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mercoledì 11 aprile 2012

L'inizio di un'amicizia..
















La storia che voglio raccontare oggi è quella dell’inizio di una grande amicizia: quella che ha legato Marco Lucchinelli e Barry Sheene. La Mans, anno 1976. Tra lo stupore e lo scetticismo generale, Roberto Gallina, allora Team Manager dell’omonima scuderia, iscrisse al GP di Francia il giovane spezzino Marco Lucchinelli, affidandogli una delle sue nuovissime Suzuki RG MKI. Quando gli organizzatori francesi scorsero il nome di questo sconosciuto tra gli iscritti al loro GP cercarono di escluderlo, negandogli la partecipazione, in maniera da lasciare spazio ad un altro pilota più conosciuto e che magari avesse più appeal sul pubblico transalpino. Al termine della sessione di qualifiche però dovettero ricredersi: Marco era in pole position! La tenda del Team Gallina (altro che motor-home!!) venne presa d’assalto dai curiosi. Fra questi c’era anche il futuro due volte Campione del Mondo Barry Sheene che, dopo aver guardato la moto e le gomme usate dall’italiano per conquistare quella fantastica pole, gli fece i complimenti per l’impresa e gli offrì una sigaretta. Lo stesso gesto si ripetette la domenica, sul podio quando Barry vincitore, si ritrovò affiancato da Lucky, giunto terzo al traguardo ed autore del giro più veloce! Sheene sorridendo al pilota spezzino esclamò: “Ma sei ancora qui?!?”. Con questo gesto è stata sancita la grande e sincera amicizia che ha legato i due anticonformisti campioni..

martedì 10 aprile 2012

Marco, Barry, Randy & Kork..



GP d’Inghilterra, anno 1981. In questa foto scattata sulla pit-lane vediamo quattro dei i protagonisti della Classe Regina del Motomondiale: Marco Lucchinelli (Suzuki n.2), Barry Sheene (Yamaha n.7), Randy Mamola (Suzuki n.3) e Kork Ballington (Kawasaki s.n.). Come noto a fine stagione a conquistare l’iride fu Lucchinelli che ebbe la meglio sullo Mamola. Il feroce braccio di ferro tra l’italiano e lo statunitense si risolse in favore del primo solamente all’undicesima ed ultima prova del Campionato 1981 tenutasi in condizioni atmosferiche incerte sul tracciato svedese di Anderstorp. Sheene non fu mai in lotta per il titolo a causa del poco feeling che si instaurò tra lui e la moto della casa di Iwata. Ballington, autentico mattatore nelle categorie 250 e 350 negli anni precedenti sempre su Kawasaki, pagò l’alterna competitività della mezzo litro di Akashi, con la quale non poté esprimere il suo potenziale.

venerdì 23 dicembre 2011

L’Anglo American Match del 1973














Yvon Du Hamel (Kawasaki ufficiale n.5), conduce su Peter Williams (John Player Norton n.12); seguono: Gary Nixon (Kawasaki n.4), Dave Croxford (Norton n.11) e Ron Grant (Suzuki n.7). La foto è stata scattata a Mallory Park durante "gara 2" delle Transatlantic Match Races (Anglo American Match) del 1973.

Anno 1973. Tra la 200 Miglia di Imola e la gara di Clermont Ferrand (sulla quale ho scritto un post in precedenza) si è svolta in Inghilterra la riuscitissima sfida Anglo- Americana (giunta in quell’anno alla sua terza edizione). Queste manifestazioni in cui si sfidavano in pista inglesi e statunitensi riscuotevano un notevole e meritato successo grazie ad un regolamento che prevedeva incontri brevi sui circuiti impegnativi. Questa formula, unita al montepremi assolutamente interessante che gli organizzatori mettevano in palio era di forte richiamo per piloti e Case Assai più qualificata che non alla maratona francese è stata la partecipazione dei piloti statunitensi e britannici, la quale ha assicurato un entusiasmante spettacolo (nonostante l’inclemenza delle condizioni metereologiche). L’Anglo American Match, si svolgeva nel 1973 sui classici circuiti salotto inglesi di Brands Hatch, Mallory Park ed Oulton Park. In ognuno di questi impianti si tenevano due gare successive ed ai piloti venivano assegnati i punti come nel Mondiale; naturalmente le squadre erano due ed il punteggio veniva ricavato sommando i punti totalizzati dai piloti individualmente. Nel 1973, per la terza volta consecutiva sono stati gli inglesi a trionfare, anche se, per un soffio! Il confronto si è infatti risolto solo nell’ultima delle sei gare in programma, ossia la seconda di Oulton Park.
Questa è la breve cronaca dei cronaca sei match:


Brands Hatch – Gara 1:
Incidente durante le prove tra Aldana e Jeffries: i due non riescono a prendere il via. Avvengono anche altri incidenti durante la gara che tolgono di mezzo i favoriti. Cadono infatti: Rayborn, Smart, Williams e Grant. Fortunatamente nessun pilota riporta alcuna conseguenza in seguito alle cadute. Vince Potter su una Norton Gus Kuhn. I numerosi piazzamenti degli americani fanno si che il punteggio sia di 81 USA e 55 Inghilterra.


Brands Hatch – Gara 2:
Prova di grande bravura di Rayborn che nonostante l’incidente nelle prove che gli aveva precluso il via di gara 1, parte con la moto riparata alla “bene e meglio” e dopo una bella rimonta vince. Nelle fasi iniziali della corsa si erano alternati in testa Baumann e Sheene. Gli inglesi questa volta conquistano più punti dei rivali: 75 a 60. Il punteggio totale dopo due prove è quindi di: 141 punti per gli USA e 130 per l’Inghilterra.


Mallory Park – Gara 1:
Vince Williams con la Norton monoscocca. La seconda Norton viene data a Craxford che sostituisce un Cooper non in grande forma. Gary Fisher, nella squadra USA sostituisce Dave Sehl, infortunatosi per un incidente. Barry Sheene prende il via con una Suzuki 500 e dopo una caduta rimonta entusiasmando il pubblico, ma viene squalificato perché a questo torneo possono prendere il via solo moto di cilindrata compresa tra i 600cc ed i 750cc. Per il maltempo viene ridotta la lunghezza delle due manche che passano da 22 tornate a 15. Gli inglesi totalizzano ancora un punteggio superiore agli Yankees: 75 a 60. Il totale ora è di: 205 Inghilterra e 201 USA.


Mallory Park – Gara 2:
Partono velocissimi i tre migliori americani: Du hamel, Nixon e Rayborn. Vince Du Hamel ma Williams e Smart (quest’ultimo superando lo statunitense Rayborn nel finale) riempiono il podio e tengono comunque alto il punteggio per i britannici. Alla fine i punti per gli USA sono 69 e quelli per l’Inghilterra 67. Il nuovo totale vede ancora davanti i britannici ai cugini d’oltre oceano per 272 a 270.


Oulton Park – Gara 1:
Vittoria sofferta del grande Peter Williams (senz’altro il migliore della squadra inglese) Per la prima metà della gara conduce Art Bauman. La sua moto accusa però un problema al selettore del cambio ed il pilota americano è costretto a ritirarsi. Emerge in questo incontro dave Aldana che riesce a stare alla ruota dei due fuggitivi (Bauman e Williams). Nelle fasi finali della gara Aldana deve però cedere alla rimonta di Smart e di Craxford. In questa gara, nonostante la prima piazza sia stata ottenuto da un portacolori della squadra britannica, sono gli Yankees a totalizzare il maggior punteggio: 69 punti contro i 67 degli avversari. Alla quinta delle sei manche in programma il punteggio tra le due squadre è in perfetta parità: 339 a 339!


Oulton Park – Gara 2:
Gary Nixon e Yvon Du Hamel sono i più rapidi al via ma il solito Williams li raggiunge e li supera. Paul Smart cade, Sheene (un po’ in ombra sino a questo momento) si scatena e supera Nixon conquistando una ottima terza posizione. Percy Tait, risalito dalle retrovie agguanta e poi supera Nixon ottenendo il quarto posto. Grazie a questi tre risultati l’Inghilterra è salva! I 77 punti totalizzati dalla squadra dei ”sudditi di Sua Maestà” contro i 59 totalizzati dai ragazzi “born in the USA” fanno si che la classifica finale dell’Anglo American Match del 1973 veda i padroni di casa totalizzare 416 punti contro i 398 degli ospiti. Nonostante la vittoria dell’Inghilterra è oramai chiaro a tutti che il livello dei piloti statunitensi è in continua crescita ed oramai gli Yankees sono pronti a battersi ad armi pari con i britannici.


I punteggi totalizzati dai singoli piloti sono:
Inghilterra: Peter Williams (Norton) 84; Dave Potter (Kuhn Norton) 59; Paul Smart (Suzuki) 56; Percy Tait (Triumph) 51; Mike Grant (Triumph-Norton) 40; Barry Sheene (Suzuki) 39; Dave Craxford (Norton) 37; Tony Jefferies (Triumph) 20; John Cooper (Norton) 18; Ron Chandler (Triumph) 12.
USA: Yvon Du Hamel (Kawasaki) 84; Art Baumann (Kawasaki) 60; Gary Nixon (Kawasaki) 60; Cal Rayborn (Harley Davidson) 60; Dave Aldana (Norton) 41; Mert Lawwill (Harley Davidson) 39; Ron Grant (Suzuki) 18; Dog Sehl (Harley Davidson) 16; Gary Fisher (Harley Davidson) 11; Cliff Carr (Kawasaki) 9.

mercoledì 21 dicembre 2011

La matricola da Gran Premio




















Sulla testata motociclistica “Moto Sport”, nel numero di gennaio 1972 veniva pubblicato un bellissimo articolo relativo ad un giovane pilota che aveva fatto il suo debutto in pianta stabile nei GP l’anno precedente. Questa matricola del Mondiale era un giovanotto inglese di nome Barry Sheene. Sia agli appassionati più attenti che agli addetti ai lavori, non occorse molto tempo per capire che questo ragazzo aveva delle doti particolari che gli avrebbero permesso di diventare Campione del Mondo un giorno. Riporto qui di seguito l’articolo, così come l’ho trovato. In esso viene descritta in maniera minuziosa la prima parte della carriera agonistica del Campione del mondo nella Classe regina del 1976 e del 1977:

Su un punto Agostini ha ragione: il motociclismo a livello velocistico è in crisi non solo per l’assenteismo sempre più marcato delle Case, ma anche perché in questi ultimi cinque anni non è uscito alla ribalta alcun nome nuovo. Nella stagione 1971, però, qualcosa è cambiato: due figure sono uscite infatti di prepotenza dall’anonimato: Barry Sheene e Jarno Saarinen. Due piloti giovani, ma profondamente diversi come stile di guida ed impostazione. C’è chi dice la misura delle loro forze l’abbiano data, sinora, solo sul piano del rischio (in particolare il finlandese), ma indubbiamente resta la realtà che essi hanno apportato qualcosa di nuovo – e di spettacolare – ad un motociclismo che sembrava assonnato e destinato ad esaurirsi nell’arco dei corridori conosciuti da sempre. Barry Sheene, londinese purosangue, ha ora 22 anni e quest’anno ha disputato il suo primo Campionato del Mondo, riportando il secondo posto nella graduatoria iridata delle 125cc, dopo aver vinto a Spa Francorcahmps, in Svezia e ad Imatra. Ma se avesse avuto una macchina pari alla Derbi di Angel Nieto, il titolo sarebbe stato senz’altro suo, perché in fatto di classe egli è nettamente superiore allo spagnolo. Read vede in Sheene un giovane di grande avvenire: “la sua classe è già grandissima e tra i corridori dell’ultima leva nessuno gli è alla pari. Certamente conquisterà diversi titoli iridati, se avrà le moto competitive per farlo. L’importante è che non si monti la testa o che si faccia sviare da cattivi consiglieri. Ma non credo che questo succederà. Barry ha già una certa esperienza ed è in grado di andare avanti senza appoggiarsi a nessuno”. Sheene ha studiato in un College inglese ed ha riportato l’equivalente della nostra “maturità”. Il padre, che è professore di tecnologia, avrebbe voluto che il figlio continuasse con gli studi, ma si è subito dovuto arrendere di fronte ai primi risultati sportivi. E siccome papà Frank è stato anche un discreto corridore, negli anni prima dell’ultima guerra, invece di ostacolare il figlio – appena intravvistene le possibilità – lo ha aiutato. Barry Sheene, nel “Continetal Circus” ha esordito quest’anno in veste di corridore, ma nell’ambiente era già notissimo. Tre anni fa, infatti, aveva accompagnato Tommy Robb durante tutta la sua turnèe europea, guidando il camion, facendo da meccanico e da cuoco. Dopo Robb, Sheene si è agganciato ad un altro corridore inglese, Young Lewis, sempre con la mansione indefinita di “tuttofare”. E’ stato proprio con una moto preparata da se che Barry Sheene ha esordito nel 1968. Buoni piazzamenti ma niente di più, perché la sua Bultaco monocilindrica di cavalli ne aveva veramente pochi. Migliore la stagione del 1969, che lo vede arrivare secondo nel Campionato inglese delle 125cc, dietro ad un altro giovane dalle grandi possibilità: Charles Mortimer. Solo nel 1970 Sheene riesce ad avere una moto all’altezza della sua classe ed è tutto merito del padre se il grande sogno si avvera: Frank Sheene acquista infatti per il figlio le Suzuki 125cc ex-ufficiali con le quali aveva corso sino ad allora Stuart Gram. Per Barry conquistare il Campionato Britannico divenne una cosa abbastanza facile, tanto che alla fine dello scorso anno decide addirittura di saggiare le proprie chances in una gara iridata: il GP di Spagna. Dopo una lotta serrata, cede nelle fasi finali ad Angel Nieto che del tracciato di Barcellona conosce ogni singolo metro d’asfalto. Con quel secondo posto al Montjuich, il nome di Sheene balza per la prima vola agli allori delle cronache internazionali. Gilberto Milani ritorna dalla Spagna impressionato “da quel ragazzino lì, con un nome difficile, che va davvero forte!”. Inizia la stagione 1971 e Barry Sheene è puntualmente al via della prima prova iridata sul difficile e pericoloso tracciato di Salisburgo. La gara delle 125cc è una lotta a coltello tra i denti, dall’inizio alla fine tra i tre piloti dalle grandi capacità e dalla classe indiscussa: Braun, Nieto e Parlotti che però si trovano incollato alle loro ruote Sheene. Nell’arrivo in volata Barry è terzo. Poche domeniche dopo, nella corsa più veloce di tutto il Campionato del Mondo (le 125 hanno realizzato una media di quasi 178 km/h!!) Sheene ottiene la sua prima vittoria iridata. All’arrivo del padre piange mentre la sua bellissima ragazza, in strettissimi minishorts cerca i flash dei fotografi. Barry Sheene, a soli 22 anni è già un idolo! In Inghilterra, accanto alle t-shirt che riproducono i notissimi volti di Mike Hailwood e di Phil Read, sono apparse ora quelle dello Sheene “capellone”. Simpatico e cordiale, Barry è riuscito ad accentrare su di se tutte le attenzioni degli appassionati britannici, ormai a corto di grandi campioni, con un Read che ha 33 anni, John Cooper “bluf” che ne ha altrettanti e con un Percy Tait, vincitore del primo campionato per moto di 750cc che ha oramai superato la quarantina. Diversi esperti hanno paragonato lo stile di Sheene a quello dell’Hailwood prima maniera. Una somiglianza che c’è davvero, accentuata dal fatto che Barry è uno dei pochi piloti del momento che riesca a correggere le traiettorie anche quando le ha impostate male. Il suo corpo è sempre in linea con la moto e il suo viso quasi costantemente sotto la carenatura. Come pilota si può considerare completo: oltre ai successi nella 125cc, Barry Sheene ha vinto anche il GP della Cecoslovacchia nella categoria 50cc, in sella ad una Craidler. In Inghilterra, in sella alle Yamaha private si è ripetutamente imposto nelle classi 250cc e 350cc. Con una Suzuki Titan 500cc si è piazzato alle spalle di Agostini a Silverstone ed in altri circuiti. La sua più bella giornata dell’anno l’ha vissuta a Mallory Park, dove ha conquistato tre vittorie in tre classi, 125cc, 250cc,350cc. Nel 1972 Barry correrà ancora con le Suzuki 125cc e 500cc raffreddate ad acqua. Ma probabilmente avrà anche una 750cc raffreddata ad acqua per le gare della “Formula 750”. C’è molto interesse per Barry Sheene in Inghilterra. Esso coincide con un rinnovato interessamento delle Case Britanniche allo sport (BSA, nonostante i travagli, Triumph e Norton). Che da questa combinazione di fattori nasca veramente la moto con la quale Sheene potrà lottare ad armi pari col nostro Agostini?

martedì 13 dicembre 2011

Clermont Ferrand 1973: Barry Sheene sopra le polemiche.



Nelle foto, partendo dall'alto:
Barry Sheene (Suzuki 750cc), vincitore della gara; John Dodds (Yamaha 350cc), secondo al traguardo; Peter Williams (Norton JP 750cc "monocoque"), terzo classificato.

Clermont Ferrand 27 maggio 1973. Sulla carta, la gara di Formula 750, seconda prova del Trofeo, in programma sul pericoloso ed impegnativo tracciato transalpino, doveva essere più o meno una replica della riuscita 200 Miglia di Imola ma, nei fatti, non fu così. In prima battuta alla "Charade" ci fu una forte defezione da parte di tutti (o quasi) gli squadroni ufficiali che avevano preso parte alla gara imolese, nonostante gli organizzatori d'oltralpe dessero per certa la loro presenza. Nelle liste di iscrizione invece comparirono per lo più i nomi di piloti privati di nazionalità francese. Questo fece si che agli occhi del pubblico e degli addetti ai lavori la gara risultasse sin dall'inizio "sotto tono" rispetto alle premesse. Un altro punto a sfavore di questa manifestazione lo si dovette attribuire alle lacune del regolamento della Formula 750. Esso infatti concedeva alle moto di 350cc da GP, raffreddate ad acqua (purché prodotte in numero sufficiente per ottenere l'omologazione come moto di serie) di cimentarsi contro le 750 realmente derivate dalla produzione ordinaria. La vittoria di Don Emde alla Daytona 1972, in sella appunto ad una Yamaha 350cc a due tempi contro le grosse "settemmezzo" doveva essere un chiaro segnale che, così come era scritto il regolamento necessitava di essere rivisto, aumentando la cilindrata minima delle moto ammesse al via. In questo modo si sarebbe tolta di fatto la possibilità di schierare al via delle gare della Formula 750 delle 350cc a due tempi da GP. Il segnale arrivato dalla gara americana dell'anno precedente non fu invece accolto dalla Federazione e nel 1973 le cose restarono identiche all'anno precedente. Puntualmente quindi successe che una Yamaha 350cc, condotta dal fortissimo Jarno Saarinen mise a segno una storica doppietta: vittoria alla 200 Miglia di Daytona ed alla 200 Miglia di Imola. Ovviamente non si vuol metter in dubbio in questo articolo il fatto che Saarinen avesse un talento talmente fuori dal comune che con ogni probabilità avrebbe vinto anche con un mezzo differente entrambe le corse. Quanto scritto vuol solamente mettere in evidenza che a quel tempo, una 350 da GP poteva competere tranquillamente (quando non essere addirittura favorita..), con una 750 derivata dalla serie grazie al suo minor peso, al minor ingombro (tradotti quindi in una maggiore maneggevolezza) e al suo minor consumo. La Yamaha fu bravissima ad interpretare il regolamento e a comprenderne le lacune. Per un'azienda delle sue dimensioni, produrre il numero minimo di moto da corsa, necessario ad ottenete l'omologazione, non fu affatto un problema. Tornando alla gara di Clermont Ferrand va detto che la sopra citata lettura del regolamento, con il mero scopo di riempire la griglia di partenza da parte degli organizzatori, toccò un livello di farsa: furono infatti ammesse al via la Harley Davidson 350cc bicilindriche a due tempi da GP. Se da un lato la Casa di Iwata almeno aveva dalla sua il fatto di aver realmente prodotto un numero tale di moto 350cc da GP superiore a quello necessario da regolamento per ottenere l'omologazione come "derivata dalla serie", di certo la Aermacchi HD non si era neppure lontanamente avvicinata a quella cifra con le sue 350cc! Ultimo fattore a minare quella che sarebbe dovuta essere una "festa per il motociclismo" fu il fattore sicurezza del tracciato francese. La settimana precedente alla gara della Charade, alla Curva Grande del circuito di Monza morivano tragicamente Renzo Pasolini e Jarno Saarinen in un incidente la cui tragicità scosse notevolmente tutto l'ambiente del motociclismo. Questo drammatico avvenimento fece finalmente salire nella coscienza dei piloti la consapevolezza che in certi tracciati e in determinate condizione non si poteva correre! Allora infatti chi gareggiava, lo faceva troppo spesso a rischio della propria vita si circuiti insicuri. Allora era una tendenza comune tra gli organizzatori delle gare motociclistiche quella di dare molto poco peso alla vita di chi scendeva in pista! Ciò che si riteneva importante era il fattore risparmio sui costi di organizzazione e l’elemento propagandistico al fine di ottenere un forte richiamo del pubblico. Alla Charade la nuova consapevolezza da parte dei piloti, sfociò in una contestazione. La stessa è stata portata avanti da due piloti, delegati dagli altri nel far valere le proprie ragioni per il bene della categoria. Offerstand e Bourgeois, si sono fatti portavoce di 46 su 47 (Jacques Roca fu l’unico dissenziente) loro colleghi iscritti alla gara. Essi minacciarono gli organizzatori di fare in modo che nessuno scendessi in pista se non fossero state disposte molte più balle di paglia di quante già non ce ne fossero lungo il tracciato (e soprattutto nei punti giudicati più critici). Marcel Cornet, organizzatore dell’evento seppe però agire utilizzando tutta la sua furbizia: fece arrivare in tutta fretta un camion con cinquecento balle di paglia (ne erano state chieste almeno millecinquecento!!), facendole disporre dove indicato dai piloti. In questo modo incantò quelli meno tenaci e battaglieri, spezzando di fatto il fronte dei contestatori. Cornet, con astuzia speculò sulla passione dei piloti isolando di fatto Offerstand e Bourgeois. I primi a prendere le distanze dal fronte degli oppositori, furono i conduttori inglesi. Nei primi anni settanta, tra i piloti era infatti molto comune la mentalità che data la natura stessa del loro mestiere, i piloti “dovevano” rischiare, spesso più del dovuto proprio per “il fatto stesso di essere piloti”. A sposare in maniera particolare questa teoria erano i piloti britannici. Quelli che correvano sotto i colori della Union Jack infatti si formavano presso la “scuola del TT” e a differenza dei loro colleghi “continentali” avevano una visione molto più datata ed approssimativa del concetto di sicurezza dei circuiti. Un esempio tra tutti veniva offerto dal fortissimo Peter Williams che sosteneva con convinzione: “Un pilota di motociclette può dirsi tale solo se prende parte anche al TT!”. Cornet, forte di questa spaccatura che era riuscito a creare, addirittura riuscì a ribaltare la questione a proprio favore, proponendo per i due piloti per una squalifica a vita in quanto essi, persa la contestazione, provarono comunque a prendere il via della corsa, senza aver effettuato le qualifiche. L’abile francese, colse al balzo l’opportunità offertagli dal comportamento ingenuo di Offerstand e Bourgeois accusandoli di voler mettere a rischio l’incolumità degli altri piloti! Essi per paradosso passarono quindi dall’essere quelli che pretendevano maggior sicurezza a coloro che la minavano con il loro incauto comportamento! La Federazione non fu affatto tenera con questi piloti ed in un clima oramai avvelenato dalle troppe polemiche, inflisse ai due una squalifica di un biennio! Dopo aver illustrato ampiamente il clima che ha caratterizzato le fasi preliminari della manifestazione che, da festa del motociclismo si era trasformata in un vero e proprio incubo, torniamo alla cronaca della gara. Infatti, fortunatamente, una volta in pista, tutto ciò che aveva caratterizzato (ed avvelenato!) il pre-gara, passò in secondo piano e i riflettori tornarono su piloti e motociclette. Trentadue su quarantasette furono i piloti a prendere il via. Al primo passaggio in testa alla corsa passò John Dodds su Yamaha 350cc bicilindrica a due tempi. Subito tutto l’ambiente pensò di trovarsi di fronte ad un nuovo trionfo da parte di una “tre e mezzo” della Casa dei tre diapason ma, il pilota inglese veniva tallonato molto da vicino da Peter Williams su Norton 750 “monocoque”, da Barry Sheene e John Woods entrambi su Suzuki 750. Anche il nostro Gianfranco Bonera, in sella alla Triumph Trident 750 del Team di Bepi Koelliker seguiva da vicino l’alfiere della Yamaha. Rougerie in sella alla contestata Aermacchi H-D 350cc a due tempi tagliò il traguardo della prima tornata in settima posizione. Fino al sesto giro Dodds mantenne il comando della gara anche se Barry Sheene gli si fece sotto in maniera sensibile. Anche il transalpino Rougerie si mise in mostra con una rimonta sfrenata che lo vide arrivare in terza posizione, alle spalle del giovane pilota inglese. Il sogno di Rougerie si interruppe però qualche tornata dopo, quando cadde senza conseguenze per se stesso ma causando gravi danni alla motocicletta che non fu più nelle condizioni di poter riprendere le ostilità. Bonera nel frattempo occupava un’ottima quinta piazza che però gli sfuggi sul più bello quando alla sua Trident si svitò il bulloncino della leva del cambio costringendo il forte pilota italiano al ritiro. Dopo Imola, anche alla Charade l’accoppiata Bonera Triumph, fu costretta al ritiro da un guasto banale quanto decisivo. Alla fine della sesta tornata Sheene attaccò con decisione Dodds e prese il comando della gara. Giro dopo giro il pilota inglese della Suzuki seppe prendere sempre più distacco dal rivale in sella alla Yamaha potandolo ad oltre 42” alla fine della contesa. Il secondo posto per Dodds non fu affatto scontato in quanto Peter Williams e la sua spettacolare Norton iniziarono a recuperare secondi su secondi arrivando al traguardo con soli 16” di svantaggio. Barry Sheene si aggiudicò così la sua prima vittoria di livello assoluto nelle “grosse cilindrate”. La sua carriera sino a quel momento era stata caratterizzata da alti e bassi e nonostante la grande notorietà di cui già godeva, Barry non aveva ancora convinto appieno gli addetti ai lavori che non vedevano per lui (sbagliando grossolanamente ndr.) un futuro da “stella del motociclismo”. Questa affermazione segnò un decisivo punto di svolta per la carriera di Barry Sheene. Nel 1973, il pilota inglese si aggiudicò il Trofeo F.I.M. 750. Nei sette anni in cui si gareggiò in questa formula, Barry fu l'unico pilota a trionfare con una moto che non fosse una Yamaha. L'apice della sua carriera Sheene lo raggiunse con la conquista dei due titoli iridati consecutivi nella Classe 500 nel 1976 e nel 1977.

Per saperne di più:


martedì 6 dicembre 2011

La musica del passato..









Il post che state per leggere mi è stato "dettato" da un’amico qualche sera fa, al Motoclub. Si profilava essere una "normalissima serata": una delle tante passate insieme a parlare di motociclette, una di quelle in cui ognuno "dice la sua", dove passione e goliardia si fondono insieme. La classica serata al Motoclub insomma. Tutto si stava svolgendo secondo il "classico copione settimanale" quando, ad un certo punto, si è iniziato a parlare della Ducati 750 SS e della Moto Guzzi V7 Sport. In quel preciso istante ha preso la parola l'amico sopra menzionato (che per pura timidezza mi ha chiesto di rimanere anonimo..) ed ha iniziato il suo discorso:
"Nel 1970 avevo sette anni. Per tutta la prima parte degli anni Settanta, e anche per buona parte della seconda, ero solito, la domenica, uscire con i miei genitori, quando non lavoravano. Non si andava mai al mare o per lo meno non la mia famiglia e la nostra compagnia. Mio padre lavorava come facchino allo scalo merci ferroviario e mia madre invece come operaia in un magazzino ortofrutticolo. I miei erano soliti ripetere che le poche domeniche di primavera o di estate in cui non lavoravano, l'idea di andare in spiaggia, "in mezzo a tutta quella confusione" e in quel gran caldo, non li sfiorava neppure! L'unica maniera di trovare un po' di relax, dopo le fatiche lavorative accumulate durante la settimana, era quello di "andare a cercare il fresco" sulle nostre colline. Ecco allora che la domenica mattina, di buon ora, caricavamo la nostra FIAT 128 verdona con tutto l'occorrente per fare una bella scampagnata e, insieme ai colleghi di mio padre e alle loro famiglie, partivamo. Nella maggioranza dei casi, la meta dei nostri "pick-nick" era fissata nei pressi di Cancellino, una piccola località che si trova lungo il Passo dei Mandrioli. Bene o male si arrivava a destino ancor prima delle nove del mattino! Noi bambini, per non soffrire il mal d'auto, venivamo fatti partire a digiuno, per cui, giusto il tempo di scendere dalle automobili, dare una mano agli adulti a scaricare l'occorrente e venivamo rifocillati. Ricordo ancora quei gustosi panini ripieni di burro e marmellata fatta in casa che le nostre mamme ci preparavano! Mentre i nostri padri parlavano di politica, giocavano a bocce o a carte, le nostre madri, si prodigavano per preparare "l'accampamento" ed il pranzo. Noi bambini, appena ricevuta la nostra ambita leccornia, eravamo "liberi". I più piccoli scorrazzavano per i boschi facendo i loro giochi; noi, "i grandi" del gruppo, andavamo invece ad appostarci sul ciglio della strada, ansiosi di assistere allo spettacolare show che tutte le domenica "andava in onda" lungo lo spettacolare nastro d'asfalto che da Bagno di Romagna (FC) conduce sino a Soci (AR). Protagoniste assolute della scena erano le splendide moto di quegli anni, condotte con maestria dai temerari centauri dell'epoca. Nonostante fossimo giovanissimi e la copertura mediatica dedicata al motociclismo in quegli anni fosse alquanto limitata, noi eravamo molto ferrati in materia dato che leggevamo a scrocco, ogni mese, la copia di Motociclismo che Guerrino (un signore che tutt'ora, frequenta il bar) immancabilmente acquistava. Ci “ranicchiavamo” nel fosso che costeggia l'allungo che passa proprio di fronte alla chiesetta di Cancellino, dove i frati hanno il convitto. Li potevamo udire benissimo i propulsori delle motociclette "cantare" in quanto quel rettilineo consente di tirare sia la terza che la quarta, prima della staccata per la curva a destra da affrontare in seconda marcia. Ogni volta era un "vero tripudio musicale"! Ricordo chiaramente il "rombo di tuono" che usciva dagli scarichi Lanfranconi o dai Conti delle Ducati 750SS. Quella moto era fantastica! Aveva il cupolino filante e pareva una moto da corsa, trapiantata sulla strada! Simile per sonoro alla Ducati era la favolosa Moto Guzzi V7 Sport con i sui bassi pieni e corposi. Le prime volte, ad un orecchio "non allenato", era addirittura difficile capire quale, tra la desmodromica di Borgo Panigale e la "aste e bilancieri" di Mandello del Lario fosse in avvicinamento. Sempre bicilindrica, ma dal suono completamente differente era la meravigliosa Laverda 750 SF. Il suo fronte marcia monoalbero emetteva un suono gutturale e pieno, tanto da renderla riconoscibile già qualche chilometro prima che apparisse ai nostri occhi. E' ovvio che per strada ai tempi le moto più diffuse erano quelle di media cilindrata. Tra queste c'erano dei modelli strabilianti: la Ducati 450cc Silver Shot, le Scrambler; le Honda Four, in tutte le cilindrate; le Suzuki 500 Titan e le 380 GT, le mitiche Kawasaki 500 Mack III, le Morini 3 1/2 e tante altre ancora. Le 750 però per via della loro minor diffusione e della loro esclusività sono state quelle che maggiormente hanno stuzzicato la nostra fantasia. Noi bambini le vedevamo come veri e propri mostri di potenza e di “possenza”, condotte unicamente dai "veri manici". Esse inoltre erano quello che oggi sono le moderne Superbike: le basi di partenza sulla quale venivano costruite le “derivate dalla serie” che si sfidavano nelle 200 Miglia (Daytona ed Imola) e che, prendevano parte al Production TT così come alle numerosissime gare ad esse riservate, che proprio in quegli anni stavano vivendo il lor massimo splendore. In qualche sporadica occasione ci è capitata la fortuna di poter assistere al passaggio di una delle rare Triumph Trident o addirittura della "gemella" BSA Rocket 3! Le tricilindriche inglesi erano facilissime da identificare per via della loro "voce rauca", simile al ringhio di una bestia feroce! Da li a poco tempo il suono più famigliare è però diventato quello emesso dalla futuristica (per l'epoca..) Honda CB 750 Four. La maxi giapponese nel giro di pochissimo tempo dal suo arrivo in Italia, è diventata la vera e propria “best-seller” del mercato. I suoi quattro cilindri, ai tempi, sembravano qualcosa di assolutamente inavvicinabile, tanto da relegare le altre moto di cui ho parlato, al ruolo di " comprimarie" se non addirittura a quello di “moto di nicchia”, acquistate ed apprezzate solo dagli amanti del singolo marchio. Comunque sia, per noi vedere passare una Four era sempre una gioia per gli occhi e soprattutto, udirne l'ululato, lo era per le orecchie! Quando oramai stavo diventando grandicello, (ossia in età da motorino), nelle ultime uscite fatte insieme ai miei genitori, mi è capitato di udire una melodia tutta nuova. Questa musica sino ad allora praticamente inedita era quella emessa dai propulsori a due tempi delle Kawasaki 750 Mack IV e dalla Suzuki 750 GT: entrambe tricilindriche ma dal carattere completamente diverso: rabbiosa la moto di Akashi, con il raffreddamento ad aria; paciosa quella di Hamamatsu raffreddata a liquido. In quegli anni nella Classe Regina del Motomondiale, le 500 a due tempi di Yamaha e Suzuki avevano definitivamente scalzato la gloriosa MV Agusta dal ruolo di regina indiscussa dei GP che da circa quindici anni occupava! Il fatto di avere a disposizione delle moto dotate della “stessa tecnologia” di quelle che correvano e trionfavano nei GP stuzzicava non poco gli acquirenti! La conseguenza diretta fu che il sibilo rabbioso dei due tempi iniziò ad udirsi sulle nostre strade, sui nostri passi e quindi sul “nostro circuito” di quelle lontane domeniche. Il tempo da allora è passato, io sono cresciuto ed ho smesso di partecipare a quelle scampagnate domenicali, insieme ai miei genitori. Le moto sono molto cambiate con esse anche le “melodie” emesse dai loro scarichi. Va detto che allora elaborare una motocicletta e soprattutto “darle voce” installando degli scarichi liberi, era la regola e non l’eccezione! Da li a qualche anno anche io sono diventato un centauro e da allora non ho più abbandonato quella passione nata in me quando ero ancora un bambino. Ieri come oggi la prima cosa che mi colpisce di una moto è la sua “voce”. Ho sempre pensato che essa infatti ti dica subito tutto quello che devi sapere circa il carattere del mezzo che la emette. Purtroppo le cose non sono più come un tempo: dagli anni Settanta fino a metà dei Novanta, il motociclismo viveva in un clima di “beata anarchia”. Le norme anti-rumore erano praticamente inesistenti e comunque sia, da parte delle forze dell’ordine c’era una grande tolleranza a tal riguardo. Oggi invece siamo alle prese con una vera e propria “caccia alle streghe” in un clima di “tolleranza zero”. Le moto escono dalle Case con degli scarichi talmente “chiusi” da sembrare “motorette elettriche” anche se in realtà sono delle mille di cilindrata (le quattro cilindri nipponiche in maniera particolare). L’incauto centauro che decide di dare “voce alla propria amata” lo fa completamente a suo rischio e pericolo in quanto sa benissimo che in caso venga “pizzicato” la pena da pagare non sarà affatto leggera. Per fortuna, nonostante questo la moto ancora oggi come allora sa infiammare tanti (e tante..) giovani. Ciò significa che la passione è ancora viva nelle nuove generazioni anche se rispetto ai miei tempi, quella di oggi è una “passione con poca voce”..

martedì 10 maggio 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..




La storia delle competizioni motociclistiche da sempre è stata fatta da due categorie ben distinte di moto: i prototipi (in sella ai quali negli anni si sono dati battaglia gli assi del Motomondiale) e le derivate dalla serie. Il post di oggi è dedicato a queste ultime. Dal 1988, quando si parla di derivate dalla serie, è naturale che alla mente degli appassionati giunga il nome della Categoria Regina ove queste motociclette si confrontano ossia la Superbike. In essa, come è noto, a darsi battaglia sono le moto prodotte dalle Case più grandi del mondo. Tutti grandi nomi dell'industria mondiale della motocicletta hanno infatti a listino una Superbike Replica, ossia la versione stradale, della moto che viene impiegata nelle competizioni. In queste moto, le Case riversano gran parte delle mirabolanti tecnologie messe a punto nei GP prima e nelle gare di Superbike ed Endurance poi, con il chiaro intento di primeggiare sulla concorrenza, offrendo al pubblico prodotti sempre più prestazionali sia ciclisticamente, quanto meccanicamente e da ultimo ma non meno importante dal punto di vista dell'elettronica. E' proprio questo ultimo punto quello che oggi segna la linea di demarcazione tra una moto “dell'ultima generazione” e un prodotto da considerarsi “obsoleto”. Ogni periodo storico è coinciso con una tendenza da parte delle Case. Negli anni settanta e primi ottanta esse infatti hanno posto la maggioranza dei loro investimenti nello sviluppo dei propulsori. Si è passati dalle aste e bilanceri (o dalle coppie coniche) alla distribuzione a doppio albero a cammes in testa, alle quattro valvole per cilindro; dal raffreddamento ad aria a quello a liquido ecc ecc ecc. Dalla metà degli anni ottanta alla metà dei novanta l'attenzione (per via degli ottimi risultati ottenuti in campo motoristico) è stata posta sulla ciclistica: dai classici telai a doppia culla (quando non a monotrave..) in tubi si è passati ai deltabox, ai favolosi tralicci Ducati, alle strutture con motore portante. La forcella è diventata “up-side down”, i mono posteriori hanno iniziato ad offrire una gamma di regolazioni infinite, gli ammortizzatori di sterzo non sono più stati oggetti di nicchia destinati esclusivamente alle competizioni o ad una utenza ristretta (e facoltosa..). A partire dalla fine degli anni novanta è però partita la rivoluzione epocale. L'elettronica ha infatti iniziato a prendere possesso delle moto. Con l'attuale stato evoluzione, quello che viene installato su di una moto perfettamente di serie come ad esempio la BMW 1000 RR è qualcosa che all'inizio dell'era Moto GP solo i mezzi ufficiali potevano vantare!! E' chiaro che si sta parlando di una moto che al top della gamma della Casa bavarese, ma sempre di un mezzo di serie si tratta e soprattutto la BMW non è la sola a vantare queste soluzioni in quanto anche tutte le dirette avversarie hanno dotazioni del tutto simili a quelle della moto da me portata come esempio. A rendere ancor più efficace il concetto da me espresso, basti pensare che molti team impegnati in Superbike dichiarano candidamente che l'elettronica da loro utilizzata nei mezzi schierati in pista, non si discosta di molto da quella in dotazione al mezzo di serie. Indubbiamente l'aiuto del “grande fratello” che oggi si cela nelle centraline delle moto in vendita nei concessionari è importante e tangibile. Le moto di serie, hanno raggiunto dei livelli di “cavalleria” di gran lunga superiori a quelli delle moto da corsa di una decina di anni fa. Questi mezzi finiscono ovviamente tra le mani dei loro acquirenti. Purtroppo non tutti hanno però il manico per poter domare certi mezzi e in tal senso l'aiuto dell'elettronica fornisce un grande supporto al pilota del mezzo, facilitandogli (o addirittura salvandogli..) la vita. Oggi non si parla più di Superbike Replica senza citare: drive-by-wire, anti-weeling, traction-control, launch-control oltre che delle “solite” mappature. Una volta si sentiva dire che per far scorrere veloce la moto in curva, ci si doveva fidare dell'anteriore; oggi invece ci si deve fidare dell'elettronica per spalancare il gas quando si è ancora completamente a moto stesa! Le moto attuali, prelevate dal rivenditore e portate in pista senza neppure tanti ritocchi e/o regolazioni offrono performance incredibili e fanno si che sia possibile ottenere tempi sul giro impensabili qualche anno fa. Tutto questo è assolutamente perfetto da un punto di vista ingegneristico: la staccata diventa perfetta, la traiettoria anche, gli angoli di piega sono vertiginosi. Come sempre però a me viene da chiedermi: ma tanta elettronica e tanta tecnologia, se da un lato garantiscono prestazioni eccezionali, dall'altro sanno anche emozionare? E' più grande la resa in termini emotivi di un giro perfetto in sella ad un mezzo altrettanto perfetto, o di un giro imperfetto con un mezzo che va dominato ed ascoltato, capito ed interpretato? Come detto tante volte in passato, io mi reputo un romantico della motocicletta.. Mi sono appassionato di moto quando la realtà era ben diversa da quella attuale. Non sono di sicuro uno che sostiene che l'innovazione andrebbe fermata, ma onestamente una moto high-tech non mi emoziona neppure lontanamente quanto lo può fare una moto “convenzionale”, ben preparata a livello di motore e ciclistica. Penso allora con nostalgia ai giorni in cui le Superbike non erano i missili terra-aria di oggi, ma erano delle moto umane, delle naked. A cavallo tra la fine degli anni settanta e i primissimi anni ottanta la Superbike era una questione tutta a stelle e strisce. La AMA era la fucina dei campioni che poi approdavano ai GP. L'Amercan Wave partito con Steve Backer e Kenny Roberts vedeva quelli che di li a pochissimo sarebbero stati i suoi nuovi interpreti darsi battaglia in pista, in sella alle derivate della serie. Lawson, Spencer, Cooley, Pietri, Baldwin e altri ancora infiammavano le folle in sella alle varie Honda CB750F, alle Kawasaki Z1000R e alle Suzuki GS1000. Oggi, vedere i filmati della 100 Miglia di Daytona in cui erano impegnati questi piloti e queste macchine è fortemente emozionante. La guida di quei piloti era fatta puramente di “manico” mentre cercavano di domare le loro moto dalla ciclistica essenziale e dal gran propulsore. Purtroppo quella età dell'oro del motociclismo è finita da tempo, lasciando dietro di se un alone di leggenda dovuta anche al fatto che le notizie ad essa relativa “permeavano” nel Vecchio Continente solo grazie alla stampa specializzata e non attraverso le immagini televisive. La cosa che oggi la gente sembra aver dimenticato è che non occorrono una tecnologia prelevata direttamente dalla NASA e la potenza dell'Apollo 13 per trarre soddisfazioni dalla propria moto e che, saper sfruttare grazie al proprio polso (e al proprio fondo schiena..) 90/100 cavalli veri è molto più appagante rispetto ad avere solo l'impressione di farlo con i 200 tenuti a bada da un pilota elettronico che sulla moto fa le nostre veci! Ma questa è semplicemente l'opinione personale di chi Vi scrive..

Video FAST FREDDIE SPENCER:

lunedì 18 aprile 2011

All'ultimo respiro..




Assen, 23 giugno 1979, dopo un duello senza esclusione di colpi con Barry Sheene, Virginio Ferrari vince il GP d'Olanda della 500, sesta prova del Mondiale di quell'anno, in sella alla Suzuki del Team Gallina. Per il pilota italiano si tratta del primo e unico successo nella Classe Regina, arrivato dopo una prima parte di stagione estremamente positiva, che lo ha visto protagonista proprio assieme al pilota inglese e al Campione del mondo in carica Kenny Roberts. Sul vecchio tracciato olandese di 7.718 m Ferrari e Sheene si trovano al comando dal tredicesimo passaggio, dopo essersi liberati dell'idolo locale Wil Hartog scattato inizialmente in testa. Per i restanti tre giri i due danno vita ad uno spettacolo di alta scuola motociclistica, fatto di sorpassi all'esterno, staccate con la moto di traverso e traiettorie impossibili conquistate quasi con la forza. Alla fine è l'italiano ad imporsi con appena un decimo di secondo di vantaggio sull'inglese e con oltre 21 secondi su Hartog. Suo è anche il giro più veloce della gara a 159,225 km/h di media, con un tmpo addirittura inferiore di un secondo e mezzo alla pole-position fatta segnare da Kenny Roberts!! E dire che Ferrari, da sempre sensibile all'argomento sicurezza, alla viglia della gara non era stato tenero con la pista olandese: "Altro che circuito sicuro. Qui ci sono i fossi che corrono a fianco della pista. E andare a sbattere contro uno dei lati equivale a finire sopra ad un guard-rail. Solo che nei guard-rail non c'è l'acqua!". All'arrivo Sheene, dichiarò a caldo di non aver capito il perché di tanta foga da parte di Ferrari: "Tanto lo avrei fatto vincere lo stesso" - disse - "per ricambiare i favori che lui mi ha fatto lo scorso anno". Lapidaria fu la risposta di Ferrari: "Certe cose vanno decise prima perché abbiano una certa credibilità. Non so se Barry volesse fare quello che ha detto, dato che io non ne sapevo nulla. Poi a me sembra che anche lui in corsa ci abbia dato dentro e che fosse deciso a non farmi vincere facilmente..". Una curiosità: il duello fra i due alfieri della Suzuki venne trasmesso in diretta dalla RAI, una vera rarità per quei tempi, grazie a Federico Urban. Fu infatti il troppo bistrattato telecronista (accusato dagli spettatori di tenere un tono troppo soft durante le sue telecronache..) a segnalare ai responsabili della TV di Stato che il GP d'Olanda poteva andare in onda gratuitamente, dato che l'Eurovisione lo offriva senza chiedere il pagamento di alcun diritto. Altri tempi..
Tratto da:
MOTOCICLISMO d'EPOCA; anno 14 - numero 12/01 dicembre 2008/gennaio 2009

mercoledì 30 marzo 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..



WERA National Endurance anno 1985 circuito di Farms Blackhawk. Nella foto vediamo un giovanissimo John Kocinski (a destra) mentre osserva preoccupato per l'esito della gara, le tempestive riparazioni effettuate sulla Suzuki GSX-R 750 del team Cycle Tech Racing dal baffuto meccanico Dave Zerkel. La moto è stata danneggiata a causa di una caduta che ha avuto come protagonista il pilota di Little Rock. John infatti è scivolato mentre era in sella alla GSX-R 750, a causa della pioggia, danneggiando il carter motore di destra. David Zerkel, giovane ma comunque esperto meccanico del team Cycle Tech Racing sta ponendo rimedio ai danni della caduta, mentre Joey Osowski (con il casco) si prepara a prendere il via per il proprio "stint" di gara. Tutto questo avviene sotto gli occhi attenti del terzo pilota del team: David Aldana (a sinistra con la felpa bianca). Al termine della stagione Aldana ed Osowski si aggiudicarono il titolo WERA National Endurance. John Kocinski venne ingaggiato all'ultimo istante per questa gara specifica dal team Cycle Tech Racing, come rimpiazzo di Wes Cooley, convalescente, a seguito dell'infortunio accadutogli durante la gara della AMA Superbike nell'appuntamento di Sears Point.

lunedì 7 marzo 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..




Anno 1991, Campionato WERA National Endurance, circuito dell'Indiana. Nella foto, entrambi in sella alla Suzuki GSX-R 750 vediamo Kurt Hall in prima posizione, seguito come un'ombra da Wes Cooley. In quella stagione del Campionato Endurance statunitense, il team Valvoline Suzuki Endurance con i piloti Kurt Hall e Michael Martin, non ebbe rivali, aggiudicandosi ben 11 vittorie nella serie, lasciando di fatto solo le briciole agli avversari. Il Team Valvoline Suzuki trovò gli unici competitors in grado di impensierirlo, in qualche occasione, nella coppia di piloti schierata da un altro team che metteva in pista le favolose moto di Hamamatsu: il Suzuki Ace Team Racing per cui gareggiavano il veterano Wes Cooley, due volte campione della AMA Superbike e il giovanissimo (19 anni!!) Stevie Patterson. Nel caso specifico della gara tenutasi in ottobre sul circuito dell'Indiana, la coppia di piloti del Team Ace diede battaglia nelle fasi iniziali della gara all'imbattibile Team Valvoline, tenendone il passo senza problemi. Sul finire della corsa però, la maggior organizzazione del Team ufficiale, unita alla miglior messa a punto generale della moto, fecero la differenza e Wes Cooley ed il giovane Stevie Patterson, nonostante i loro sforzi, si dovettero accontentare della piazza d'onore ad un giro dai vincitori. Una curiosità: a metà settimana, ossia poche ore prima dell'inizio del week-end di gara, lo Stato dell'Indiana venne colpito da un'ondata di venti gelidi provenienti dal Canada che fecero crollare in maniera repentina le temperature. La gara si corse ugualmente in quanto non vi furono precipitazioni atmosferiche ma, nelle sua fasi iniziali il termometro fece segnare una temperatura di appena 4,5 gradi, costringendo i piloti ad indossare indumenti pesanti sotto alle loro tute.

venerdì 4 marzo 2011

Rainey, Schwantz, Polen e Shobert.. può bastare??



AMA Superbike, anno 1987 gara di Memphis. In quel giorno dell'ormai lontano 1987, gli appassionati di moto che erano presenti al Memphis Motorsports Park in occasione della Gara della AMA Superbike, assistettero ad una incredibile battaglia. A darsi bagarre in pista, infiammando gli animi di tifosi e addetti ai lavori c'era infatti un vero "poker d'assi":
Wayne Rainey (Honda n.6) che conduce rivale Kevin Schwantz (Suzuki n.34) il quale a su a volta sopravanza, Doug Polen (semi nascosto) e Bubba Shobert (Honda n.67) a chiudere il quartetto. A sottolineare maggiormente il livello stellare che aveva raggiunto la AMA Superbike in quegli anni, basti pensare che in questa foto sono raffigurati tre Campioni del Mondo! Wayne Rainey iridato nella Classe 500 del Motomondiale negli anni 1990,1991 e 1992; Kevin Schwantz Campione del Mondo nella medesima categoria nel 1993 e Doug Polen iridato nel Campionato Mondiale Superbike nel 1991 e nel 1992 e in seguito vincitore del titolo iridato dell'Endurance nel 1997 e nel 1998. Di questi quattro grandissimi piloti, l'unico a non fregiarsi di almeno un alloro iridato è stato Bubba Shobert, che come visto in un post precedente, non ha avuto il tempo di mettere in mostra il suo talento a livello internazionale in quanto vittima di un grave incidente che ne ha spezzato la carriera. In altre occasioni, su questo blog, ho definito la AMA Superbike (e le AMA Races in genere..) come una vera e propria "fucina di campioni", dalla quale, in un breve lasso di tempo, sono usciti alcuni dei migliori piloti di sempre che hanno calcato la scena del Motomondiale e della Superbike, rendendoli, tra gli anni ottanta e i primi novanta, veri e propri "feudi" USA.

giovedì 24 febbraio 2011

Team Suzuki Heron




Nelle foto, durante la presentazione dei piloti del team Suzuki Heron vediamo: in sella alla 500 n.3 Tom Herron, alla 500 n.6 Steve Parrish e sulla 750, ovviamente col n.7, Barry Sheene.

giovedì 10 febbraio 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..



Road Atlanta maggio 1988. In sella alla Suzuki GSXR750 del team Vance & Hines vediamo Mike Baldwin impegnato in una gara del Campionato AMA Superbike. Quella del 1988 è stata l'ultima stagione completa di competizioni per il pilota statunitense che ha alternato la sua presenza tra la AMA Supebike ed i GP. Nello specifico (ossia la gara di Road Atlanta), Balwin, ha tagliato il traguardo in quarta posizione. Davanti a lui hanno concluso: Bubba Shobert, Doug Polen e Doug Chandler, giunti rispettivamente primo, secondo e terzo. Nello stesso anno va segnalato anche il decimo posto, ottenuto dal bravo (ma poco fortunato..) Mike Baldwin al GP di USA, tenutosi sul tracciato di Laguna Seca.

martedì 8 febbraio 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..



Anno 1987, Campionato AMA Superbike. Nella foto vediamo Kevin Schwantz e Wayne Rainey impegnati in uno degli infuocati duelli che contraddistinse quella stagione del campionato statunitense per le "maxi" derivate dalla serie. Il pilota texano, in sella alla Suzuki GSX-R 750 (n.34), precede il rivale californiano sulla Honda VFR 750 (n.6). Sebbene Schwantz vinse numerose sfide a fine stagione fu Rainey a fregiarsi del titolo. Questo risultato altro non è che il preambolo di quello che accadrà in futuro: Kevin entusiasma, vince ma sciupa molto; Wayne infiamma meno il pubblico ma è roccioso e concreto e alla fine si aggiudica i campionati. Che si tratti di Superbike o di GP, non importa, la loro rivalità è sempre accesa! Le sfide che li vedono impegnati, ruota a ruota, sono talmente infuocate da far pensare a chi vi assiste che per i due non conti il domani ma l'unica cosa, realmente importante sia sopravanzare l'avversario e farlo ora! E' però proprio grazie a questi duelli "all'ultimo sangue" che Kevin Schwantz e Wayne Rainey, hanno scritto alcune delle pagine più belle di sempre nella storia del motociclismo, contribuendo a far appassionare a questo sport tantissima gente.

venerdì 28 gennaio 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..






















Anno 1978. Mick Grant al TT nella classe Production 750, in sella alla formidabile Kawasaki KR750 "water-cooled" mentre è impegnato in un salto a piena velocità. Il forte pilota irlandese ha ottenuto sull'Isola ben 7 affermazioni (la prima delle quali datata 1974) a fronte di sedici partecipazioni nelle varie categorie. Va detto che in tutte le occasioni ha sempre concluso sul podio, risultando quindi uno dei piloti più forti che abbia mai corso il TT. Sull'Isola ebbe la grande soddisfazione, nel 1975, di abbattere dopo 8 anni (!!!) il record sul giro fatto segnare da Mike Hailwood in sella alla Honda RC181 500cc nel 1967, mentre il fortissimo pilota inglese era in lotta contro Giacomo Agostini in sella alla sua MV Agusta. Come accadeva allora la sua carriera non si è limitata solo alle Road Races ma Grant è stato anche un pilota di GP dal 1970 al 1984 correndo per la Kawasaki, con la quale ha ottenuto 3 vittorie (compresa una affermazione sull'Isola di Man quando la gara faceva ancora parte del calendario iridato) e per la Honda. Proprio per la Casa di Tokyo ha avuto l'onore/onere di portare in pista la poco competitiva NR500 quattro tempi a pistoni ovali, con la quale non è riuscito ad ottenere risultati di rilievo. Questa scelta purtoppo lo ha tenuto lontano dalle zone alte della classifica, facendogli di fatto perdere il contatto con i team ufficiali dell'epoca e limitandone molto, a livello di risultati, gli ultimi anni di carriera nei GP. In totale Grant ha preso parte a 25 GP, come detto ha trionfato in 3 occasioni ed ha chiuso altre 6 volte sul podio. E' riuscito inoltre a siglare una pole positione e 3 giri più veloci in gara. Mick Grant ha colto anche due successi nel GP asiatico di Macau, nelle edizioni del 1977 in sella alla Kawasaki KR750 e nel 1984 portando in gara la Suzuki RGB 500 del team Heron. Chiusa la carriera con i GP si è dedicato alla categoria TT F1 dove ha gareggiato in sella a varie moto compresa la Suzuki GSX-R 750 con la quale ha dominato il Campionato Europeo. L'ultima sua apparizione al TT risale al 1985 dove ha chiuso in bellezza aggiudicandosi la sua ultima vittoria. Ha quasi sempre gareggiato col n.10 sulla carena della moto. Sul suo casco bianco hanno sempre fatto mostra di se due grandi lettere verdi: J L in onore del suo primo sponsor e meccanico Jim Lee.

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..


Imatra 1978. Il due volte Campione del Mondo, Barry Sheene in sella alla sua Suzuki 500 da GP è alle prese con l'attraversamento di un piccolo passaggio a livello.. Dalla immagine quindi si potrebbe immaginare che l'asso britannico sia impegnato in una qualsivoglia gara del campionato britannico di Road Races. Anche il circuito dove si corre il TT dell'Isola di Man è caratterizzato nel tratto che precede la salita sulla montagna dal piccolo passaggio a livello della Mountain Railway. Le cose però in questo caso non stanno così.. Sheene e la sua Suzuki infatti sono alle prese con l'attraversamento dei binari della ferrovia che si interseca con il tracciato nel pericolosissimo circuito cittadino di Imatra, sul quale, al tempo veniva disputato il GP di Finlandia, prova valevole ai fini del punteggio per il Campionato Mondiale GP. Ai tempi il TT era stato già cancellato dal calendario dei GP in quanto ritenuto troppo pericoloso eppure, fino al 1982 si continuò a gareggiare su questo tracciato che in quanto a livello di pericolosità aveva "ben poco da invidiare" allo Snaefell Circuit. Il dettaglio fantastico di questa foto, oltre all'acrobazia del grandissimo Barry, sono le persone assiepate lungo i binari per godersi al meglio lo spettacolo offerto dai piloti in sella ai loro bolidi e, alle spalle della gente si vede addirittura un locomotore "parcheggiato"!

giovedì 27 gennaio 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..




Greame Crosby e Suzuki GS 1000-R XR 69. Nel biennio 1980-1981 le gare del Mondiale TT F1 per le grosse moto a 4 tempi, vengono dominate da questa coppia formidabile costituita dal pilota neozelandese e dalla splendida moto della Casa di Hamamatsu. In questo periodo infatti il fortissimo binomio stabilì una vera e propria egemonia aggiudicandosi: il British F1 Championship (1980); 2 Campionati del Mondo TT F1(1980-1981); la categoria Senior al TT dell'Isola di Man (1980); la 8 Ore di Suzuka (1981) dove Crosby divise la sua moto con Wes Cooley. Agli avversari non rimasero che le briciole! Per sottolineare ulteriormente l'incredibile competitività raggiunta da Crosby e dalla Suzuki, basti pensare che essi, durante la Senior TT del 1980, stabilirono l'incredibile record di 6 giri del tracciato dell'Isola, conclusi in meno di due ore ad una velocità media di oltre 115 miglia orarie. Nessuno prima di allora sull'Isola, era riuscito ad abbattere il muro dei 120 minuti per quella distanza!!

Allego alcuni dati relativi al pilota e alla moto:

Graeme Crosby (4 luglio 1955) è un pilota motociclistico neozelandese ritiratosi dall'attività agonistica. Crosby inizia la sua carriera nel 1974 in competizioni locali. Nel 1976 si è distinto nel campionato australiano di Superbike. Nel 1980 si trasferì in Europa, dove vinse la Senior TT del Tourist Trophy e il Mondiale TT F1 (quest'ultimo rivinto anche nel1981). Nello stesso anno debutta nella Classe 500 del motomondiale a bordo di una Suzuki, terminando 8°. Sempre nello stesso anno, vince la 8 Ore di Suzuka insieme a Wes Cooley con la Suzuki. L'anno successivo gareggia sempre nella stessa classe e dopo aver raggiunto quattro piazzamenti sul podio, giunge 5° nella classifica finale del mondiale. Nel 1982 passa alla Yamaha; nonostante alcuni infortuni raggiunge cinque piazzamenti a podio e ottiene il suo miglior risultato nella categoria terminando 2° in classifica generale prima di lasciare le gare del mondiale. Nello stesso anno vince la 200 Miglia di Daytona. Sempre nel 1982, in sella alla Yamaha da GP OW60 500cc si aggiudica anche la 200 Miglia di Imola, compiendo un sorpasso ai limiti del regolamento, nel finale della corsa e strappando la vittoria a Marco Lucchinelli che non si aspettava quella manovra. In seguito ha gareggiato anche nell'automobilismo, in particolare nelle competizioni Turismo, soprattutto in Nuova Zelanda e Australia. Nel 1995 è stato inserito nell'Hall of Fame sportiva della Nuova Zelanda e nel 2007 è stato inserito nell'Hall of Fame del motociclismo neozelandese.
Info by:

Suzuki GS 1000-R XR 69:
Motore: 4 cilindri in linea a quattro tempi
Raffreddamento: ad aria
Cilindrata: 997 cc
Alesaggio x Corsa: 70 mm X 68 mm
Cambio: a 6 marce
Potenza massima: 130 cavalli a 9500 giri al minuto
Velocità massima: 301 Km/h

martedì 25 gennaio 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..












Barry Sheene su Suzuki RG Gamma 500cc (team Heron) e Kenny Roberts su Yamaha OW35K 500cc (team Yamaha ufficiale).

lunedì 17 gennaio 2011

C'era una volta (c'era veramente!) il Paese dei Balocchi..









L'inverno per moltissimi motociclisti (me compreso..) rappresenta quel periodo dell'anno da dedicarsi alla modifica e alla preparazione della propria motocicletta. Durante la stagione infatti chi guida una moto ha la possibilità di capirne pregi e difetti a livello dinamico (a livello estetico, de gustibus..) e cercare di capire come esaltarne i primi ed eliminare o per lo meno limitare i secondi. Oggi i cataloghi di parti di ricambio e di parti speciali per le moto offrono una scelta pressoché illimitata.. in pratica basta avere dei soldi da spendere! Le Case stesse si sono accorte di questa tendenza e giustamente hanno capito che sarebbe stata una grave lacuna per loro non approfittarne tanto che, nei listini pezzi delle varie Case, si trovano una infinità di parti speciali in aggiunta ai vari optional, dedicati ai vari modelli. Sempre più spesso inoltre le Case mettono in produzione (e quindi in vendita) esemplari già modificati o particolari allestimenti di alcuni modelli in listino, in modo da offrire al cliente la possibilità di scelta tra un modello “base” e un modello “racing”. Per fare due esempi su tutti di questa tendenza basti citare la Suzuki GSR600 che viene proposta anche in versione Yoshimura. La moto in questione esce già dalle concessionarie con i terminali di scarico prodotti dalla famosissima Casa di elaborazione, con diversi particolari in ergal (pedane, leve..) e con una livrea decisamente più aggressiva di quella standard. Il secondo esempio può essere la “stilosissima” Moto Guzzi V7 racer, anch'essa una bella rivisitazione in chiave racing old style della già retròV7 classic. Chi ha la possibilità di spendere, in genere per avere una special si rivolge ad uno dei tantissimi tuner che sono diffusi a macchia d'olio su tutto il territorio nazionale. In questa maniera si ha la garanzia di possedere e guidare una special unica al mondo e dalla realizzazione sopraffina. In molti però (come il sottoscritto) preferiscono eseguire i lavori personalmente o nell'officina di fiducia, trasformando la loro moto grazie a particolari aftermarket o addirittura, nel caso dei più bravi, di propria realizzazione. La fantasia di certo non manca a chi vuole modificare la propria motocicletta! In genere i primi particolari ai quali si mette mano sono specchietti, frecce e porta targa. Da questa prima elaborazione “base” si passa in genere ad installare il “pacchetto completo”: impianto di scarico, filtro aria e centralina. Spessissimo (per fortuna) si sostituiscono i tubi dei freni originali in gomma, con altri più performanti in treccia aeronautica. A questa modifica si fa seguire la sostituzione delle “pasticche dei freni” con altre che garantiscono un maggior mordente e per ultimo si sostituisce l'olio dell'impianto, magari con un DOT 5.1. A ruota della modifica all'impianto frenante si esegue in genere anche una miglioria del reparto sospensioni o per lo meno della sola forcella. Tutte le moto moderne hanno sia la forcella che il mono ampiamente regolabili. Chi comunque non dovesse trovare la “sua regolazione” modifica anche queste ultime. Gli interventi che si fanno di solito prevedono la sostituzione di molle, pompanti e si inserisce un olio dalla maggiore viscosità. Il mono posteriore rappresenta una spesa non indifferente e spesso prima di sostituirlo con uno più racing si lavora all'inverosimile al fine di trovare la regolazione più adatta al proprio stile di guida e alle proprie esigenze. La sua sostituzione generalmente viene attuata dai motociclisti più smaliziati ed in grado di mettere veramente in crisi quello di serie. Quelli che cercano ancora qualcosa in più dalla loro motocicletta, andranno anche a sostituire le pedane poggia piedi di serie con altre più arretrate in modo da assumere una posizione più “caricata in avanti” sulla moto oltre che ad aumentare la luce a terra della stessa. Questa modifica, soprattutto se si possiede una naked va di pari passo con la sostituzione del manubrio originale e dei suoi riser, con uno più basso per ottenere l'effetto prima descritto. Fatte queste modifiche si passa alla categoria superiore: installare un cambio a controllo elettronico, sostituire i cerchi con una coppia di più leggeri, la frizione antisaltellamento, lucidatura dei condotti, sostituzione delle cammes e ancora bielle, albero motore ecc ecc ecc sino ad arrivare al “big bore” ma qui, come si suol dire, siamo già “un bel pezzo avanti coi lavori”. Come sopra descritto, al giorno d'oggi il limite all'elaborazione di una moto lo da solamente il portafogli. Ad esso però ultimamente si è unito anche il codice della strada! Le norme che regolamentano in materia si sono infatti duramente inasprite e chi viene pizzicato con la moto dotata di impianto di scarico dalla voce un po' troppo “esuberante” o anche semplicemente del porta targa un po' troppo orizzontale rischia sanzioni e addirittura il ritiro della carta di circolazione. Le cose però non sono sempre andate in questa maniera. Esiste un periodo storico ossia i “fantastici Seventies” che sono stati gli autentici “Golden Years” per quanto concerne le elaborazioni sia a livello di esecuzione quanto a livello di assoluta libertà nel poterle effettuare senza correre il rischio di “andare direttamente in galera (o alla motorizzazione civile..) e senza passare dal via!”. All'inizio degli anni settanta, così come un'enorme onda anomala dalla prorompente forza d'urto, le case giapponesi si affacciarono sul mercato italiano ed europeo. Una vera rivoluzione che lasciò tutti senza fiato: dai motociclisti con la manetta facile agli addetti ai lavori, tutti. Le prime prove su strada proiettavano in un fantastico mondo dei balocchi, dove un prestigiatore dagli occhi a mandorla estraeva dal suo cilindro novità a getto continuo e non smetteva mai di stupire. Le moto nipponiche erano veloci, cromate, non trasudavano olio, avevano (quasi tutte) l'avviamento elettrico, erano affidabili e colpivano diritto al cuore gli appassionati, in eterna adorazione di fronte alle varie Kawasaki Mach III e Mach IV, Z 900, Honda Four e Suzuki GT. Ma poi qualcuno iniziò a portarle in pista o sui tornanti di montagna e qui iniziarono i problemi. Le moto del Sol Levante avevano dei propulsori esuberanti che erano però abbinati a ciclistiche dal comportamento drammatico! La Kawasaki Mach IV era un toro infuriato: nelle accelerazioni più violente il suo avantreno si alzava verso il cielo come quello di un jet in fase di decollo e non c'era minimamente verso di farla viaggiare senza sbandamenti nemmeno in rettilineo, figurarsi nelle curve! Chi aveva il necessario pelo sullo stomaco per portarla al limite narrava di visioni mistiche, fatte di pieghe garibaldine con il telaio in perenne avvitamento e l'avantreno impegnato a puntare, irrimediabilmente, all'esterno delle curve. La sorellina di 500cc non era da meno più anziana di qualche stagione, sfoderava nelle sue prime versioni una coppia di freni a tamburo che si tostavano non appena le frenate si facevano più allegre. La Suzuki GT 750 aveva un manubrio “all'americana” così alto che era praticamente impossibile superare i 170 km/h, pena l'innesco di pericolosi alleggerimenti dell'avantreno o la perdita in corsa del temerario pilota che aveva osato tanto. La sua prima versione inoltre aveva un freno a tamburo che non fermava la moto ma al massimo la rallentava. Nemmeno la regina delle gialle, la Honda CB 750, era perfetta. Il suo assetto volutamente turistico mal si conciliava con la potenza del motore ed il telaio e le sospensioni andavano in crisi quando si voleva esagerare un po' nei curvoni veloci. Fra gli appassionati più temerari di quegli anni c'era un installatore termoidraulico di Rimini: Massimo Tamburini, che un giorno finì lungo disteso sul tracciato del Santamonica di Misano mentre cercava di portare al limite la sua Honda Four 750. Il nostro eroe non si perse d'animo e appena ristabilitosi dalla caduta, decise di riparare la moto costruendo ex novo un telaio che con l'originale non aveva nulla a che spartire. Da questo primo lavoro prese vita una bellissima special in tiratura limitata e la Bimota (la società di Tamburini) passò rapidamente dagli impianti di riscaldamento alle maximoto sportive. L'idea di migliorare le moto nipponiche non venne solo a lui: noi italiani dopotutto non avevamo la necessaria esperienza e la componentistica per costruire dei plurifrazionati a due e quattro tempi, non eravamo in grado di verniciare con colori brillanti e metallizzati i serbatoi e la carrozzeria. Non eravamo nemmeno capaci di cromare altrettanto bene i motori, ma quanto a telai, sospensioni, freni e fantasia non dovevamo imparare niente da nessuno, nemmeno dagli inglesi, figuriamoci dai giapponesi! Fu così che in breve tempo, complici anche le corse per le derivate dalla serie, comparvero una miriade di artigiani specializzati che offrivano componenti ed accessori di prim'ordine per migliorare i mezzi. C'erano soluzioni per tutti i gusti e per tutte le tasche, con un continuo travaso di materiale dalle competizioni alla strada e viceversa. La prima operazione, obbligatoria per tutti, era quella di alleggerimento: via cavalletto centrale e marmitte originali, sostituite da performanti scarichi quattro in uno, con buona pace delle norme antirumore ancora allo stato embrionale. Via specchietti, indicatori di direzione (che fra le altre cose erano vietati dal codice di allora!?!?!?), sellone anatomico e largo alle famose selle biposto che di biposto avevano solo il nome. Il manubrio alto, definito pomposamente “all'americana” ma subito ribattezzato stendipanni, lasciava spazio ai semimanubri regolabili tipo corsa, nel tentativo di caricare maggiormente l'avantreno. Molti si preoccupavano per la catena di trasmissione, messa a dura prova dagli strappi a cui andava incontro nelle accelerazioni più brusche. Per questo motivo l'impianto originale veniva sostituito da un kit duplex. A volte la doppia corona finale era in nylon per risparmiare un po' di peso anche da quelle parti. Chi voleva osare di più si dedicava ad una trasformazione più corsaiola, con serbatoio maggiorato in vetroresina, codino monoposto e carenatura, frutto dell'esperienza fatta nelle corse di durata. Alcune carene nascevano espressamente per un dato modello, altre invece venivano definite “universali” ma in realtà avevano bisogno di un notevole lavoro di adattamento, con supporti, fori e distanziali per riuscire a farle indossare alla propria amata. Fra i fanatici dell'alleggerimento a tutti i costi si annidavano i solisti del trapano. Armati di tutto punto foravano qualsiasi superficie piana capitasse loro a tiro: dischi dei freni, pedane, carter, supporti delle marmitte, leve del manubrio e comandi a pedale. I più raffinati eliminavano il carter copricatena e lo sostituivano con una sottile striscia di lamierino completamente sforacchiata il cui unico compito era quello di impedire che il piede del passeggero venisse tritato dalla duplex di turno. I possessori di Mach III e Mach IV irrigidivano il forcellone saldando inferiormente dei supporti in lamiera ed acciaio e sfilavano di alcuni mm gli steli delle forcelle dalle piastre per prevenire il temutissimo decollo della moto in partenza. Gli ammortizzatori di serie lasciavano posto alla migliore produzione di allora: Marzocchi, Bitubo, Koni. Il maggior numero di accessori aftemarket interessavano però le Honda Four 500 e 750 che rano senza dubbio le maxi più diffuse del periodo. Per questi modelli, a livello di parti speciali, ai tempi c'era solo l'imbarazzo della scelta. Il vero paradiso per i proprietari delle Honda era la Samoto di Roma, che proponeva una serie infinita di parti racing: pedane arretrate, semimanubri, kit per l'installazione del radiatore dell'olio e relativo manometro, serbatoi in vetroresina, carburatori, scarichi e camme modificate. Chi non si accontentava delle prestazioni offerte dal modello di serie, poteva acquistare la special direttamente allestita dal concessionario romano: motore maggiorato a 983 cc, freno a disco posteriore, monoscocca in fibra di vetro che univa serbatoio, sella, fianchetti e codino. Prestazioni dichiarate 88 cv, accelerazione sui 400 metri intorno a 12 secondi e velocità superiore ai 200 Km/h; il tutto a 1.900.000 lire, moto compresa. A Milano invece c'erano Pattoni e Menani pronti a dare più grinta a propulsore e ciclistica. Menani passava allegramente dalle quattro cilindri giapponesi alle special su base nostrana (soprattutto Laverda ed MV Agusta) grazie ai suoi numerosissimi kit di trasformazione. Al telaio pensavano gli specialisti: Fritz Egli e Giuliano Segoni oltre al già citato Massimo Tamburini. Il costruttore svizzero Egli proponeva splendidi telai che si adattavano ai motori Honda e Kawasaki fossero a tre o quattro cilindri. La struttura era a doppio trave in acciaio al cromo-molibdeno, muniti di grosse pietre laterali per l'ancoraggio di motore e del forcellone posteriore scatolato. Fritz Egli su anche uno dei primi a credere nelle ruote in lega leggera. Il suo modello a sei razze veniva garantito per carichi sei volte superiori alle normali ruote a raggi. La Segnoni Corse, invece, prediligeva i quattro cilindri Kawasaki e per i propri telai si ispirava allo schema di Egli a cui abbinava forcelle Ceriani o Marzocchi, freni a disco Brembo o Fontana e l'immancabile kit per sostituire la carrozzeria originale con una monoscocca in vetroresina. Le Kawasaki Segoni presero parte a diverse edizioni del Bol d'Or con risultati lusinghieri, vista l'estrema ristrettezza dei mezzi a disposizione. La differenza fra versione corsa e versione strada era veramente minima. Allo stesso modo era quasi irrisoria la differenza, praticamente ridotta alle sole marmitte ad espansione, fra le due versioni della Suzuki Vallelunga, una special che l'altro importatore italiano (la Said di Torino) allestiva sulla base della tranquilla 750 GT e che doveva servire per le gare di durata. La “Vallelunga”, aveva un motore più spinto della GT, pesava 190 kg a secco contro gli oltre 230 della versione base e la Said dichiarava una velocità massima prossima ai 225 Km/h. Le Suzuki Vallelunga calcarono con successo le piste ma non era affatto raro incontrarle anche in strada. Non era nemmeno raro imbattersi in velocissime Honda Four che montavano il “kit Senior” messo a punto dalla IAP (il vecchio importatore Honda per l'Italia) per le competizioni. Questi siluri venivano presentati come delle repliche del modello Daytona, vincente in Florida con Dick Mann alla 200 Miglia del 1970. Per questo modello la Honda dichiarava una potenza di oltre 90 cv a 9.500 giri al minuto. Secondo la Honda la moto sfiorava i 260 Km/h! Forse i dati sono un po' gonfiati ma le Four “kittate Senior” viaggiavano veramente forte, in un clima di beata anarchia stradale tipico di quegli anni, dove la vera eccezione era rappresenta dal modello completamente di serie. Come detto gli unici antagonisti degli italiani in fatto di elaborazioni erano ai tempi gli inglesi. Al di la della Manica avevano capito velocemente quanto qui da noi quanto il limite delle moto del Sol Levante fosse dato dalla ciclistica. I preparatori inglesi così come quelli italiani si concentrarono sui telai con interventi radicali. Fra i più attivi c'era l'ex sidecarista Colin Seeley, già famoso per le sue special su base Norton. Seeley proponeva, per i modelli giapponesi più diffusi, dei telai in tubi Reynolds alleggeriti dal peso di 12 Kg, diversi kit per la carrozzeria, serbatoi in alluminio e gli immancabili componenti in fibra di vetro. Paul Dunstall si dedicava ai propulsori, maggiorando la cilindrata dei propulsori dei principali modelli delle Case Nipponiche e produceva diverse carene per “vestire” le moto di allora. Il tradizionale conservatorismo britannico andava a farsi quindi benedire di fronte ai modelli giapponesi, “bisognosi delle cure” dei sudditi di sua maestà. Così come in Italia, anche nel regno Unito c'era solo l'imbarazzo della scelta e soprattutto, bastava avere soldi da poter spendere. Un esempio su tutti è la Dimension Four, rivisitazione estrema della Honda Four 750, sulla quale si fece gran utilizzo di materiali compositi di provenienza aeronautica. Le sole sovrastrutture della moto, senza propulsore e impianto elettrico arrivavano a costare 1.150.000 lire nel 1975!! E' quindi chiaro di quanto tutto nei fantastici “Seventies” fosse differente da quanto lo è oggi. Le restrizioni del codice della strada erano minime e questo consentiva quando non incitava a cercare la prestazione ad ogni costo. Va detto che oggi le moto di serie vantano quasi tutte una componentistica di livello medio alto e che l'elaborazione è quasi più un vezzo che si concedono i loro proprietari che non una mera necessità atta a far stare in strada il mezzo come invece accadeva allora. E' però necessario ricordare che è proprio grazie allo spirito “dei nostri padri e dei nostri zii”, veri pionieri delle elaborazioni, se oggi abbiamo inculcata dentro di noi cultura della modifica e nel nostro DNA c'è questa smania per il miglioramento delle nostre motociclette. Sempre ad essi va attribuito l'aver gettato le basi per il proliferare di una miriade di aziende nazionali e non che producono i pezzi aftermarket che vanno ad abbellire oltre che a migliorare il comportamento dinamico delle “nostre amate”. Dal canto mio posso dire che questo sarà il terzo anno consecutivo di lavoro in officina al fine di realizzare la mia special e i racconti delle fantastiche serate passate con gli amici a lavorare sulle nostre motociclette credo che accompagneranno me e loro per sempre!