeno una volta in tutte le gare del calendario Road Races. Nel 1986 Joey è stato assegnato un MBE per il suo contributo alle corse. Ha anche ricevuto un OBE nel 1995 in riconoscimento della sua opera di carità. Pur essendo irlandese, gli è stata data la cittadinanza onoraria sull'Isola di Man. Nel 2000, all'età di 48 anni, Joey è purtroppo morto a causa di un incidente in sella alla sua Honda 125 in una Road Race in Estonia. Cinquantamila persone in lutto hanno partecipato al suo funerale. Tra queste c'erano motociclisti provenienti da tutta l'Irlanda, dal Regno Unito e dal resto d'Europa. Una statua memoriale è stata eretta nella sua città natale di Ballymoney, Irlanda del Nord.
Mervyn Robinson 'Robo'
Per Mervyn “Robo” Robinson carriera agonistica iniziò nel 1968. Aveva una grande passione per le corse su strada ed è stato grazie al suo grande entusiasmo che Joey Dunlop si è appassionato a questo sport. “Robo” era il cognato di Joey e anche uno dei suoi più grandi amci. Di professione faceva il meccanico e per la Armoy Armada fu il "mentore tecnico". Dato che i soldi scarseggiavano Mervyn insegnò al resto del gruppo “l'arte di arrangiarsi” costruendo i ricambi che mancavano o che erano troppo costosi e dando agli altri tre mebri la giusta competenza tecnica che nelle Road Races, soprattutto in quei tempi, era richiesta ai piloti. Joey Dunlop dovette a lui la sua grande capacità di capire le moto che nel tempo gli permise di avere sempre (o quasi) il mezzo più a punto rispetto alla concorrenza. Joey infatti sapeva benissimo di cosa aveva bisogno un mezzo per essere veloce ed affidabile nelle corse su strada e curava la messa a punto delle sue motociclette personalmente. Nel suo palmares Mervyn vanta la vittoria al sul tracciato di Kirkistown nel 1974 e soprattutto quella ottenuta nell'Ulster GP del 1975. Anche la sua vita come quella di Frank Kennedy e di Joey Dunlop finì a causa di un incidente in gara. Il suo incontro con la morte avvenne in occasione della Northwest 200 del 1980, nella gara 500cc.
martedì 13 luglio 2010
13/07/2008 - 13/07/2010 Piraja.. due anni dopo

Oggi 13 luglio 2010 cade il secondo anniversario della scomparsa dell'amico Adriano Pieri o come tutti lo conoscevano: Piraja. E' stato con grande sorpresa e stupore che nel controllare la posta elettronica, ho visto questa bellissima e-mail che mi è stata girata da sua figlia Marika. E' per questo che nel ricordare un amico che oggi non è più tra di noi, trovo che le parole più belle siano senza ombra di dubbio quelle dedicategli proprio da colei che maggiormente ha sofferto per la sua scomparsa:
Carissimi,
sono la figlia maggiore di Piraja...lo Scorpione di via maggio, scomparso su quel passo 2 anni fa
2 anni il 13 luglio.
un grazie a voi per il blog dell'anno scorso, per il dolce ricordo che ne serbate, per la passione che unisce i vivi e tiene vivo il ricordo di chi, come mio padre, ha fatto della sua passione una spinta di vita, un modo di guardare il mondo, di incontrare le persone, di spronarle, di accompagnarle.
a tutti----Buon viaggio
Grazie di cuore Marika a nome di tutti noi.
Per saperne di più:
http://cesenabikers.blogspot.com/2009/07/piraja-un-anno-dopo.html
giovedì 31 dicembre 2009
Tre anni per un record










martedì 17 novembre 2009
CATTIVE COMPAGNIE..

Nella gestione di un blog, ci troviamo a scrivere diversi articoli. Alcuni di questi, come ad esempio la biografia di un pilota, sono pura e semplice cronaca; altri invece, come il commento che si pubblica su di una moto, possono essere più ricchi di considerazioni personali. Esistono poi post come quello che sto scrivendo dove l’argomento trattato sono gli amici. In questo caso cronaca e considerazioni personali devono essere ben calibrate tra di loro, in quanto è importantissimo descrivere i fatti per come realmente sono accaduti ma trattandosi come già scritto di una amicizia è normale che poi questa concorra a rendere il racconto pieno di spunti personali e aneddoti. Vi spiego quindi come la scelta del titolo di questo post non sia affatto casuale casuale. Premetto che come tutte le mamme del mondo, anche la mia sin da quando ero un bambino mi sempre raccomandato di tenermi alla larga dalle “cattive compagnie” dicendomi che quando si è posti davanti alla tentazione di fare una marachella è difficile dire di no, mentre se da “certi individui” si gira alla larga, determinate idee, non ci passano neppure per la testa! Tutto ha inizio a maggio del 2008. Mi trovo a leggere l’ultimo numero di RACER sul quale in copertina fa bella mostra di se una stupenda Ducati della serie Sport Classic. Questa moto è simile alla Paul Smart, anche se il proprietario vi ha lavorato sopra in maniera molto massiccia, ottenendo quella che per me è una delle più belle moto che abbia mai visto. Come già ampiamente scritto in passato, amo il motociclismo e la motocicletta in genere ma ho una fortissima attrazione per tutte le “racer” con linee retrò, detto questo è facile immaginarsi come questa Ducati mi abbia colpito immediatamente. Dopo aver fissato per cinque minuti buoni la copertina della rivista inizio a leggerla partendo proprio dall’articolo in cui si parla di questo gioiello. La cosa spettacolare che emerge da questo articolo è che la moto è stata realizzata da un privato e non da una azienda che lavora nel settore del tuning, inoltre chi ha realizzato questa moto ne è anche il proprietario (e questo mi fa capire immediatamente che questo “pazzo” debba avere una passione smodata..). Le foto dei dettagli che compaiono sulla rivista non fanno altro che metter in mostra il tipo di lavoro certosino che è stato fatto su questa Ducati e da quanto riportato su Racer emerge anche che gran parte delle piastre, delle staffe sono state realizzate al tornio direttamente dal proprietario che ha anche effettuato tutto l’assemblaggio da solo. Vado avanti nella lettura e salta fuori che questo ragazzo è di Bagnarola di Cesenatico, una frazione che dista non più di 10 Km da casa mia. Ovviamente tra me e me penso: magari lo riesco a vedere in giro, sarebbe bello vedere dal vivo la sua moto! In quel periodo avevo appena comprato la mia V11, la moto era usata e aveva il problema di crepare i collettori di scarico, nel punto di attacco ai cilindri. Chiedendo informazioni per riparare la moto, salta fuori il nome TAINOX, una azienda di Bagnarola di Cesenatico, specializzata nella lavorazione di metalli “nobili” come l’acciaio inox e l’alluminio. Va detto che la TAINOX non opera nel settore delle moto ma nell’ arredamento e alla nautica. Chiedendo l’indirizzo della TAINOX mi viene detta la zona e viene aggiunto: Devi parlare con Max, quello che ha fatto quella Ducati tutta “tirata” (dove “tirata” in Romagna sta per: molto bella, realizzata con cura ecc.. ecc.. ecc..). Da li fare due più due è molto semplice. Con il mio collettore smontato mi reco presso la TAINOX e chiedo di Massimiliano. In men che non si dica ci conosciamo e si iniziamo immediatamente a parlare di moto. Ovviamente gli dico che l’ho visto sulla rivista RACER e gli faccio i complimenti per la moto che ha realizzato. A quel punto, credo di aver pronunciato le parole magiche, in quanto con orgoglio mi ha fatto entrare nella zona dell’azienda dove insieme al padre Terzo (detto il Capo) e al fratello Igor (chiamato il Barone) custodiscono, modificano ed elaborano le moto. Ero entrato in quella che io ora, scherzosamente chiamo “l’officina demoniaca”. Si tratta di una stanza stretta, al cui centro fa bella mostra di se un ponte per il sollevamento della moto e tutto attorno ci sono gli attrezzi. Qui sono state realizzate delle special spettacolari: la Ducati Paul Smart 1000 di Max, la bellissima GS 550 EF del 1985 appartenente al Capo e colorata con la livrea del team Suzuki Heron con il quale correva e vinceva un certo Barry Sheene, una GSX-R 1100 del 1993, raffreddata ad aria e olio, trasformata in street-fighter, appartenente sempre al grande Capo Terzo, una splendida CBR 1000 (che è la moto di tutti..) e da ultima la CB 1300 Super Four di Igor (quest’ultima è in continua evoluzione..).Oltre alle special di casa Magnani, da qui sono passate tante altre moto, per modifiche più o meno radicali o anche semplicemente per una “sistematina”. Ricordo in particolare una frase che Max mi ha detto quel giorno: Una moto la senti veramente tua, quando inizi a modificarla! Questa mia prima visita alla “factory” Magnani è stata in breve seguita da altre, sia a livello di cortesia sia a livello di bisogno, in quanto nel frattempo la V11 continuava a crepare i collettori.. Nel 2009 sono finalmente riuscito a convincere Max ad uscire in moto con noi.. Spavaldo come al solito si è presentato in sella alla sua fantastica Ducati e.. ce le ha suonate a tutti di santa ragione: immaginavo che fosse capace a guidare la moto, ma vederlo guidare mi ha veramente impressionato! Questo è stato il LA che ha trasformato la nostra conoscenza in amicizia. Nel frattempo, io ho venduto la mia fedele V11 in cambio di una GRISO nuova fiammante, cogliendo l’occasione del fatto che insieme agli altri Cesena Bikers si è deciso di trascorrere le vacanze in moto. Il caso ha poi voluto Igor, fratello minore di Massimiliano, si sia unito a noi proprio in occasione di questa vacanza, trascorsa alla Cascata delle Marmore. A settembre 2009 abbiamo poi organizzato una uscita in moto (della quale ho pubblicato il post) e a questa la famiglia Magnani ha partecipato in blocco: il Capo, Max e Igor. Infine io ed Igor siamo stati insieme a Imola in occasione della gara del mondiale SBK tenutasi sul Circuito del Santerno. Da questa serie di cose è nata la mia amicizia con i Magnani. In base a questa amicizia ho iniziato a “bazzicare” sempre più assiduamente la loro “officina diabolica”, nella quale, quasi ogni sera i Magnani si fermano dopo il normale orario lavorativo per lavorare sulle loro moto o su quelle dei loro amici. Va ovviamente precisato che oltre alle elaborazioni, le moto vengono qui “tagliandate” e tenute a regola d’arte: il capo in questo è un vero e proprio perfezionista, tanto che in più di una occasione mi sono preso da lui “il cicchetto” (espressione romagnola per definire il famigerato “cazziatone”), perché sulla mia moto avevo qualche vite non ben serrata! Personalmente in passato mi sono cimentato all’elaborazione “pesante” della moto, ai tempi del 125.. Crescendo mi ero imposto di mantenere le moto così come uscivano dalla Casa, fatto salvo modifiche estetiche minori come frecce e porta targa per privilegiare l’affidabilità del modello originale e per tenermi al riparo dalla “letale” penna e dal “pericolosissimo” blocchetto dei verbali in dotazione alle forze dell’ordine. La GRISO è però una moto che sembra stata progettata volutamente per essere elaborata, a questo si unisca che tra le mie amicizie ora c’è anche una intera famiglia che ha una passione smodata per l’elaborazione estetica e meccanica delle moto e a questa passione unisce anche la capacità e il know-how per poterlo fare.. la miccia è quindi accesa! Come prima cosa mi sono rivolto a Max per fare si di eliminare quel “trombone da brigante calabrese”, che la mia moto aveva di serie al posto dello scarico. Al suo posto ora vanto uno spettacolare Arrow in titanio, di derivazione Ducati, adattato alla mia “Guzzona” con un collettore fatto a mano che è una vera e propria opera d’arte. Solo con questa modifica, “il capo dei bravi” ha visto cambiare la sua voce in maniera radicale: se prima era Mika ora è Barry White (anche in virtù del fatto che per ora non ho installato il db killer). A questa hanno fatto seguito: una sistemazione certosina delle sospensioni, il filtro dell’aria, l’acquisto di un manubrio più stretto con riser bassi, il porta targa, le frecce e tutte quante le diavolerie che da qui alla prossima primavera mi salteranno per la mente! Grazie quindi alla famiglia Magnani mi sono fatto assorbire da questo tourbillon che mi sta dando un gusto davvero unico e al quale pian piano si stanno unendo anche gli altri Cesena Bikers. La cosa divertente di questo “bellissimo gioco” è che ora siamo al punto che la gente deve ovviamente dichiarare le modifiche estetiche apportate alla moto ma su quelle meccaniche (e quindi “nascoste” all’occhio indiscreto degli amici), esiste una segretezza quasi unica, a livello di KGB. Vuoi infatti mettere l’onta di stare dietro a che ha la moto meno elaborata della tua? Anche se, come dice il mio grande amico Omar sapere se uno ha elaborato la moto non dichiarandolo (e non ha ottenuto quanto sperava prima di “investire” i suoi soldi..), è semplice: una volta arrivati in cima al passo, chi, prima di unirsi alle chiacchiere e alla bevuta di gruppo, fa un paio di giri attorno alla sua moto guardandola sconsolato, sicuramente nasconde un “segretuccio”! Arrivati a questo punto è facile dire che la mamma aveva ragione e cogliere la saggezza delle sue parole.. Se fossi stato alla larga da certe “cattive compagnie” sicuramente ora.. avrei la moto meno performante! Siano quindi i benvenuti tra i Cesena Bikers questi “ragazzacci” che ci stanno insegnando a “spremere” le nostre moto come si deve!
venerdì 17 luglio 2009
Piraja.. Un anno dopo






E' già trascorso un anno dal 13 luglio del 2008, giorno in cui, sul passo di Viamaggio, in sella alla sua Aprilia Tuono, ha perso la vita Adriano Pieri o come tutti i motociclisti di Cesena lo chiamavano: Piraja. Su di lui è stato detto e scritto tutto ed il contrario di tutto. Io personalmente, sul forum di Anima Guzzista ho "discusso" con chi senza conoscerlo, ha dato dei giudizi, per sentito dire su di un motociclista (ma soprattutto un amico) che purtoppo ci ha lasciato. Senza ombra di dubbio dispiace enormemente che nell'incidente che gli è costato la vita, sia stato coinvolto un altro motociclista (Diego se non vado errato..) e quest'ultimo, sia uscito dall'incidente gravemente ferito (addirittura si parla di danni fisici permanenti..). Non è però di questo terribile incidente che voglio parlare nel post che stò scrivendo, anche perchè le mie sarebbero solo supposizioni, non essendo io presente al momento dell'impatto e non avendo mai parlato con nessuno degli eventuali testimoni. Intendo invece raccontare di Piraja, per quel che l'ho conosciuto, a coloro che non hanno avuto questa opportunità. Adriano Pieri era un motociclista della vecchia guardia.. Si può tranquillamente parlare di una vita su due ruote. Negli anni Settanta, quando era giovane (e magro come uno stecco..) ha avuto un trascorso da pilota. Spesso quando raccontava delle sue peripezie diceva di se stesso in dialetto Cesenate: A so' stè e mei campion de mond! (Tradotto: Sono stato il migliore campione del mondo!) Frase ripetuta allo sfinimento nel paddock il giorno in cui fece una "finta pole-position" sul tracciato di Misano Adriatico. Ho scritto "finta pole-position" perchè fu effettivamente considerato in pole nella sua categoria sino a quando, verso sera, al briefing dei commissari di pista emerse che qualcuno lo aveva visto "tagliare" palesemente il circuito con lo scopo di guadagnare tempo!! Finita la sua carriera da pilota privato, dalla quale ha avuto diverse soddisfazioni a livello regionale e nazionale, Adriano Pieri è diventato famoso a Cesena e dintorni per essere un vero "fulmine su strada", nelle "sparate domenicali". Negli anni è diventato un omone grosso e calvo, con una voce cavernosa, il carattere burbero e il temperamento da cesenate doc! Sempre inguinato nella sua antidiluviana tuta nera, con l'immensa toppa bianca a forma di scorpione che gli ricopriva tutta la schiena, Piraja imperversava soprattutto sul famosissimo valico di Viamaggio, strada sulla quale quasi nessuno era in grado di tenergli testa. I "non cesenati" erano soliti chiamarlo, per via di questa toppa, "il Re Scorpione" o più semplicemente "lo Scorpione". La sua "fama" era piuttosto grande visto che nel 2006 la rivista 2 RUOTE gli dedicò addirittura un articolo. In quella occasione vennero a sfidarlo sul "suo" passo addirittuta dei giornalisti, ma come accadeva a tutti (o quasi..), dopo tre curve Piraja se ne era già andato.. Su quella strada aveva visto sole e pioggia, aveva sentito l'asfalto più di una volta e soprattutto, credo che conoscesse "personalmente" tutti i carabinieri, poliziotti e vigili urbani che su quel passo avevano prestato servizio. Amante delle Guzzi (ne possedeva diverse), le preparava con l'aiuto del suo grande amico Benito Savoia (anch'esso scomparso poco più di un anno fa), che era stato meccanico di Loris Reggiani quando correva nella classe 250cc con la Aprilia. Piraja era uno che andava preso "per il suo verso". Di sicuro non a tutti era simpatico, in quanto era solito esternare senza mezzi termini i suoi pensieri e in moto veniva spesso giudicato pericoloso da quelli che provavano a stargli dietro. Ho sentito più di un motociclista raccomandare al figlio, al nipote o all'amico: "Se vedi Piraja, non andargli dietro perchè c'è da cadere..". La verità è che Pieri era molto veloce in moto e piuttosto spericolato, anche se, da qui a definirlo pazzo, come molti "perbenisti" (che non lo hanno mai neppure visto andare in moto..) hanno fatto, di differenza ne passa davvero tanta. Ai giovani era solito dire: "Non fate come me!". Io "conoscevo" piraia già quando avevo 16 anni e iniziavo a fare le prime uscite al valico di Viamaggio in sella alla mia Aprilia 125. Il "conoscevo" va rigorosamente posto tra virgolette in quanto non ci avevo mai parlato! Lo conoscevo, come tutti i miei coetanei "motorizzati", più che altro per la fama che si era pprocurato e lo vedevo mentre mi "sverniciava" lungo la strada. A dire la verità, nei suoi confronti, essendo io allora ragazzino, provavo un certo timore reverenziale. Poi gli anni sono passati; e ho avuto modo di scambiare qualche battuta con lui. E' accaduto l'anno scorso, a fine aprile, due mesi prima che morisse. Avevo comprato la moto da pochissimo (20 giorni circa..), un sabato mattina un po' nuvoloso mi sono recato in concessionaria per fare regolare una freccia che non funzionava bene. Appena mi sono tolto il casco ho sentito un vocione che rivolto a me diceva: Vut che un zovan sa di cavel acsè long us fos da cumprè un b...ein cumpagna la Guzzi? (Tradotto: Vuoi che un giovane con dei capelli così lunghi si dovesse comprare un "bidone" come la Guzzi?) A tono io ho risposto: Fintent che e zovan si cavel long e pega at tasca su, us compra che c...z cui pè! (Tradotto: Fino a che il giovane coi capelli lunghi paga di tasca sua, si compra quello che "cavolo" gli pare!) Piraja allora si è avvicinato a me, mi ha dato un buffetto sul viso (buffetto è un eufenismo, viste le dimensioni delle sue mani..), dicendomi: Na t'arabia pataca, che ad Guzzi a n'ho un garag pein! (Non ti arrabbiare/offendere "patacca" che di Guzzi ne ho un garage pieno!). Poi abbiamo scambiato quattro chiacchere sulla mia V11. Dopo di quel giorno non l'ho più visto.. Anche perchè l'anno scorso non ho mai percorso Viamaggio. Cosa dire, questa mia descrizione è frutto di una scarsa conoscenza personale di Adriano Pieri, ma di una buona conoscenza del personaggio Piraja. Senza dubbio le sue "gesta" nel bene e nel male sono impresse nella memoria dei motociclisti cesenati appartenenti a diverse generazioni.. Certamente, ha contribuito a fare appassionare alla moto tanta, tantissima gente, in quanto in primis era lui stesso un grandissimo amante della motocicletta e parlandoci appunto, questa suo grande amore emergeva, nonostante il suo carattere burbero e impressionantemente schietto. Purtoppo la sorte ha voluto che la strada che tanto amava e sulla quale era "imbattibile" se lo sia portato via e che in questo incidente sia rimasto coinvolto un altro motociclista.. In cuor mio (e credo in quello di ogni motociclista..), so che anche questo, purtoppo puo' fare parte del gioco.. Senza dubbio, con la sua morte è venuto a meno un pezzo della storia del motociclismo cesenate, una storia che per quattro decenni ha corso sulle curve del passo più bello, pericoloso e senza dubbio carico di fascino di tutta la Romagna.. Daltro canto Piraja diceva sempre: Chi va forte in Viamggio, va forte ovunque!
Per saperne di più:
http://www.motonline.com/news/articolo.cfm?codice=144582











