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martedì 6 dicembre 2011

La musica del passato..









Il post che state per leggere mi è stato "dettato" da un’amico qualche sera fa, al Motoclub. Si profilava essere una "normalissima serata": una delle tante passate insieme a parlare di motociclette, una di quelle in cui ognuno "dice la sua", dove passione e goliardia si fondono insieme. La classica serata al Motoclub insomma. Tutto si stava svolgendo secondo il "classico copione settimanale" quando, ad un certo punto, si è iniziato a parlare della Ducati 750 SS e della Moto Guzzi V7 Sport. In quel preciso istante ha preso la parola l'amico sopra menzionato (che per pura timidezza mi ha chiesto di rimanere anonimo..) ed ha iniziato il suo discorso:
"Nel 1970 avevo sette anni. Per tutta la prima parte degli anni Settanta, e anche per buona parte della seconda, ero solito, la domenica, uscire con i miei genitori, quando non lavoravano. Non si andava mai al mare o per lo meno non la mia famiglia e la nostra compagnia. Mio padre lavorava come facchino allo scalo merci ferroviario e mia madre invece come operaia in un magazzino ortofrutticolo. I miei erano soliti ripetere che le poche domeniche di primavera o di estate in cui non lavoravano, l'idea di andare in spiaggia, "in mezzo a tutta quella confusione" e in quel gran caldo, non li sfiorava neppure! L'unica maniera di trovare un po' di relax, dopo le fatiche lavorative accumulate durante la settimana, era quello di "andare a cercare il fresco" sulle nostre colline. Ecco allora che la domenica mattina, di buon ora, caricavamo la nostra FIAT 128 verdona con tutto l'occorrente per fare una bella scampagnata e, insieme ai colleghi di mio padre e alle loro famiglie, partivamo. Nella maggioranza dei casi, la meta dei nostri "pick-nick" era fissata nei pressi di Cancellino, una piccola località che si trova lungo il Passo dei Mandrioli. Bene o male si arrivava a destino ancor prima delle nove del mattino! Noi bambini, per non soffrire il mal d'auto, venivamo fatti partire a digiuno, per cui, giusto il tempo di scendere dalle automobili, dare una mano agli adulti a scaricare l'occorrente e venivamo rifocillati. Ricordo ancora quei gustosi panini ripieni di burro e marmellata fatta in casa che le nostre mamme ci preparavano! Mentre i nostri padri parlavano di politica, giocavano a bocce o a carte, le nostre madri, si prodigavano per preparare "l'accampamento" ed il pranzo. Noi bambini, appena ricevuta la nostra ambita leccornia, eravamo "liberi". I più piccoli scorrazzavano per i boschi facendo i loro giochi; noi, "i grandi" del gruppo, andavamo invece ad appostarci sul ciglio della strada, ansiosi di assistere allo spettacolare show che tutte le domenica "andava in onda" lungo lo spettacolare nastro d'asfalto che da Bagno di Romagna (FC) conduce sino a Soci (AR). Protagoniste assolute della scena erano le splendide moto di quegli anni, condotte con maestria dai temerari centauri dell'epoca. Nonostante fossimo giovanissimi e la copertura mediatica dedicata al motociclismo in quegli anni fosse alquanto limitata, noi eravamo molto ferrati in materia dato che leggevamo a scrocco, ogni mese, la copia di Motociclismo che Guerrino (un signore che tutt'ora, frequenta il bar) immancabilmente acquistava. Ci “ranicchiavamo” nel fosso che costeggia l'allungo che passa proprio di fronte alla chiesetta di Cancellino, dove i frati hanno il convitto. Li potevamo udire benissimo i propulsori delle motociclette "cantare" in quanto quel rettilineo consente di tirare sia la terza che la quarta, prima della staccata per la curva a destra da affrontare in seconda marcia. Ogni volta era un "vero tripudio musicale"! Ricordo chiaramente il "rombo di tuono" che usciva dagli scarichi Lanfranconi o dai Conti delle Ducati 750SS. Quella moto era fantastica! Aveva il cupolino filante e pareva una moto da corsa, trapiantata sulla strada! Simile per sonoro alla Ducati era la favolosa Moto Guzzi V7 Sport con i sui bassi pieni e corposi. Le prime volte, ad un orecchio "non allenato", era addirittura difficile capire quale, tra la desmodromica di Borgo Panigale e la "aste e bilancieri" di Mandello del Lario fosse in avvicinamento. Sempre bicilindrica, ma dal suono completamente differente era la meravigliosa Laverda 750 SF. Il suo fronte marcia monoalbero emetteva un suono gutturale e pieno, tanto da renderla riconoscibile già qualche chilometro prima che apparisse ai nostri occhi. E' ovvio che per strada ai tempi le moto più diffuse erano quelle di media cilindrata. Tra queste c'erano dei modelli strabilianti: la Ducati 450cc Silver Shot, le Scrambler; le Honda Four, in tutte le cilindrate; le Suzuki 500 Titan e le 380 GT, le mitiche Kawasaki 500 Mack III, le Morini 3 1/2 e tante altre ancora. Le 750 però per via della loro minor diffusione e della loro esclusività sono state quelle che maggiormente hanno stuzzicato la nostra fantasia. Noi bambini le vedevamo come veri e propri mostri di potenza e di “possenza”, condotte unicamente dai "veri manici". Esse inoltre erano quello che oggi sono le moderne Superbike: le basi di partenza sulla quale venivano costruite le “derivate dalla serie” che si sfidavano nelle 200 Miglia (Daytona ed Imola) e che, prendevano parte al Production TT così come alle numerosissime gare ad esse riservate, che proprio in quegli anni stavano vivendo il lor massimo splendore. In qualche sporadica occasione ci è capitata la fortuna di poter assistere al passaggio di una delle rare Triumph Trident o addirittura della "gemella" BSA Rocket 3! Le tricilindriche inglesi erano facilissime da identificare per via della loro "voce rauca", simile al ringhio di una bestia feroce! Da li a poco tempo il suono più famigliare è però diventato quello emesso dalla futuristica (per l'epoca..) Honda CB 750 Four. La maxi giapponese nel giro di pochissimo tempo dal suo arrivo in Italia, è diventata la vera e propria “best-seller” del mercato. I suoi quattro cilindri, ai tempi, sembravano qualcosa di assolutamente inavvicinabile, tanto da relegare le altre moto di cui ho parlato, al ruolo di " comprimarie" se non addirittura a quello di “moto di nicchia”, acquistate ed apprezzate solo dagli amanti del singolo marchio. Comunque sia, per noi vedere passare una Four era sempre una gioia per gli occhi e soprattutto, udirne l'ululato, lo era per le orecchie! Quando oramai stavo diventando grandicello, (ossia in età da motorino), nelle ultime uscite fatte insieme ai miei genitori, mi è capitato di udire una melodia tutta nuova. Questa musica sino ad allora praticamente inedita era quella emessa dai propulsori a due tempi delle Kawasaki 750 Mack IV e dalla Suzuki 750 GT: entrambe tricilindriche ma dal carattere completamente diverso: rabbiosa la moto di Akashi, con il raffreddamento ad aria; paciosa quella di Hamamatsu raffreddata a liquido. In quegli anni nella Classe Regina del Motomondiale, le 500 a due tempi di Yamaha e Suzuki avevano definitivamente scalzato la gloriosa MV Agusta dal ruolo di regina indiscussa dei GP che da circa quindici anni occupava! Il fatto di avere a disposizione delle moto dotate della “stessa tecnologia” di quelle che correvano e trionfavano nei GP stuzzicava non poco gli acquirenti! La conseguenza diretta fu che il sibilo rabbioso dei due tempi iniziò ad udirsi sulle nostre strade, sui nostri passi e quindi sul “nostro circuito” di quelle lontane domeniche. Il tempo da allora è passato, io sono cresciuto ed ho smesso di partecipare a quelle scampagnate domenicali, insieme ai miei genitori. Le moto sono molto cambiate con esse anche le “melodie” emesse dai loro scarichi. Va detto che allora elaborare una motocicletta e soprattutto “darle voce” installando degli scarichi liberi, era la regola e non l’eccezione! Da li a qualche anno anche io sono diventato un centauro e da allora non ho più abbandonato quella passione nata in me quando ero ancora un bambino. Ieri come oggi la prima cosa che mi colpisce di una moto è la sua “voce”. Ho sempre pensato che essa infatti ti dica subito tutto quello che devi sapere circa il carattere del mezzo che la emette. Purtroppo le cose non sono più come un tempo: dagli anni Settanta fino a metà dei Novanta, il motociclismo viveva in un clima di “beata anarchia”. Le norme anti-rumore erano praticamente inesistenti e comunque sia, da parte delle forze dell’ordine c’era una grande tolleranza a tal riguardo. Oggi invece siamo alle prese con una vera e propria “caccia alle streghe” in un clima di “tolleranza zero”. Le moto escono dalle Case con degli scarichi talmente “chiusi” da sembrare “motorette elettriche” anche se in realtà sono delle mille di cilindrata (le quattro cilindri nipponiche in maniera particolare). L’incauto centauro che decide di dare “voce alla propria amata” lo fa completamente a suo rischio e pericolo in quanto sa benissimo che in caso venga “pizzicato” la pena da pagare non sarà affatto leggera. Per fortuna, nonostante questo la moto ancora oggi come allora sa infiammare tanti (e tante..) giovani. Ciò significa che la passione è ancora viva nelle nuove generazioni anche se rispetto ai miei tempi, quella di oggi è una “passione con poca voce”..

giovedì 1 settembre 2011

La Ducati che vinse a Daytona..






















Daytona, 11 marzo del 1977. Nella foto vediamo il vincitore della 200 Miglia Cook Neilson in sella alla sua Ducati 750 SS N.31 (chiamata Old Blue). Accanto al pilota della Ducati ci sono gli alfieri della Kawasaki: secondo classificato, Dave Emde (a sinistra), schierato dal team ufficiale della Casa di Akashi; terzo classificato, Wes Cooley (a destra), portacolori del team Kawasaki Yoshimura. Con questa vittoria di una moto di Borgo Panigale sul famigerato circuito della Florida, nella gara più importante di tutto lo scenario AMA, si realizzò un altro sogno dell'Ing. Fabio Taglioni: vedere una “sua” moto trionfare oltre che in Europa, anche nelle gare d'oltre oceano. Il fatto poi che questa fosse schierata da un team privato, senza quindi l'appoggio diretto della Casa, fu una ulteriore prova della grande affidabilità, della velocità e della bontà generale del progetto. In fabbrica, a Borgo Panigale, l'Ing. Taglioni, progettista di quella fantastica moto, insieme a tutti i lavoratori della fabbrica bolognese fecero una gran festa per quello splendido trionfo. Questa vittoria, la cui cronaca venne riportata dalla stampa specializzata dell'epoca, in Italia non fu tanto clamorosa come quella di Paul Smart a Imola nel 1972. Essa contribuì però in maniera determinante a far conoscere negli Stati Uniti il nome e la storia di Ducati, suscitando presso gli appassionati d’Oltreoceano grande ammirazione e rispetto. Sempre nel corso della stagione AMA 1977, Neilson, in sella alla sua splendida 750 SS ottenne una serie di secondi posti: a Laguna Seca (California), a Sears Point e al Riverside International Raceway (California). Questi risultati lusinghieri provarono definitivamente che questa moto e questo pilota insieme formavano un binomio fortissimo e che la strepitosa vittoria di Daytona non fu un episodio fortunato.

Per saperne di più:

giovedì 28 aprile 2011

Ducati 888 Endurance


La Ducati 888 Endurance è stata concepita per le gare di durata come la 8 ore di Suzuka ed il Bol d'Or. Alla prima competizione ha partecipato condotta dalla coppia Roche e Falappa il 28/07/91, mentre alla ha preso parte con in sella: Roche, Falappa e Ferracci il 21/09/91.

CARATTERISTICHE TECNICHE:

MOTORE:
- 4 tempi, bilicindrico a L di 90 gradi
- Alesaggio e corsa 94x64 mm.
- Cilindrata totale 888 cc
- Rapporto di compressione 11,6:1
- Distribuzione bialbero, quattro valvole a comando desmodromico
- Lubrificazione forzata con pompa ad ingranaggi
- Raffreddamento ad acqua
- Alimentazione a iniezione elettronica indiretta Weber
- Frizione multidisco a secco
- Cambio a sei rapporti
- Trasmissione primaria a ingranaggi
- Trasmissione secondaria a catena

CICLISTICA:
- Telaio tubolare a traliccio
- Forcella anteriore oleodinamica
- Sospensione posteriore con monoammortizzatore progressivo
- Freno anteriore a doppio disco Ø 320 mm.
- Freno posteriore monodisco Ø 240 mm.
- Pneumatico anteriore 12/60 VR17
- Pneumatico posteriore 18/67 VR17

DIMENSIONI & PESI:
- Altezza sella 760 mm.
- Peso a secco 160 Kg.

PRESTAZIONI:
- Potenza 134 CV a 12.000 giri/min.
- Velocità massima oltre 290 Km/h

domenica 27 febbraio 2011

Grande Carlos!




Per una precisa scelta di chi scrive su Cesena Bikers si è trattato pochissimo di "attualità" per quanto concerne lo Sport del Motociclismo, dando quasi esclusivamente spazio a moto, piloti e competizioni del passato. Questa volta però trovo doveroso scrivre qualche riga in merito alla prima gara del Campionato Mondiale Superbike 2011. La corsa di Phillip Island che si è disputata questa notte ci ha reso alcuni spunti veramente interessanti. A parte il bel duello in gara 2 tra Max Biaggi e Marco Melandri per la piazza d'onore sul podio; a parte i due preziosissimi secondi posti ottenuti dal pilota romano in sella alla Aprilia che confermano ampiamente la forza di questo binomio, iridato nel 2010; la grande sorpresa della giornata è stata la doppietta ottenuta da Carlos Checa in sella alla Ducati del Team Althea. Volutamente, non ho pubblicato nulla su questo blog che fosse inerente al ritiro della Ducati in veste ufficiale dal massimo Campionato per le derivate dalla serie per non fomentare le già numerose ed aspre polemiche sorte in seguito alla discussa (e discutibile..) scelta in merito fatta dal management di Borgo Panigale. A questo punto però ritengo che sia giusto scrivere qualcosa in merito. Circa questa scelta effettuata dalla Ducati si è detto e scritto tanto. A conti fatti la versione ufficiale dei fatti, fornita per motivare questo ritiro è che la Casa bolognese abbia preso questa strada in quanto ritenesse che in base al regolamento attuale, le moto dotate di propulsore a quattro cilindri (ossia la concorrenza), siano avvantaggiate rispetto a quelle dotate di un bicilindrico (ovvero le sue). La doppietta odierna di Carlos Checa, ottenuta in maniera perentoria, sembra dirci che le cose non stanno così e che la 1198 abbia ancora molte frecce al suo arco da poter scoccare e che con uno sviluppo adeguato, possa essere ancora una delle "moto da battere". Sulla Gazzetta dello Sport di ieri (sabato 26/02/2011) Max Biaggi ha riassunto con efficace semplicità la situzione dicendo: "La Ducati si é ritirata in quanto si sentiva penalizzata dall'attuale regolamento tecnico; a mio avviso quello che li ha penalizzati seriamente nelle due passate stagioni é stata la gestione dei piloti prima e la scelta degli stessi poi..". A mio avviso questa spiegazione lucida ed immediata fornita dal pilota romano é quanto meno veritiera. So benissimo che coi se e coi ma i mondiali non si portano a casa, ma nella stagione 2010 se la Casa avesse dato pieno appoggio a Carlos Checa, la lotta del mondiale non sarebbe stata solamente una questione a due tra Max Biaggi e Leon Haslam. Allo stesso tempo nel 2009, con un semplice ordine di Scuderia ad Imola, i punti in più ottenuti da Haga sarebbero stati fondamentali per la lotta al titolo, finito come noto nelle mani di Spies e della Yamaha. Aggiungo inoltre (come pensiero personale) che la Ducati, dal 1988 ad oggi, abbia preso una vera e propria "bastonata" solo nella stagione 2010 avendone al contrario distribuite tante in passato. Mi viene quindi da pensare a quanto possa essere facile fare la "bella faccia" quando si vince e si hanno piloti come: Polen, Fogarty o Bayliss ma forse, di quanto ancor più lo sia mollare tutto alla prima difficoltà dando la colpa al regolamento del Campionato. Si è poi detto su diversi fronti che la Superbike sia stata abbandonata in veste ufficiale dalla Casa bolognese per poter convogliare uomini, mezzi e capitali alla volta del progetto MotoGP che, con in sella Valentino Rossi non ammette errori: se si perde è la Ducati a perdere e non il pilota pesarerse che ha vinto con ogni moto con cui ha corso. Se si vince, si è fatto il "minimo sindacale" dato il gran pilota che si ha in Squadra. Se questo sia vero o meno non è dato a sapersi a noi comuni mortali anche se è facile avere questo pensiero.. Purtoppo ad oggi (anche se le cose potrebbero cambiare anando avanti..) pare che tra la Rossa Desmosedici e Valentino Rossi non sia nato ancora l'amore e il pilota di Tavullia, nei test pre-campionato, sta prendendo sempre e comunque "paga" dagli avversari per la disperazione del popolo ducatista che da parecchio tempo a questa parte non vedeva la stupenda moto bolognese così in basso nelle classifiche. A tal proposito va detto che il Campionato del mondo Superbike ha reso veramente tanto alla Ducati in termini di immagine e conseguentemente di vendite, in un periodo, alla fine degli anni ottanta, che per la Casa di Borgo Panigale era di "vacche magrissime". Tutto il successo commerciale delle rosse bolognesi poggia le sue basi sulla immagine vincente tra le derivate dalla serie che moto come la 851, la 888, la 916, la 996, la 998, la 999 e la 1098 la hanno saputo conferire (sbaragliando per anni la concorrenza dei colossi nipponici) e non certo sull'unico titolo iridato ottenuto della Desmosedici. I piloti che il pubblico ha amato ed ha cercato di imitare, magari acquistando il Monster, sono stati Doug Polen, Carl Fogarty, Troy Bayliss, gente tosta, vincente e non dedita alle lamentele! Per fortuna però a far tornare il sorriso sui volti dei fans dal cuore desmodromico pare che quest'anno possa pensarci il buon Carlos Checa, pilota serio e veloce, che nonostante non sia sotto i riflettori come alcuni più blasonati compagni di Marca, corre sempre con spirito generoso, non lamentandosi mai e portando a casa delle importanti vittorie. Speriamo solo che a Borgo Panigale qualcuno se ne accorga e decida di aiutarlo, sviluppando la moto e fornendogli del materiale che lo gli possa dare una mano a rimanere ai vertici della classifica anche nei momenti più caldi della stagione. Per ora, in attesa del successo (o del tonfo?) del mega progetto Moto GP in questo 2011, accontentiamoci e godiamoci questo momento davvero magico, sia per il buon Carlos che per la Ducati, prima in classifica e a pieno punteggio, come accadeva negli "anni d'oro"!

venerdì 21 gennaio 2011

IOM 1978 la passione oltre la gara


















Il motociclismo nel tempo ci ha abituato a gare epiche che hanno lasciato una impronta indelebile nel cuore e nei ricordi degli appassionati. Il Tourist Trophy, per la sua natura stessa, è uno di quegli eventi del "motorsport" che di questo genere di corse indimenticabili ne ha regalate diverse. Se si volesse citare una edizione mitica per decennio, dagli anni sessanta ad oggi, si potrebbe elencare: 1967 l'infuocato duello tra Mike Hailwood e Giacomo Agostini nella classe 500; 1978 il ritorno di Mike Hailwood sull'Isola e la sua sfida con Phil Read in F1; una qualsivoglia vittoria di Joey Dunlop negli anni ottanta in sella alla Honda V4; 1992 la lotta tra Steve Hislop e Carl Fogarty al Senior TT; 2000 la vittoria nella F1 di Joey Dunlop a 48 anni. Sebbene ognuna di queste edizioni del TT è da considerarsi come la massima espressione del motociclismo sportivo in termini di spettacolarità, sprezzo del pericolo da parte dei piloti e ammirazione da parte del pubblico; tra di esse ce n'è una che ha forse un qualcosa in più: quella del 1978. Come già scritto in un post precedente, al TT del 1978 si sfidarono i due "pesi massimi" del motociclismo britannico ossia Mike Hailwood e Phil Read. Se un regista avesse dovuto scrivere la trama di questa corsa per ricavarne un bel film, molto probabilmente essa sarebbe stata assolutamente identica a come sono andati i fatti! I protagonisti: "Il buono" Mike Hailwood che ritorna al motociclismo dopo circa 10 anni di inattività e a 38 anni si mette ancora i gioco, salendo su di una moto che non ha ancora dimostrato nulla, mettendo a rischio una reputazione di 9 volte iridato e 12 volte (a quel tempo) trionfatore proprio al TT. "Il cattivo" Phil Read, che anni prima aveva detto che non avrebbe mai più corso su quel "dannato circuito" ma che poi dietro le lusinghe della Honda, la quale gli affidò una moto velocissima (oltre ad un lauto compenso..), fa il suo ritorno, duro e determinato come sempre. "La trama": i due danno vita ad un duello infuocato fatto di record sul giro ad ogni passaggio. "Il gran finale": la moto di Phil Read sfinita dallo stress impostogli dal suo pilota cede, Mike Hailwood che era già in vantaggio trionfa, acclamato dalla folla. Persino il rivale lo va ad applaudire, riconoscendo il suo immenso valore. La leggenda inoltre vuole che Phil Read la sera partecipi ai festeggiamenti organizzati per il vincitore. Come velocemente descritto quindi questa edizione del TT mise sul piatto il necessario per restare per sempre nella storia, oltre che da un punto di vista puramente sportivo anche da un piano umano. Ducati ed Honda che avevano fatto parte di questa contesa capirono la portata dell'effetto generato dal TT del 1978 e il conseguente successo commerciale che esso avrebbe potuto riscuotere tra il pubblico. Decisero quindi entrambe di allestire due "special" di serie ossia la 900 MHR e la CB 750 Phil Read Replica. Di fatto quindi veniva offerta al pubblico la possibilità di acquistare la moto (una replica, omologata per la circolazione su strade aperte al traffico..) delle moto che erano state cavalcate dai due grandi piloti. Entrambe le moto sono ancora oggi bellissime e hanno mantenuto altissimo il loro valore, rappresentando per gli appassionati due veri "pezzi" da collezione. Esse sono due progenitrici delle attuali Superbike ed hanno aperto la strada a quella che oggi è una regola per le Case motociclistiche ossia avere in listino la propria race-replica; nei primi anni ottanta questa non solo era un'eccezione ma lo si poteva considerare un e proprio "azzardo", ancor più per la piccola Casa bolognese che non per l'immenso colosso nipponico. Per fortuna il mondo dei motociclisti è fatto di cuore e passione molto più di quanto non sia fatto di razionalità: è proprio grazie a questi che moto come la Ducati 900 MHR e la CB 750 Phil Read Replica hanno visto la luce, segnando per sempre la storia del nostro sport!
Per saperne di più:
La storia del TT 1978:
Ducati 900 MHR:

lunedì 18 ottobre 2010

"Sliderman" episodio 2























La saga di "SLIDERMAN" va avanti.. Dopo il primo episodio, interpretato da Randy Mamola in sella alla Cagiva nel 1989 (vedi link allegato) ora è il giovane "attore" australiano Casey Stoner a darci la sua versione di questo mitico SUPEREROE e recitare questa parte gli viene naturale come bere un bicchiere d'acqua! Che siano le moto di colore rosso a ispirare questi attori e a farli entrare magnificamente nel personaggio?


"Sliderman" episodio 1:

Casey Stoner Phillip Island 17 ottobre 2010:

lunedì 11 ottobre 2010

La distribuzione DESMODROMICA

Era il lontano 1893 quando il parigino Claude Bonjour depositò a Ginevra un brevetto che decise di chiamare “desmodromique”. Nel nome già c’era una sintetica spiegazione del funzionamento di quello che sarebbe poi diventato il motivo distintivo e d’orgoglio di ogni possessore di moderna Ducati. Desmodromico viene dall’unione delle due parole greche “desms” e “dromos” che significano rispettivamente obbligare e percorso, ma andiamo con ordine e rispettiamo la cronologia degli eventi. Negli anni successivi ripreso e perfezionato, il sistema trovò impiego in campo automobilistico equipaggiando per lo più modelli sportivi, performanti o comunque lussuosi nei quali gli elevati costi costruttivi e di frequente manutenzione avevano scarsa rilevanza. Nel dopoguerra e fino alla metà degli anni ’50 la distribuzione desmodromica equipaggiò più di un modello Mercedes e si rivelò una scelta vincente nelle competizioni automobilistiche. Furono forse proprio questi lusinghieri risultati a spingere un giovane ing. Taglioni, assunto in Ducati nel ’54 in qualità di direttore tecnico, a studiare e perfezionare tale complicato sistema di distribuzione, tanto da generare, nel ’56 la prima applicazione del sistema in campo motociclistico. Nacque così la Ducati Desmo 125 che altro non era che l’evoluzione della Ducati Gran Sport 100, monocilindrica progettata a tempo di record dallo stesso Taglioni e affettuosamente denominata Marianna, a cui l’ingegnere di Lugo ebbe la brillante intuizione di applicare la distribuzione desmodromica trialbero.

Ma perché accanirsi e volere così fortemente un sistema tanto complicato costruttivamente, in termini di manutenzione e certamente non economico? Cosa lo rendeva meccanicamente superiore ai sistemi di gestione della corsa delle valvole tradizionali?

In tutti motori a 4 tempi l’apertura delle valvole è garantita da una camma che può agire direttamente sullo stelo della valvola o su un rinvio (distribuzione ad aste e bilanceri), mentre la chiusura viene normalmente affidata a molle cilindriche montate coassialmente alle valvole stesse. Tale tipo di gestione della corsa di ritorno delle valvole presenta l’indiscusso vantaggio rappresentato dalla semplicità costruttiva, ma in motori particolarmente performanti anche una serie di limiti intrinseci. La cosa più evidente è che le molle sottraggono una certa quantità di potenza al motore stesso in quanto questo deve vincere la rigidità delle molle, per mezzo delle camme, per far si che le valvole si aprano e questo è tanto più vero quanto più è performante il motore. La potenza del motore è legata anche al regime che questo può raggiungere e quindi più è elevato il regime al quale si vuole tendere, più rigide dovranno essere le molle delle valvole affinché possano garantire un ritorno sufficientemente rapido, maggiore sarà la potenza richiesta per vincere la rigidità della molle; potenza, questa, dissipata in resistenze meccaniche e che non verrà scaricata a terra…!! In secondo luogo, la capacità dei motori di resistere a sollecitazioni e quindi a regimi sempre più elevati ha cominciato ad evidenziare i limiti delle molle nella rapidità di chiusura delle valvole: pur aumentando la rigidità delle stesse, infatti, esse non riuscivano a chiudere le valvole con sufficiente rapidità dando vita al fenomeno dello “sfarfallamento”. Con l’introduzione della distribuzione desmodromica si è voluto ovviare a questi, chiamiamoli così, inconvenienti, ma che in verità sono limiti delle distribuzioni tradizionali. In un motore desmo, infatti, non solo la corsa di apertura della valvola è gestita da una camma (blu in figura), ma pure il ritorno: viene introdotta così una seconda camma (in figura rossa) che complementarmente alla prima agisce su un bilancere e gestisce il ritorno della valvola. Grazie a questa soluzione meccanica è possibile raggiungere regimi impensabili per una distribuzione tradizionale incapace, come detto, di assicurare una corretta velocità di ritorno delle valvole; ancora grazie all’assenza delle molle vengono

minimizzate le resistenze meccaniche derivanti dalla distribuzione e questo si ripercuote positivamente sui consumi; in ultimo questo sistema permette di ottenere dei diagrammi delle alzate delle valvole particolarmete spinti, ovvero a dire che è possibile profilare le camme in maniera tale da avere una corsa delle valvole estremamente rapida a tutto vantaggio nuovamente delle prestazioni e del rendimento.


Inutile dire che, come per tutte le cose, esistono pro e contro e nel caso specifico gli aspetti negativi sono rappresentati dalla complessità costruttiva e di progettazione e dal costo dei maggiormente frequenti interventi di manutenzione richiesti per mantenere costanti i giochi che consentono all’apparato di funzionare.

Matteo "Tasso" Tassinari

giovedì 16 settembre 2010

Smart su Spaggiari per un goccio di benzina..














Con l'annuncio della rievocazione storica della 200 Miglia di Imola in programma nel week-end che andrà dal 01 al 03 ottobre 2010, ho aperto tutta una serie di post inerenti a questo argomento. Su Cesena Bikers avevo già scritto in passato circa le imprese di Paul Smart e Bruno Spaggiari che infuocarono la prima edizione della "Daytona d'Europa" con il loro mitico duello, risoltosi solo poche centinaia di metri prima del traguardo a causa della fine del carburante nel serbatoio del pilota italiano. In questo articolo voglio riproporre una piccola cronaca di questa epica sfida tra le due moto di Borgo Panigale che infiammò i 100.000 assiepati lungo il Tracciato del Santerno, riportando le parole scritte da un grande giornalista che visse in primam persona questo evento. Vado quindi a proporre l'articolo che comparve su "Il Resto del Carlino" di Bologna all'indomani di quella storica 200 Miglia e che porta la firma del Ezio Pirazzini:
Il varo della Daytona di Imola era strepitoso, superiore ad ogni aspettativa. La corsa del secolo appariva tale per 42 giri, fintanto che Agostini non si fermava col suo bestione sfiatato e ansante per lo sforzo sostenuto. Da quel momento le due Ducati di Smart e Spaggiari, si involavano verso il prestigioso e milionario traguardo della 200 Miglia Shell, la corsa che appunto entrava negli annali della storia come la Daytona d'Europa. Il tandem della Ducati, tolti i primi quattro giri lasciati a Giacomo Agostini, dominava per tutto il resto della contesa con un piglio e una autorità tali da lasciare increduli sulla possibilità elevata e continuata per 321 Km. La lotta fra i due si svolgeva all'insegna dell'ultimo goccio di benzina, perché Spaggiari, in testa fino all'ultimo giro, alla discesa della Rivazza, doveva rassegnarsi a spendere con parsimonia il suo residuo di carburante, lasciando così via libera a Smart giunto quasi a secco pure lui. Anche il Direttore di Corsa, Checco Costa rimaneva talmente sbalordito di questo finale a sorpresa che abbassava la bandiera a scacchi sull'italiano di Reggio Emilia. Spaggiari aveva fatto da battistrada dal 56° al 62° giro, anzi era rimasto in tale posizione fino a poche centinaia di metri dal termine, dimostrando quindi di essere degno di un traguardo che meritava, oltretutto, per festeggiare la sua seconda giovinezza sulle soglie dei quarant'anni.
Quanto Agostini sia permesso dire che aveva colto il destro per compiere una delle gare più belle e impegnate della sua carriera. La sconfitta non lo ridimensionava ma ne ingigantiva il tratto. Quando era costretto a fermarsi per la rottura del motore, Agostini era terzo a sette secondi dalla lepre Smart. Intelligentemente stava sostenendo un ruolo d'attesa come lui stesso sottolineava: "C'erano ancora molti giri da compiere e più di una probabilità per recuperare. Non so proprio se fossi riuscito a farcela, però avevo realizzato il giro record come i miei due antagonisti e sette secondi sono una inezia nel contesto di una maratona del genere. Chissà..!".
A conclusione dell'amaro sfogo, dopo essersi battuto come un autentico gigante, Agostini aggiungeva:"Potevo anche vincere e sarebbe stato il giorno in cui avrei vinto veramente io". L'allusione al mezzo meccanico sperimentale non completamente all'altezza della situazione appariva evidente. Infatti la sua MV 750, con trasmissione a cardano, ballava la samba nelle accelerazioni imponendo al suo fantino miracoli d'equilibrismo per mantenerla in linea. Il trionfo della Casa di Borgo Panigale recava anche un marchio imolese, quello del progettista ing. Taglioni non nuovo del resto a imprese del genere.
Le moto inglesi che mai avevano vinto Imola e che nell'occasione speravano, si arrendevano ancora. un italiano era il loro miglio guidatore. Walter Villa buon terzo a 29" da Smart. Phil Read, era quarto dopo essersi mantenuto sempre nelle prime posizioni. Fatto curioso il vincitore Paul Smart proprio il giorno del suo trionfo compiva i 29 anni e riceveva un bel regalino: oltre 7 milioni di lire di premio, una motocicletta che ne valeva altri due, più bazzecole varie. Una giornata doppiamente felice per il ragazzone californiano che aveva scoperto per primo l'Eldorado del motociclismo.
Ezio Pirazzini

Per saperne di più:

lunedì 5 aprile 2010

TT 1978 Mike is back!

Pubblico questi filmati inerenti al trionfale ritorno di Mike Hailwood alle competizioni motociclistiche datato 1978 dopo che il pluricampione britannico era stato "lontano dalle scene" per circa un decennio. Per maggiori dettagli in merito allego il link al post da me scritto in precedenza su Cesena Bikers:

http://cesenabikers.blogspot.com/2010/01/isle-of-man-1978-mike-bike-in-legend.html

domenica 24 gennaio 2010

AUTO-POLIS 2009: DUCATI NCR 950 TT-1 1979 & DUCATI 750 1973

Pubblico su Cesena Bikers questo filmato spettacolare, che ho trovato su You Tube. Vedere girare su di una pista giapponese queste due fantastiche moto italiane, capire la passione di questi tecnici e piloti nipponici per questi incredibili mezzi che hanno fatto la storia del grandioso Marchio bolognese lascia senza parole. Allego inoltre per chi volesse approfondire la propria "cultura" in merito, tutti i link dei post che ho pubblicato su Cesena Bikers i quali abbiano un legame con le due moto che in questo video vediamo in azione. In caso di problemi di visualizzazione del video, allego questo link You Tube cliccando il quale si può vedere:

http://www.youtube.com/watch?v=WHoEB3nXO_c

Per saperne di più:
http://cesenabikers.blogspot.com/2009/02/ducati-750-gt.html

http://cesenabikers.blogspot.com/2009/01/ducati-750cc-ss.html

http://cesenabikers.blogspot.com/2009/12/ducati-900-mhr.html

http://cesenabikers.blogspot.com/2008/12/paul-smart-ducati-750-cc-imola.html

http://cesenabikers.blogspot.com/2008/12/bruno-spaggiari.html

http://cesenabikers.blogspot.com/2009/01/cook-neilson.html

http://cesenabikers.blogspot.com/2010/01/isle-of-man-1978-mike-bike-in-legend.html

Bimota: DB8 e HB4 moto2

All'EICMA edizione 2009 abbiamo appreso una bellissima notizia per quel che riguarda il motociclismo agonistico: la BIMOTA tornerà a correre e lo farà schierando le proprie moto nella neonata categoria Moto2. Da anni,purtroppo, la celebre Casa riminese è lontana dalle competizoni valevoli per l'assegnazione di un titolo iridato. La storia agonistica della Casa di via Giaccaglia a Rimini ha inizio alla fine degli anni settanta, toccando l'apoteosi nel 1980 quando si è aggiudicata il Campionato del Mondo nella classe 350cc, sia col pilota Jon Ekerold sia come Costruttore. Nel 1987, la Bimota si è fregiata di un altro alloro, vincendo il Campionato del Mondo TT F1 (l’antenato della Superbike) con in sella Virginio Ferrari. L'attività agonistica ai massimi livelli della Bimota è ripresa tra la fine degli anni novanta e l'inizio del nuovo millennio. Purtroppo però i problemi economici nella quale l'azienda romagnola versava all'inizio di questo decennio hanno avuto come effetto immediato l'interruzione del grande progetto che vedeva la magnifica SB8 impegnata nel mondiale SBK. Il tutto è successo proprio mentre i risultati stavano iniziando ad arrivare, mettendo in mostra la bontà della moto, equipaggiata col bicilindrico Suzuki. Il mezzo schierato dal team BIMOTA ufficiale, capeggiato da Virginio Ferrari e dal mitico Franco Farnè infatti già alla seconda gara della stagione d'esordio, ha colto una grandiosa vittoria sul circuito australiano di Phillip Island con in sella Antony Gobert. Il cambio di management e la risoluzione dei gravi problemi finanziari, hanno portato in breve l'azienda Riminese a vedere ancora una volta le competizioni come vetrina essenziale per promuovere al mondo la bontà dei propri prodotti. La cosa è stata ovviamente (ed intelligentemente) graduale, tanto che l'Azienda ha schierato in un primo momento le sue moto nei campionati Supertwins e Ducati Desmo Challenge, più economici di SBK e Motomondiale, ma estremamente apprezzati dagli appassionati. Il passaggio dalla 250 alla Moto2 come classe intermedia del Motomondiale è fatto si che a Rimini si accendesse di nuovo il fuoco delle competizioni con la C maiuscola. Il management attuale ha quindi deciso di investire in questa nuova grande avventura. Da appassionato non posso che essere veramente felice di aver appreso questa notizia, anche perchè allo stato attuale dei fatti questo rappresenta uno dei pochi motivi d'interesse che questo cambio di categoria abbia sino ad ora suscitato in me. Faccio quindi un grande IN BOCCA AL LUPO alla Casa riminese, sperando di tutto cuore che le sue moto possano in breve tornare a svettare sulla concorrenza, aggiungendo altro lustro al prodotto italiano nel mondo!
Per saperne di più:
http://cesenabikers.blogspot.com/2009/02/bimota.html

http://cesenabikers.blogspot.com/2010/01/se-il-buongiorno-si-vede-dal-mattino.html

giovedì 7 gennaio 2010

Isle of Man 1978, Mike "the bike" in the legend!













A causa di problemi nell'upload di questo video, allego il link di You Tube al quale potrete vederlo:
http://www.youtube.com/watch?v=vQAjZIQ19W0&feature=PlayList&p=4D97162204F8DC7D&playnext=1&playnext_from=PL&index=38

Il motociclismo, da sempre è fatto di imprese, gare storiche, vittorie o sconfitte che hanno fatto leggenda. E’ fatto di piloti e mezzi che rimarranno per sempre nella memoria degli appassionati, di momenti esaltanti ed altri bruttissimi. Da sempre è fatto di quella passione che esalta le folle e fa si che alcune gare restino per sempre nella storia. Uno dei momenti più esaltanti dello sport che tanto amiamo è rappresentato senza ombra di dubbio dalla storica vittoria ottenuta da Mike Hailwood nella classe F1 al TT dell’Isola di Man nel 1978. Questa vittoria è una delle pagine più belle e pure del motociclismo mondiale e la magia che essa racchiude sta nel fatto che tutto è nato per quasi per caso. Sul mitico Mike “the bike” Hailwood, ho già scritto un post in precedenza. Quella che voglio raccontare oggi è “solo” una gara della sua lunga e luminosa carriera. Agli occhi di molti può apparire come un episodio, anche di caratura inferiore rispetto ai 9 titoli iridati conseguiti e alle 74 vittorie nei GP. Chi ama il motociclismo (quello vero..) però può confermare che a volte, una gara, un episodio possono rendere ancora più brillante una carriera già di per se luminosa e, far si che un pilota resti per sempre nel cuore di chi ama questo sport. Si dice che quando agli inizi della primavera 1978 a Borgo Panigale arrivò la notizia di preparare una moto per disputare la F1 del Tourist Trophy pensarono a un pesce d’aprile! Quando però venne fatto il nome di Mike Hailwood tutti sobbalzarono e ognuno si mise a disposizione per l’impresa. Fu una vera e propria scommessa. Anche se si trattava di affidare una bicilindrica da “inventare”, a un “number one” del calibro dell’inglese: nove volte campione del Mondo e trionfatore all’Isola di Man la bellezza di 12 volte sempre davanti a grandi campioni quali Giacomo Agostini e gary Hocking. Tuttavia Mike aveva chiuso “ufficialmente” con le moto, con il forfait della Honda nel 1968, dopo aver conquistato una stupenda doppietta iridata nel 1967 (titolo della 250 e della 350) e aver sbancato al TT con tre primi posti nella 250, 350 e 500 piegando Giacomo Agostini proprio nella classe regina in una corsa memorabile, passata alla storia come “la gara!”. A dire il vero Hailwood, dopo una scialba prova a Riccione con una Honda 500 spompata, si era fatto tentare ancora dalle due ruote nel 1971, a Daytona con la BSA Rocket 3 750 e con una clamorosa e strombazzata rentree con le Benelli 350 e 500 nella famosa sfida (persa) con Agostini a Villa Fastiggi di Pesaro. Ma per un decennio il fuoriclasse inglese nato a Oxford il 2 aprile 1940 era diventato un pilota automobilistico a tempo pieno, raggiungendo risultati discreti anche in F 1, ma non la vetta. La carriera di Mike Hailwood in F1 ebbe fine quando incappò in un terribile incidente sul pericolosissimo tracciato del Nurburgring. Il pilota britannico finì fuori pista e rimase incastrato per circa trenta minuti tra le lamiere della sua auto. Le ferite che riportò agli arti inferiori furono terribili, tanto che la gamba destra, gli rimase più corta di un paio di cm rispetto a quella sinistra. Nonostante questo incidente, dopo una lunga carriera fatta di titoli e vittorie a grappoli con le moto e qualche bella soddisfazione, pur se ad un livello inferiore, con le auto, Mike poteva considerarsi anche un uomo fortunato: in quei tempi il motomondiale, la F1 ed altre categorie al limite erano un continuo sfidare la morte, su ogni curva ed ogni rettilineo e tutto sommato rimanere vivi dopo aver vissuto sulla propria pelle entrambe le esperienze non era cosa da sottovalutare. Nel 1977, Mike Hailwood era un tranquillo uomo di 41 anni, che viveva in Nuova Zelanda. Sposato con una bella donna, decisamente benestante, leggermente sovra peso e ancora unanimemente considerato il miglior motociclista del pianeta insieme al campionissimo Giacomo Agostini. Perché allora il fuoriclasse britannico volle tornare a gareggiare? Cosa poteva spingere ora un uomo a ritornare alle gare, contro avversari mai visti, ad undici anni dalla sua ultima corsa in moto? Cosa gli fece scegliere la corsa più difficile e pericolosa: il Tourist Trophy, dove lui aveva già scritto la sua leggenda? Se chiedete a Pauline Hailwood (vedova di Mike) per quale ragione suo marito decise di tornare alle gare nel 1978, lei vi risponderà, molto semplicemente: per noia e per dimostrare a se stesso che nonostante tutto poteva ancora farcela. Mike infatti soffrì tantissimo dell’incidente che gli capitò in F1, ma non tanto (o per lo meno non solo) per il dolore fisico, ma per la consapevolezza che da quel momento non sarebbe più stato competitivo. Mike era perfettamente conscio del cambiamento incredibile che il motociclismo aveva compiuto durante la “sua assenza”: le velocità erano ora molto più alte, gli angoli di piega molto più accentuati, e lo stile col ginocchio fuori totalmente avulso a quello in uso ai suoi tempi. Chiunque si sarebbe scoraggiato. Chiunque si sarebbe goduto il denaro, la bella moglie ed una vita di certezze e sicurezze. Qui però si sta parlando non di un campione qualsiasi, ma del più grande. A completare il quadro di quella, che sarebbe già una grande sfida, ci si può aggiungere che Mike, il buono di questa storia, l’eroe impavido che sfida la morte e se stesso, trova al suo arrivo sull’isola il perfetto alter ego: il “cattivo” della vicenda. E lo trova nella persona di Phil Read. Se sull’isola di Man del 1978 c’è qualcuno che può considerarsi odiato è il vecchio Fil di Ferro. Perché nel 1972, era con Agostini a capo dei piloti insorti contro il TT. Rivolta dettata dai troppi rischi del TT, ma anche dalle paghe ridicole che i piloti ricevevano, per quella che in fondo era una gara che durava due settimane. Ma se Agostini, pur di fronte a laute offerte, si è sempre in seguito rifiutato di tornare a correre davvero sul Mountain, dandosi a vedere agli isolani come uomo di coerenza, Phil Read nel 1977 cedette ai suoi sogni, e tornò a Douglas. Certo non solo per romanticismo ma anche (e soprattutto) per i soldi degli organizzatori. E per questo gli isolani (la gente comune), lo odiarono, vedendo in lui un traditore, un venduto. L’astio arrivò a tal punto che Read venne preso a sassate in velocità durante le prove, i benzinai si rifiutavano di fargli benzina e gli alberghi di ospitarlo. Questo non intaccò il suo rendimento e vinse due gare, venendo premiato tra i fischi. Ma quando Read si presentò nuovamente sull’isola, per affrontare il TT 1978, si trovò da subito applicato un nomigliolo: “badie” ossia cattivo, in quanto quello era il suo ruolo. Inutile dire che per una sfida di questo livello, la cornice era inimitabile. Se chiedete ad un qualsiasi isolano, quand’è stato che si è vista la massima affluenza per un TT? Lui vi risponderà nel 1978, quando tornò Mike the Bike. Appena infatti si seppe del “come back” di Hailwood, gli appassionati prenotarono in massa i voli, i traghetti, gli alberghi. Effettivamente nessuno se l’aspettava; i più ottimisti potevano al massimo sperare in un giro d’onore del Re in esilio dorato, non di certo una lotta per dimostrare che il suo posto era ancora sul trono. I genitori avevano modo di sognare, ed i figli di vedere in azione l’uomo di cui tanto avevano sentito parlare. Ed il TT, che solo due anni prima, perdendo il suo status di gara di campionato, sembrava spacciato, era tornato di prepotenza ad essere la gara piu’ importante del mondo. Per le gare Mike the Bike si assicurò una Ducati per la F1 e delle Yamaha per le altre gare. Alla Ducati Mike era “di casa”. Nel 1960 papà Stan, ricco commerciante di motociclette nel Regno Unito, a suon di sterline acquistò per il promettente rampollo alcuni bolidi di Borgo Panigale, fra cui la famosa bicilindrica 250. In questo contesto, alla NCR, con il supporto ufficiale della Casa (all’epoca di proprietà statale prima di passare ai fratelli Castiglioni della Cagiva) ci si mise “di buzzo buono” partendo dal bicilindrico 4 tempi a V di 90° desmo 900 ss stradale. Il propulsore si avvalse delle sapienti “cure” del guru della Ducati britannica Steve Wynne e alla fine l’”inedito” 883 (sui 75 CV a 7500 giri), chiuso in un traliccio a tubi d’acciaio, fu ritenuto idoneo a dar battaglia ai ben più potenti quattro cilindri ufficiali di Honda e Suzuki collocati su telai squisitamente racing. Agli occhi degli addetti ai lavori Mike partiva decisamente sfavorito su questo mezzo, a corto di cavalli contro le Honda Ufficiali. Ma se la Honda aveva il motore, il pompone aveva il telaio ed Hailwood in prova, ottenne un ottimo tempo, vicino al record sul giro. Tutte le chiacchere sul troppo vecchio, troppo diverso, troppo tempo fuori dalle gare furono azzerate in 60km di maestria: chi voleva il primo posto doveva fare i conti anche con lui! E pensare che Mike, nei primissimi momenti dopo aver deciso il rientro, pensò di farlo a patto di iscriversi con uno pseudonimo, in modo che se avesse rimediato una brutta figura, il suo nome e la sua fama non ne sarebbero usciti “macchiati”. Come disse il suo manager e biografo, nonché fautore in gran parte del rientro di Mike, Ted Maculaey, la pressione sulle spalle del pilota era enorme: lui aveva mantenuto con la stampa e gli avversari un profilo basso, al punto di chiedere a Mick Grant, forse il pilota migliore su quelle strade nel 1978, di fargli da traino per un giro, per rinfrescargli la memoria! “Fu come se Dio mi chiedesse di spiegargli la Bibbia” disse lui. Nella realtà dei fatti Mike era arrivato sull’isola ripulito, motivato ed in forma fisica. E l’idea non era di ben figurare. L’idea era di vincere ed anche con un certo stile. Man mano che prese coscienza della sua grande forza, Mike si rese conto che solo un Phil Read in stato di grazia, in sella a una Honda preparata apposta per il Montain Circuit poteva rappresentare un ostacolo serio tra lui e la vittoria! Fu per questo che Hailwood, il quale partiva con il n°12, 50 secondi dopo Read col n°1, preparò un piano preciso. La tattica di gara di Mike “the bike” era semplice ed efficace: Andare a prendere il diretto avversario sulla strada, ancor prima che sul tabellone dei tempi. Il giorno della gara iniziò malamente: Hailwood cadde con la 250 in prova, al rampino di “governor’s bridge”. Lui era incolume e si avviò a piedi ai box, per cercare la concentrazione giusta per la sfida. Partì come detto col numero 12. Alla caccia di Phil Read. Con la sua nuova tuta bianco-rossa, Mike guidava la straordinaria moto preparata in poco tempo e con pochi mezzi, come se “indossasse” un vestito tagliato su misura. Nelle prime fasi della gara fu Tom Herron a condurre brevemente, ma dopo iniziò il lungo solo del virtuoso. Mike semplicemente faceva un altro sport, ed alla fine del 2° giro aveva preso Read, che era partito 50 secondi prima. La “cavalcatura” potente e agile, con i colori della Castrol (che per una bellissima coincidenza coincidono con quelli della bandiera italiana: verde-bianco-rosso), eseguiva perfettamente i comandi di un sapiente e implacabile fantino, che per un giorno tornava a far sognare e a dettare ancora la legge del più forte. La gara era finita ma Read segui’ come un ombra il rivale: sembrava che l’orologio fosse tornato indietro di 10 anni, con i due vecchi campioni che si fiancheggiavano come nei tempi d’oro. Durò finchè Read, per tenere il passo di Mike, sbudellò il motore della sua moto. Sporco d’olio, dopo un paio di sbandate pazzesche per il lubrificante finito sulle gomme, Fil di Ferro non potè fare altro che fermarsi a bordo strada. Quando tagliò il traguardo l’isola esplose come in un boato e con essa la moto di Mike. 100 metri dopo l’arrivo la Ducati clamorosamente ammutolì. Fu l’apoteosi: Davide batteva Golia! Persino un fuoriclasse “duro” come Phil Read alla fine abbracciò Mike e chiese di salire (da fermo) sul bolide italiano. Mike era tornato ad essere il sovrano di quel regno che gli era sempre appartenuto: l’isola di Man era l’isola di Hailwood! Trecentomila persone si tolsero il cappello, in silenzio per ascoltare l’inno di Mameli. Il rombo del bicilindrico Made in Italy li aveva conquistati. Hailwood consegnava se stesso alla leggenda del grande sport. Sua moglie Pauline ricorda che Mike era incredibilmente calmo, quando gli telefonò dopo l’arrivo disse che non si rendeva ancora conto di quello che aveva ottenuto anche se aveva fatto quello che rende diversa una superstar da un normale campione: reso l’impossibile non una cosa nemmeno concepibile, ma un cosa semplicemente difficile ma fattibile. Phil Read andò a complimentarsi con lui in albergo, senza nemmeno essersi tolto la tuta della Honda Britain, ed a dispetto della pessima nomea che aveva in quei giorni, era sinceramente ammirato. Aveva avuto modo di seguirlo per tre giri e mezzo, tre giri e mezzo ed era rimasto estasiato dalla guida di Hailwood. “Forse”, disse Read, “se la mia Honda non si fosse rotta, avrei potuto pressarlo sin sul traguardo e magari la sua Ducati sarebbe scoppiata un chilometro prima, ma sarei diventato il più odiato vincitore della storia del TT e non so se mi avrebbero fatto salire sul podio vivo!”. Dopo questa gara il TT di Mike proseguì senza altri acuti, principalmente per le rotture delle Yamaha con cui correva. Ma l’anno dopo tornò e con la Suzuki RG500 ottenne un’altra vittoria, nella Senior. La n°14. Da li a poco abbandonò l’attività agonistica. Per sempre. In quel 1979 si chiuse un era, quella dei Read, degli Agostini, degli Hailwood e si apriva quella di uomo semplice e buono, antidivo per eccellenza e quasi analfabeta: Joey Dunlop. Il primo a superare in numero di vittorie Mike the Bike seguito da John McGuinnes che attualmente ne vanta 15 e da Molineaux, con 14 vittorie è insieme a Mike Hailwood il terzo pilota più vittorioso di sempre sull’Isola di Man. Quello che ha senza dubbio dell’incredibile in questa fantastica vicenda è che tutto iniziò quasi per scherzo! Infatti una serata in un pub inglese Mike, alticcio, mise in palio una birra per il suo ritorno al TT. Grazie a lui e alla Ducati quella birra è diventata una icona. Quel 2 giugno 1978 “Mike the Bike” e la Ducati misero a segno una storica impresa. Un trionfo tanto clamoroso quanto inatteso che costituì le basi per il grande lancio dei bicilindrici bolognesi in tutto il mondo. A volte, come accadde in quel 2 giugno 1978, i sogni diventano realtà!
Per saperne di più:
http://cesenabikers.blogspot.com/2009/02/mike-bike-hailwood.html
http://cesenabikers.blogspot.com/2009/12/ducati-900-mhr.html

martedì 29 dicembre 2009

DUCATI 900 MHR & 1000 MHR













Le moto prodotte a Borgo Panigale, hanno trovato ampio spazio sul blog Cesena Bikers sin dalla nascita di quest'ultimo. Il grande amore, provato per le bicilindriche italiane (specie se raffreddate ad aria), siano esse Moto Guzzi o Ducati non è infatti mai stato celato da chi stà scrivendo. Proprio in questi giorni, parlavo della moto in questione con il mio amico Max Magnani. Caparbio e strettamente ancorato alle sue idee, è grandissimo appassionato di Ducati e, come già scritto in un post precedente, creatore di una spettacolare versione della Sport Classic, ispirata proprio alla moto che nel 1978 ha trionfato sull'Isola di Man con in sella Mike the Bike e alle altre cavalcature bolognesi che negli anni settanta hanno dato grande lustro alla Casa felsinea. Da questa conversazione ho tratto lo spunto per pubblicare l'articolo che state leggendo, scrivendo di una delle più belle motociclette che siano state prodotte all'inizio degli anni ottanta. La Ducati MHR (acronimo di Mike Hailwood Replica) è un modello di motocicletta prodotto dalla casa bolognese Ducati dal 1979 al 1986. Presentata al Salone di Londra 1979, giusto un anno dopo la vittoria di Mike Hailwood al Tourist Trophy (categoria TT F1) in sella a una 900 SS nata dalla collaborazione tra Ducati e NCR: la moto venne preparata da Steve Wynne della Sport Motorcycles sia nel motore che nella ciclistica, con modifiche al telaio e ammortizzatori Girling. La moto quindi di base una 900ss NCR, presentava diversi interneti fatti dalla Ducati. Il campione britannico, in sella alla moto italiana vinse a sorpresa, battendo le potenti spécial di produzione giapponese. La "MHR" riprende dal mezzo vittorioso sul Mountain Circuit la colorazione bianco-rosso-verde tratta non dalla livrea del nostro tricolore (come in moltissimi pensarono) ma da quella della Castrol, fornitore dei lubrificanti e sponsor storico del campione britannico (la moto infatti era colorata esattamente come una "latta" d'olio Castrol). La moto, palesemente votata ad un pubblico sportivo (non era neppur dotata di avviamento elettrico), venne ideata e creata per lo "zoccolo duro" dei Ducatisti, desiderosi di possedere una race-replica. La 900 "MHR" fu quindi la madre delle attuali"superbike replica" che ancora oggi fanno impazzire gli appassionati. Imponente e maestosa, era la vera moto per veri bikers. La meccanica è derivata da quella della 900 SS: un bicilindrico a V di 863,9 cc monoalbero coppie coniche con distribuzione desmodromica da 72 CV, alimentato da due carburatori Dell'Orto PHM 40, con cambio a cinque rapporti. Per quanto riguarda la componentistica, sono stati utilizzati prodotti di elevata qualità: strumentazioni Nippo Denso (poi riproposta sulla Darmah) sospensioni Marzocchi, freni (due dischi davanti e uno dietro) Brembo, cerchi in lega Speedline, scarichi Silentium. Dopo una prima serie limitata a 300 esemplari, nel 1980 arrivò una seconda versione, dotata di un nuovo serbatoio più capiente (da 24 litri anziché da 18), carena in due parti e cerchi in magnesio FPS. Nel 1981 fu presentata la seconda serie della MHR, restilizzata (ora vi sono due fianchetti a coprire la batteria) e con varie modifiche al motore (nuove sedi valvole e nuovi innesti del cambio). Il 1983 vide l'introduzione dell'avviamento elettrico, una nuova frizione a secco con comando idraulico e un nuovo telaio, più lungo, alto e pesante, preso dalla 900 S2. Nel 1984 fu presentata la MHR Mille, il cui motore era stato maggiorato a 973 cc, con le seguenti modifiche rispetto al 900: si passò dall'albero composito tipico di tutte le coppie coniche precedenti, all'albero monolitico come la Pantah. Inoltre erano completamente diversi i carter esterni (tornati ad essere belli dopo la parentesi carter-quadri) e parecchie cose del basamento che venne finalmente dotato di un'avviamento elettrico efficace e di un filtro dell'olio in posizione diversa e meglio incluso nel circuito di lubrificazione. In seguito al cambio di gestione in Ducati (passata dalle mani dell'EFIM a quelle della Cagiva), si decise di puntare tutto sulla nuova 750 F1, facendo uscire di scena la MHR nel 1986, dopo 7.169 esemplari (6.058 "900" e 1.111 "Mille").

Caratteristiche tecniche della 900 MHR:
MOTORE
Tipo: 4 tempi, bicilindrico a V di 90°
Alesaggio e Corsa: 86 x 74,4 mm
Cilindrata: 863,9 cc
Rapporto di compressione: 9,5:1
Distribuzione: Desmodromica a camme in testa comandata da coppie coniche
Raffreddamento: Ad aria
Carburatore: Due carburatori Dell'Orto PHM con diffusore da 40 mm
Cambio: Cinque marce
Trasmissione primaria: A ingranaggi
Trasmissione secondaria: A catena
Frizione: A dischi multipli a secco
CICLISTICA
Telaio: Tubolare in acciaio a doppia culla aperta
Sospensione anteriore: Forcella teleidraulica Ø 38 mm
Sospensione posteriore: A forcellone oscillante, ammortizzatori idraulici a doppio effetto e molle concentriche regolabili
Freno anteriore: A doppio disco Ø 280 mm
Freno posteriore: A disco da Ø 280 mm
Pneumatico anteriore: 100/90 V 18
Pneumatico posteriore: 110/90 V 18
DIMENSIONI
Lunghezza: 2220 mm
Larghezza : 700 mm
Altezza: 1280 mm
Altezza sella : 750 mm
Interasse: 1500 mm
Peso a secco: 195 Kg
PRESTAZIONI
Potenza massima: 72 CV a 7000 giri/min
Coppia massima: 8,5 kgm a 5800 giri/min
Velocità massima: 220 km/h

Caratteristiche tecniche della 1000 MHR:
MOTORE
Tipo: 4 TEMPI, bicilindrico a V di 90°
Raffreddamento: aria
Cilindrata: 973 cc (Alesaggio 88 x Corsa 80 mm)
Distribuzione: Desmodromica monoalbero a coppie coniche
Alimentazione: Due carburatori Dell'Orto PHM 40 B
Frizione: Multidisco a secco
Cambio: Sequenziale a 5 marce (sempre in presa) con comando a pedale
Accensione: Elettronica
Trasmissione: Primaria a ingranaggi; secondaria a catena
Avviamento: Elettrico
CICLISTICA
Telaio: Tubolare doppia culla aperta
Sospensione anteriore: Forcella telescopica, ø 38 mm
Sospensione Posteriori: Forcellone oscillante e due ammortizzatori telescopici
Freno anteriore: Doppio disco ø 280 mm
Freno posteriore: Disco ø 280 mm
Pneumatico anteriore: 100/90-18"
Pneumatico posteriore: 130/80-18"
DIMENSIONI
Lunghezza: 2220 mm
Larghezza: 700 mm
Altezza: 1250 mm
Altezza sella: 840 mm
Interasse: 1500 mm
Peso a vuoto: 198 kg
Capacità serbatoio: 24 litri
PRESTAZIONI
Potenza: 83 CV a 7500 giri/min (all'albero)
Velocità massima: 214 km/h

N.B.
Ringrazio Sauro del blog amico SUPERPANTAH per le importanti precisazioni che ha fatto riguardo a questo post. Tutte le correzioni da lui suggerite sono state immediatamente riportate.

domenica 22 febbraio 2009

Mike "the Bike" Hailwood












































Nelle foto, partendo dal basso:
1) Anno 1961, Mike Hailwood si accinge alla partenza del Senior TT in sella alla Norton Manx 500cc.
2) Anno 1961, il fuoriclasse britannico, in sella alla MV Agusta 500cc, stà dominando il Senior TT.
3) Una fato del campione, scattata nel 1965 poco prima della partenza di una prova del Tourist Trophy.
4) Anno 1965, caduto durante il terzo giro del Senior TT, riesce comunque a vincere nonostante la sua MV, sia danneggiata.
5) Anno 1966, Mike Hailwood su Honda RC173 350cc.
6-7-8) Il campione inglese, in sella alla Honda RC166 da 250cc.
9) Mile Hailwood, alle prese con la "indomabile" RC181 500cc.
10) Una bellissima foto che ritrae un incredibile poker d'assi impegnati nella Mototemporada Romagnola: Mike Hailwood conduce, lo tallona Giacomo Agostini, li segue a ruota Renzo Pasolini e chiude il quartetto Phil Read. Da notare che Hailwood non indossa il suo casco abituale, ma ne porta uno anonimo, tutto in grigio. Pare infatti che avesse donato i propri colori alla Honda.
11-12-13) Un binomio incredibile, che nel 1978 conquistò a sorpresa il TT nella categora F1: Mike "the bike" Hailwood, al ritorno alle competizioni e la Ducati 900 Supersport.
14) Mike Hailwood nella sua ultima affermazione: anno 1979 lo vediamo mentre "vola" alla conquista del Senior TT in sella alla Suzuki 500cc a due tempi del team Heron.
Nei filmati, partendo dal basso:
1) Un bellissimo "documentario" sulla leggendaria sfida che ha visto proagonisti Mike Hailwood e Giacomo Agostini in occasione del Senior TT del 1967.
2-3) Due spezzoni dedicati al 9 volte iridato, tratti dallo speciale: Sfide, Aspettando Valentino Rossi, trasmesso da RAI 3.
Segue breve biografia:
Pubblicare questo post, non è affatto facile. E’ da un po’ di tempo che stavo pensando come e se farlo.. Su Cesena Bikers, ho già scritto di campioni pluri-titolati del motociclismo (primo tra tutti Giacomo “Mino” Agostini). Scrivere di Mike Hailwood, però non è affatto facile, trattandosi di un mito, che a ventotto anni dalla sua prematura scomparsa, fa ancora parlare di se e delle incredibili gesta che ha compiuto.. Io personalmente, pur non avendo avuto modo di vederlo correre dal vivo, sono estremamente affascinato da questo pilota (non a caso salgo in moto, indossando una replica del suo casco..), che a detta di molti, ha dato vita, insieme ad Agostini, ai duelli più epici che il nostro sport abbia mai visto perpetrasi sui campi di gara.. Pubblico quindi questo post, cercando, di rendere omaggio al mio “mito” delle due ruote. Stanley Michael Bailey Hailwood nacque il 2 aprile 1940 a Great Milton, Oxfordshire in Inghilterra. La sua fama di motociclista è talmente grande che il 31 luglio del 2005, quando Valentino Rossi ha trionfato al GP di Germania sul circuito del Sachsenring, senza esitazioni è corso ai box, ha afferrato una bandiera e la ha sventolata per tutto il giro d’onore. Su questa bandiera c’era scritto: “76 Rossi -76 Hailwood. I’m sorry Mike”. Un modo per sottolineare l’impresa di aver eguagliato il numero di successi nel Motomondiale di un mito, suo e delle due ruote. Un mito che va oltre i 9 titoli iridati, le 76 vittorie, i 14 successi ottenuti al Tourist Trophy dell’Isola di Man, ottenuti dal pilota inglese. Un mito che ancora oggi è alimentato da rievocazioni, racconti, un mito che ha generato un museo, che ancora oggi scatena negli appassionati la caccia alla fotografia, al cimelio, un mito che sfocia nella venerazione e l’omaggio ad un eroe. Ma Hailwood era tutt’altro che un eroe: Mike era semplicemente “Mike the bike”, soprannome che nella nostra lingua suonerebbe alquanto buffo (“Michelino la moto”) e che invece lo avvicinava ancor di più alla gente che aveva fatto impazzire con le sue imprese su due ruote. Mike Hailwood era figlio di un commerciante di moto di Oxford: Stan Hailwood, proprietario della più fortunata catena di distribuzione di auto e moto britannica e talmente abile finanziariamente da diversificare investimenti e iniziative, fino al punto da diventare ricchissimo. Stan aveva per breve tempo tentato anche la carriera di pilota, nei sidecar, smettendo però presto, dopo aver duellato persino con il grandissimo John Surtees. Mike nacque in piena guerra mondiale, quando già i nazisti minacciavano l’Inghilterra con le incursioni aeree, dopo un fratello subito scomparso e la sorella Christine. Frequentò il Pangbourne College, dove studiò ben poco, preferendo dare una mano nell’impresa di famiglia. Il padre però lo spedì alla Triumph, dove venne assegnato al reparto moto da trial. I soldi in famiglia, come già detto, non mancavano e questo consentì a Mike di coltivare le sontuose passioni di un figlio di papà: belle donne, alcool, night e soprattutto la musica. Amava il jazz, ma anche il pop del Beatles e dei Rolling Stones, suonava il piano, la chitarra, il basso e anche il clarinetto. Spesso passava la notte ad ascoltare complessi, ai quali si univa in improvvisate jam sassion. Vodka e latte era la sua “mistura” o per meglio dire il suo coktail preferito, a volte faceva scivolare qualche goccia di alcool anche nell’acquario dei suoi pesci rossi, dicendo, mentre ridacchiava e scuoteva i suoi lunghi capelli da hippy: “Si devono abituare”.. Mike Hailwood, sarebbe stato un figlio dei fiori europeo, ricco e senza problemi, se il padre non gli avesse trasmesso la sua sfrenata passione per le due ruote, procurandogli una motocicletta sin da quando aveva 7 anni. Mike a 14 anni già imperversava su una moto da trial e il 15 aprile 1957, appena diciassettenne, si presentò alla famigerata Sei Giorni di Scozia, in sella ad una Triumph. Agli inizi della carriera ebbe una vita molto più facile della maggior parte dei ragazzini che scoprono la vocazione di pilota motociclistico avendo la possibilità di ottenere il meglio senza particolari problemi. Una settimana dopo, si fece prestare una MV Agusta 125cc per correre da privato sul tracciato di Oulton Park, nel Chelshire. Si presentò a questo appuntamento con tanto di vettura di famiglia, condotta da un autista e con una tenuta di gara inappuntabile. Per questo motivo venne accolto con grande scetticismo dagli altri piloti e da tutti gli addetti ai lavori che lo iniziarono a chiamare da subito col nomignolo de: “Il milionario”, non credendo nella sua abilità, ma pensando che si trattasse del solito e viziatissimo figlio di papà, privo di talento, che correva solo perché aveva la disponibilità economica per farlo. Mike a dispetto di tutto e tutti si piazzò undicesimo al debutto. Pochi giorni dopo, sul tracciato di Castle Combe, nel trofeo Redex, fu quarto con la stessa moto e quinto nella 250cc. Di li a breve arrivò il primo successo, nel Dorest, a Blandford Camp: dominò la gara delle 125cc prendendo di forza la prima posizione già all’inizio della corsa e restandovi sino al traguardo. Il consuntivo di quella sua prima stagione fu senz’altro positivo: ben raramente si classificò al di fuori dei primi cinque posti. Aveva tre moto allora: oltre alla già menzionata MV 125cc, aveva una seconda MV da 196cc (alla quale aveva fatto aumentare la cilindrata fino a 240cc) e possedeva una piccola Itom 50cc. Durante quell’inverno il suo “parco motociclette” si arricchì ulteriormente con una Norton 250cc appartenente a John Surtees. Stan Hailwood era diventato il manager di un futuro campione: trasportava le moto, aiutava a prepararle. Dovette acquistare un camion per trasportare tutte le moto del figlio, che nel giro di un anno crebbero di numero, fino a diventare 12, tra le quali oltre a quelle già citate, spiccavano una Ducati 125cc e altre due Norton (una da 350cc e una da 500cc). Nel camion c’era addirittura la possibilità di avere due posti letto: uno per Mike e uno per il suo meccanico. Questo tipo di organizzazione ai tempi era assolutamente sconosciuta alla quasi totalità dei suoi avversari. Mike Hailwood era un pilota straordinariamente eclettico, sapeva adattare il proprio stile di guida in maniera tale da essere in grado di gareggiare e vincere in tutte le classi. Nel 1958 si affacciò per la prima volta sull’Isola di Man, per il mitico Tourist Trophy. Mike si iscrisse a tutte e quattro le gare in programma ottenendo la terza piazza nella 250cc, la settima nella 125cc, dodicesimo e tredicesimo nelle cilindrate maggiori. Fu quello l’anno del debutto internazionale, quello che diede il via ad una carriera strepitosa. Nei due anni seguenti partecipò alle gare con moto di molte marche, da una ltom 50 alle Norton, alle Ducati, alle Paton, alle NSU, alle MV ed a qualsiasi altro mezzo che fosse in grado di fornire una certa competitività. Successivamente tentò anche di comperare le Morini bialbero e le Gilera quattro cilindri, ma senza successo. Mike venne notato immediatamente per la naturalezza disarmante con la quale portava in gara le motociclette. Anche con moto non competitive, riusciva ad ottenere piazzamenti impronosticabili. In una era in cui le “gomme a pera” e la ciclistica stessa delle moto, non consentivano sicuramente le moderne derapate, nonché gli angoli di piega ai quali siamo abituati, spesso Mike finiva le gare con gli stivali distrutti dall’attrito con l’asfalto. La prima vittoria in un GP arrivò nel 1959, in sella ad una Ducati 125cc a Dundrod. Ma fu il 1961 l’anno in cui diede veramente prova della sua bravura, vincendo tre gare di Tourist Trophy in una sola settimana: e se, nel corso della prova riservata alle 350 cc, non si fosse rotto lo spinotto della sua AJS a circa venti chilometri dal traguardo avrebbe vinto anche quella. La sua vittoria più bella che fu senz’altro quella ottenuta nella prova più importante, quella delle 500 cc, con una Norton Manx messa a punto da Billy Lacey. Mantenne una media superiore ai 160 chilometri orari e il suo giro più veloce lo fece alla vertiginosa velocità di 161 km/h. E vero che Gary Hocking, il favorito, era rimasto bloccato dai problemi della sua MV quattro cilindri, ma la velocità sul giro realizzata da Hailwood fece comprendere che si sarebbe guadagnato ugualmente il posto d’onore anche se fosse stata la moto italiana a vincere. Fu anche d’aiuto alla Honda in occasione dei suoi primi tentativi di ottenere un successo all’isola di Man, vincendo con il bicilindrico nella classe 125 e con la quattro cilindri nella 250 cc, anche se favorito in questa classe dalla defezione dello scozzese Bob Mclntyre, costretto al ritiro da problemi di raffreddamento dell’olio, pur avendo compiuto un giro alla considerevole media di quasi 160 km/h. Hailwood si impose nella 250 lasciandosi alle spalle i piloti ufficiali della Honda Redman e Phyllis. A questa vittoria vanno aggiunte quelle ottenute al G.P. d’Olanda, a quello della Germania dell’Est e a quello di Svezia: tali risultati, uniti a tre secondi posti, lo portarono alla conquista del titolo mondiale delle 250 cc. Ma anche nelle altre classi ottenne risultati di rilievo, come i sei secondi posti, due vittorie e un quarto posto nella 500 cc. Hailwood a quell’epoca non era un corridore ufficiale vero e proprio: la moto gli era stata data in prestito e gli era stato consentito il sostegno della Casa solo perché suo padre aveva accettato di importare le macchine della Honda. Questo risultato al TT del 1961, zittì per sempre i suoi detrattori, che si dovettero inchinare una volta per tutti dinnanzi ad una inconfutabile evidenza: Mike Hailwood era un grandissimo pilota e aveva dimostrato di esserlo in diversi appuntamenti della stagione e soprattutto nel banco di prova più selettivo: il TT. Il conte Agusta, rimase estasiato dalla guida del giovane pilota inglese e lo volle da subito nella sua Squadra. Gli offrì quindi la possibilità di correre da pilota ufficiale per la gloriosa Casa italiana, lo scorcio di stagione 1961. Hailwood, lusingato da quella offerta, accettò gettandosi nella mischia con un orgoglio e una determinazione indescrivibili, determinato a dimostrare al suo “datore di lavoro” che avendo puntato su di lui, aveva fatto la scelta giusta. Hailwood debuttò sulla moto italiana, vincendo a Monza nella classe 500cc e terminando secondo dietro a Gary Hocking nella 350cc. Da questa gara iniziò un sodalizio fortissimo tra la Casa italiana e il pilota inglese, che fruttò quattro titoli iridati nei quattro anni successivi e che gli permise di battere, quasi tutti i record sul giro e sulla distanza, fino al 1965. L’innegabile supremazia della coppia in quegli anni e la mancanza di antagonisti validi rischiarono di incrinare con la noia il felice rapporto tra il corridore inglese e la Casa italiana. Hailwood avrebbe desiderato moltissimo partecipare anche a qualche prova riservata alle 250 cc, ma la MV aveva da tempo abbandonato tale cilindrata. Riuscì comunque a partecipare ugualmente ad alcune prove riservate a questa classe con la tedesca orientale MZ, che portò alla vittoria (cosa riuscita a pochi altri piloti) al Sachsenring nel 1963. Nel 1965, però, fece la sua comparsa sulla scena della MV un certo Giacomo Agostini, e le cose cominciarono a ravvivarsi, anche perché Hailwood non avrebbe mai accettato nessuna imposizione in materia di ordini di scuderia: Ago avrebbe potuto vincere solo ed esclusivamente in virtù dei propri meriti personali.Una delle prove più difficili cui Hailwood fu sottoposto fu senz’altro il Tourist Trophy 1965, classe 500. Vale la pena di ricordare i fatti: al terzo giro, mentre si trovava in testa senza problemi, la sua MV slittò su una macchia d’olio, finendo a terra; il pilota si rialzò illeso, ma la moto era in condizioni penose: il parabrezza si era rotto, i tubi di scarico si erano completamente appiattiti da un lato, il manubrio e le pedane poggiapiedi si erano piegati... Più di un pilota dotato di un temperamento meno forte del suo a quel punto si sarebbe dato per vinto: Hailwood invece spinse la MV contro mano in discesa (contro tutte le regole e con la complice momentanea «distrazione» dei commissari di gara) per poterla rimettere in moto. Tornato ai box, si fermò appena quel tanto perché la moto potesse essere rimessa a posto alla “bella e meglio”: il parabrezza fu tirato via ed Hailwood affrontò il resto della gara in queste condizioni, sotto una pioggia pungente. Ma la moto aveva subìto un altro danno ben più grave e pericoloso: una delle farfalle del carburatore si era aperta completamente, e il campione proseguì ugualmente la corsa scherzando con la morte come non gli era mai capitato prima di allora, lavorando sui freni per impedire che nelle curve la moto se ne andasse per i fatti suoi. Semiaccecato dalla pioggia, Hailwood portò a termine anche l’ultimo giro, vincendo a una media di 148 chilometri all’ora. Un momento difficile nei rapporti con la MV si ebbe quando, nel 1964, ad lmola la Gilera tornò momentaneamente alle corse ed Hailwood si trovò a dover fare i conti con John Hartle e Derek Minter. Pur essendo reduce da una caduta durante una gara in Inghilterra che gli aveva lasciato ancora, come strascico, un polso dolorante, Hailwood non poté resistere alla tentazione di un confronto con la Gilera. La gara fu per lui un disastro: il dolore al polso aumentava infatti sempre di più, e le Gilera rivali (che correvano in casa) lo superarono rombando davanti a una folla enorme: naturalmente il nome della MV uscì sminuito da questa sconfitta. Il giorno seguente Hailwood dovette sorbirsi una sgridata particolarmente severa da parte del conte Agusta, che non era certo tenero quando riteneva di aver perso stupidamente una corsa.Alla fine del 1964 il campione inglese fu sul punto di entrare a far parte della squadra ufficiale della Honda: Jim Redman era intervenuto con una certa insistenza perché venisse affidata ad Hailwood una Honda per il Gran Premio d’italia, ma i responsabili del reparto corse della Honda avevano rifiutato. A un anno circa di distanza, però, Hailwood fu invitato a provare la Honda 250 sei cilindri: il suo compito più importante (e il motivo principale per il quale la Honda lo voleva) era di fare in modo che la nuova 500 cc quattro cilindri vincesse il campionato del mondo, anche se poi, in realtà, nel 1966 affidarono alloro pilota più collaudato, il rhodesiano Jim Redman, il mezzo più competitivo. La nuova Honda 500 aveva una potenza veramente notevole, ma la tenuta di strada non era certo l’ideale. Al termine della stagione 1965, l’annuncio: Mike Hailwood lasciò la MV Agusta nelle mani di Agostini, per passare alle dipendenze della Honda, in cerca di nuovi stimoli. Mike aveva già vinto in sella ad una moto prodotta dalla Casa nipponica il suo primo titolo iridato, nella classe 250cc, nel 1961. Questa volta però l’impegno era totalmente differente rispetto a quello di cinque anni prima: la casa del sol levante infatti aveva ingaggiato Hailwood come pilota ufficiale. Questo sodalizio durò in forma ufficiale per due anni: 1966 e 1967. In questo lasso di tempo Mike collezionò 4 titoli iridati: 2 in 250cc e 2 in 350cc e due secondi posti nella 500cc, alle spalle del pilota che lo aveva “sostituito” alla guida delle moto italiane. Nonostante questo in questo biennio, vinse 4 mondiali nelle cilindrate intermedie, il mito di Mike Hailwood è stato accresciuto proprio grazie alla Honda 500cc, con la quale non riuscì a laurearsi campione del mondo. All’inizio della stagione 1966 Hailwood svolgeva nella massima cilindrata il ruolo di gregario nei confronti di Redman: ma verso la metà della stagione si ebbero degli sviluppi drammatici, in quanto Redman fu costretto a ritirarsi dalle corse per una frattura ad un braccio riportata in una caduta. Al Gran Premio d’italia, ultima prova di campionato mondiale, si ruppero le valvole della Honda di Hailwood mentre era lanciato all’inseguimento di Agostini, e Agostini si impadronì di un titolo che chiunque, all’inizio della stagione, avrebbe pensato fosse a completa disposizione della Honda. L’anno seguente, che per il campione avrebbe rappresentato l’ultima stagione completa di corse motociclistiche, un episodio analogo: il carter della sua Honda si ruppe proprio mentre stava conducendo il Gran Premio d’italia con un buon numero di secondi di vantaggio su Agostini, che con questa vittoria conquistò il secondo titolo mondiale; come si può immaginare, Hailwood (che nel corso della stagione aveva ottenuto cinque vittorie come Agostini e due secondi posti contro i tre del campione italiano) ne uscì profondamente scoraggiato. In questi due anni Hailwood cominciò a sentire tutte le preoccupazioni e le tensioni insite nelle gare: a questo contribuì anche la non facile guida della grossa Honda 500, abituata a ondeggiare e a flettersi in modo allarmante ad ogni curva. La RC 181 si dimostrò infatti una moto difficilissima da portare in gara, e solo l’immenso talento del pilota britannico le fece ottenere quei risultati che nessun altro pilota sarebbe stato in grado di farle avere. Hailwood definì la moto: dannatamente terrificante, svelando di aver chiesto invano ai giapponesi delle modiche alla ciclistica, che gli avrebbero permesso di fregiarsi di almeno un titolo iridato. In una intervista datata 1979 Mike a riguardo della 500cc nipponica disse: Pareva che fosse animata di vita propria. Mano a mano che ti avvicinavi al suo limite, diventava imprevedibile e praticamente era inguidabile. La gente diceva che, visto da fuori, utilizzavo tutta la psita per chiudere una curva e spesso nemmeno questo bastava. Io invece in sella ero sempre convinto di mantenere la corda, anche se in realtà questo non era vero e la moto tendeva ad allargare in maniera preoccupante. Se devo essere sincero avevo paura di correre con la RC181, ma nel mio contratto i giapponesi avevano scritto che dovevo portarla in gara tutte le volte che me lo avessero chiesto. Per conto mio cercavo sempre di dare il massimo, sperando che la Honda ne correggesse prima o poi i difetti. Cosa che invece non ha mai fatto. Il mio impegno era legato anche ad una questione di orgoglio personale: avendo rotto con la MV mi dava fastidio prendere la paga da Agostini. Perdere contro la MV significava solo una cosa: la mia scelta di abbandonarla in favore della Honda era stata sbagliata. Probabilmente se ci fosse stato qualcun altro in sella alla MV Agusta, nel 1966 sarei riuscito comunque a vincere il titolo della 500cc. Agostini invece era semplicemente troppo bravo e nonostante i bei duelli che ci hanno visto protagonisti, la totale mancanza di sviluppo della RC181 da parte della Honda, mi ha relegato nella parte del perdente. Nonostante questo, il binomio Mike Hailwood e Honda RC181 conquistò 8 vittorie iridate nel biennio 1966 – 1967, oltre che un primo e un secondo posto per la Casa nipponica nel mondiale costruttori. Per Hailwood una delle soddisfazioni più grandi venne dal Tourist Trophy del 1967, classe 500 cc. Quella, più che una normale prova di campionato mondiale, era un vero e proprio duello: Hailwood e la Honda contro Agostini e la MV. Hailwood aveva a sua disposizione la moto più potente, che però, incidentalmente, era anche la più difficile da maneggiare. Agostini, la cui MV era stata elaborata e perfezionata proprio tenendo conto di questo difficile percorso di montagna, sprizzava da tutti i pori fiducia in se stesso e nel proprio mezzo. Quando la bandierina venne abbassata, Hailwood partì come un razzo superando il record sul giro con partenza da fermo, ma c’era sempre Agostini, e per quanto Hailwood portasse a 175 chilometri all’ora il record sul giro, il miglior giro di Ago gli fu inferiore solo per un soffio. Hailwood, estremamente preoccupato per la spiacevole combinazione costituita dalla sua grossa Honda e dal percorso del Tourist Trophy, tirava allo spasimo, costringendo gli spettatori ad allontanarsi precipitosamente dai muri e dalle barriere di protezione lungo tutto il circuito, in un’impressionante sequenza di ondeggi, beccheggi e derapate. Si disse che in un punto del circuito i commissari di gara fossero stati costretti a squagliarsela, convinti che la Honda praticamente priva di controllo sarebbe piombata loro addosso. Malgrado questi seri problemi Hailwood doveva spingere ancora più forte, perché Ago continuava a rappresentare un pericolo incombente. A complicare le cose, la manopola del gas della Honda cominciò a staccarsi dal manubrio. La frenetica fermata ai box e l’aiuto di un martello non servirono a risolvere il problema, ma Hailwood non aveva tempo da perdere: ridusse lo svantaggio di undici secondi che aveva accumulato con la fermata ai box, riuscendo a conquistare persino un secondo di vantaggio, poi perse nuovamente terreno. Sembrava proprio che la MV avrebbe finito col vincere: poi, l’imprevisto (che alla fine compare sempre nei Tourist Trophy più combattuti) accadde anche questa volta. A pochi chilometri di distanza dal traguardo la tormentata catena della MV cadde a pezzi... e la vittoria andò ad Hailwood. Le ovazioni provenienti dagli spalti devono essere state con tutta probabilità le più forti che si fossero mai sentite. Per quanto la Honda avesse elaborato per la stagione 1968 delle nuove moto, fu deciso comunque di mettere a disposizione di Hailwood delle moto da 250, da 350 e da 500 cc della stagione precedente. A questo punto sarebbe senz’altro stato possibile reperire il telaio più adatto per tenere sotto controllo la potenza del propulsore da 500cc, ed Hailwood avrebbe forse potuto conquistare un altro titolo; ma a questo punto scoppiò la bomba: la Honda annunciò la propria decisione di abbandonare ogni forma di attività agonistica, contribuendo in gran parte a mettere la parola fine alla brillante carriera del campione inglese. Si disse persino che Hailwood fosse stato ugualmente pagato dalla Honda anche per il 1968, purché non accettasse di correre con altre marche. Difatti Mike disputò solo poche gare con le vecchie Honda rìmastegli, anche se piuttosto malridotte e praticamente sprovviste di ricambi. Fin che “stettero insieme”, Hailwood accettò gli inviti, profumatamente pagati, degli organizzatori italiani che vogliono a tutti i costi il loro bravo duello Agostini-Hailwood per richiamare pubblico. Come sempre Hailwood non deluse e nel 1968 vinse a Rimini la 350 e fu secondo nella 500; vinse con la 500 a Imola e a Cesenatico. Quello stesso anno per il G.P. delle Nazioni a Monza il conte Agusta gli offrì ancora la possibilità di guidare le MV. Hailwood accettò ed effettuò le prove; quando però gli venne detto che in gara doveva dare la precedenza al suo ex compagno di squadra Agostini, si inalberò e all’ultimo momento passò a guidare la Benelli 500 che gli venne offerta dalla Casa pesarese. Il giorno della gara pioveva in maniera copiosa e per alcuni giri si assistette a un confronto strepitoso fra Agostini ed Hailwood. Il fuoriclasse britannico supplì con spericolatezza a ciò che mancava alle prestazioni della sua occasionale cavalcatura. Osò però troppo e in staccata alla curva parabolica fece un interminabile ruzzolone sull’asfalto che, viscido com’era, frenò solo in minima misura la slittata: tutto si risolse però senza altro danno che una grinta feroce, carica di rabbia repressa, per cui nessuno si azzardò a rivolgere parola al grande campione che rientrava a piedi verso i box. Gli fu forse di conforto il caloroso applauso che il pubblico italiano, consapevole del suo valore gli dedicò. Con la Benelli Hailwood corse anche a Riccione, arrivando terzo. Chiuse tuttavia bene la stagione (una stagione di «cassetta» più che altro) vincendo uno in fila all’altro i quattro confronti con Agostini, servendosi delle sue Honda. Si impose infatti in una serie di corse di fine d’anno a Mallory Park e Brands Hatch. Ormai sempre più attratto dalle auto, apparse solo raramente in sella alle moto. Nel 1969 ricordiamo la sua comparsa a Riccione con una Honda 500 ormai agli sgoccioli, che portò al secondo posto dietro ad Agostini ma con un distacco di quasi un minuto. Nel ‘70 e nel ‘71 partecipò a Daytona nello squadrone delle BSA ma non ebbe fortuna e si ritirò entrambe le volte, dopo essere anche caduto in prova. Nel ‘71 gli organizzatori del circuito di Pesaro fecero sensazione annunciando la straordinaria rentrée di Hailwood con la Benelli 350, ma, questa volta non vi fu nulla da fare contro la sensazionale MV di Agostini, che trionfò in questo ennesimo confronto. L’amore per le competizioni sulle due ruote, sembrava momentaneamente svanito in lui, mentre iniziò a provare interesse per le 4 ruote. Nel 1963 e nel 1965 aveva già avuto delle esperienze, pilotando prima una Lotus e poi una Lola. Divenne campione d’Europa della F.2 e in breve debuttò in F1. Corse prima con la Surtees (dal 1971 al 1973), poi con la McLaren nel ’74. Ottenne come massimo risultato un secondo posto, nel GP d’Italia del 1972, nello stesso anno fece anche registrare l’ottavo posto nella classifica mondiale. Il 3 marzo del 1973 a Kyalami, in Sud Africa, fu coinvolto con la sua Surtees in una carambola di 4 auto con Ickx, Charlton e Ragazzoni. Il pilota svizzero rimase incastrato nell’abitacolo della sua BRM. In breve la vettura, con a bordo il pilota si incendiò. Hailwood allora si fece largo tra le fiamme, liberando il pilota dalle cinture di sicurezza prima dell’arrivo dei commissari con gli estintori. Ragazzoni se la cavò con ustioni al visto e alle mani guaribili in un mese, Mike, anch’egli ustionato alle mani e alle braccia ottenne medaglie e riconoscimenti tra cui la: Medaglia di re Giorgio, la seconda più importante decorazione al valore civile del Regno Unito e del Commonwealth. Nonostante questo sminuì il suo operato dicendo: Ho fatto quello che avrebbe fatto un qualunque pompiere al posto mio.. L’anno successivo però nessuno potè salvarlo quando rimase incastrato egli stesso, al volante della sua McLaren, in seguito ad un brutto incidente accadutogli sul pericoloso e velocissimo tracciato del Nurburgring. Mike si spezzò in quella occasione le gambe, rimanendo ferito a tal punto da avere, per il resto della sua vita, una gamba più corta dell’altra di un paio di cm. Per Mike questo incidente fu un vero dramma, innanzi tutto perché gli spezzò la carriera da pilota di automobili e in secondo piano perché sentì di aver perso la sua competitività. Nel 1975 sposò Pauline Barbara Nash, in seguito alla nascita della sua primogenita Michelle. Si trasferì momentaneamente in Nuova Zelanda. Li, in gran segreto, si allenò di nuovo in sella ad una motocicletta, meditando il gran ritorno di Mike the bike al TT dell’Isola di Man. Nel 1978 si iscrisse alla gara inglese che oramai era uscita dal giro del Motomondiale, ma che manteneva inalterato il suo fascino. Mike in principio non era affatto certo delle sue possibilità di ben figurare dopo un così lungo periodo di inattività agonistica nel motociclismo. Addirittura pensò di iscriversi fornendo uno pseudonimo, in maniera tale da non veder rovinata la propria fama, in caso di una prestazione deludente. Alla fine decise di iscriversi col proprio nome e ottenne a sorpresa una strabiliante vittoria nella categoria F1 in sella ad una Ducati 900cc. Questa vittoria viene tutt’ora celebrata e ricordata come uno dei successi fondamentali ottenuti da una moto della Casa di Borgo Panigale, che ha dato il via all’impegno sportivo e quindi ai trionfi delle “rosse bolognesi”. L’anno successivo, in sella ad una Suzuki 500cc da GP del team Heron ottenne la vittoria nella categoria “regina” del TT: la Senior TT. Galvanizzato da questo risultato volle provare ulteriormente la moto, per un eventuale ritorno alle competizioni. Pochi giorni dopo però cadde a Donninghton, e disse davvero basta. Mike aveva “messo la testa a posto”, aveva una moglie, due figli, l’azienda di famiglia. Le gare erano un ricordo, nella sua carriera da pilota di motociclismo aveva ottenuto quindi 9 titoli iridati (4 in 500cc, 2 in 350cc e 3 in 250cc), 76 vittorie, 112 podi complessivi, prendendo il via a 142 GP in 9 stagioni iridate. Oltre a questi numeri, vanno senza meno ricordate le 14 vittorie ottenute sull’Isola di Man. Nel 1981 però un destino beffardo lo attendeva. Il 23 marzo, si stava recando a bordo della sua Rover 3500 a compare la cena inseme ai suoi due figlioletti ad un fish and chips; si trovava sulla circonvallazione di Birmingham, quando un camion davanti a lui fece una inversione dissennata. Complice la nebbia e l’asfalto viscido, la Rover condotta dal campione del mondo, finì sotto al mezzo pesante. Mike ne riportò gravi fratture al cranio e morì due giorni dopo. L’amata figlia Michelle morì sul colpo. Solo il figlio David, di tre anni, sbalzato dalla vettura, si salvò, cavandosela con poco. Dopo quasi un quarto di secolo di corse, dopo aver superato o ignorato ogni tipo di rischio, Mike the bike si arrese al destino. Non in moto, non in una gara: è così spesso che, nel più banale dei modi, ci salutano i grandi.
Per ulteriori info. allego il link al sito ufficiale di Mike "the bike" Hailwood:
http://www.mikethebike.com/home.htm
(Ringrazio Francè, del sito amico Racing Cafe' per il suggerimento)