sabato 11 febbraio 2012

Steve McQueen
















Sulle pagine di Cesena Bikers oggi scrivo di un mito. Parliamo di un uomo che di professione non faceva il pilota bensì l’attore ma, come per i “piloti veri”, la velocità e lo spirito competitivo, erano parti integranti del suo DNA. Steve McQueen poteva tranquillamente vivere “sugli allori” della fama e dei dollari guadagnati sui set dei film nei quali aveva recitato. Per l’epoca, e stiamo parlando degli anni Sessanta, era arrivato ad ottenere dei cachet da oltre tre milioni di dollari a film! Invece, si è sempre messo in discussione con il cronometro: “Gareggiare è la vita, tutto quello che viene prima o dopo è solo attesa”, era solito dire. Solo ed esclusivamente un pilota vero può pensare, e dire, qualcosa del genere. A chi gli chiedeva perché rischiasse la sua carriera, oltre che naturalmente la sua vita, gareggiando in auto o moto quando, poteva benissimo condurre una vita agiata e “lontano dai pericoli”, rispondeva seccamente: “Mi piace gareggiare perché chi ho di fianco non si preoccupa affatto di chi io sia, ma pensa unicamente a battermi!”. La sua infanzia è stata molto difficile. A proposito di essa, in una intervista commentò: “ Non ho avuto né l’amore di una madre né l’autorità di un padre a guidarmi..”. Infatti McQueen non conobbe mai il padre e crebbe con una madre alcolizzata. Da adolescente finì in riformatorio. Era dislessico e affetto da una grave infezione che gli tolse quasi completamente l’udito dall’orecchio sinistro. Per lui furono momenti bui, come ricorderà da adulto: “Mi sentivo perso ed abbandonato, credevo di essere un completo incapace”. Uscì da questa situazione, contando solamente sulle proprie, “vivendo per se stesso, senza dover rispondere a nessuno delle sue scelte”. Giunto al successo, non dimenticò il suo passato fatto di sacrifici: “Ho voluto fare l’attore per sfuggire alla comune settimana lavorativa di 40 ore. Ora ne lavoro 72, traete le vostre conclusioni”. E a proposito della sua carriera di attore diceva: “Recitare e andare in moto, non credo siano mestieri per persone adulte”. Steve uscito dal riformatorio si arruolò in marina, ha fatto il taxista, il barista, lo scaricatore di porto. Per guadagnare qualche dollaro si è iscritto a gare di nuoto. Sosteneva che il denaro fosse per lui la fonte della libertà e non la ricchezza, ossia solamente un mezzo che gli permettesse di vivere le proprie passioni! Di lui, il suo migliore amico diceva: Steve è la migliore persona che si possa avere al fianco ma anche il peggior nemico che si possa incontrare”. McQueen non si fece fagocitare dal successo planetario che la sua brillante carriera di attore gli era valsa. Schernendosi diceva “Un attore è una marionetta manipolata da una dozzina di persone. Le corse, pur necessitando della medesima concentrazione di quella richiesta sul set, sono un impegno molto più dignitoso”. Aggiungeva inoltre:”non so ancora se sono un attore che gareggia o un pilota che recita”. Forte della sua affermazione, nel 1964 si prese 18 mesi di congedo dal cinema per dedicarsi alla sua grande passione per le corse partecipando alla famosissima “6 giorni internazionale di enduro” (International Six Days). Faceva parte della selezione che rappresentava gli USA. Amante delle Triumph, ha quasi esclusivamente corso in sella alle moto di Hinckley. Tra i suoi sponsor c’era la Cosmopolitan, azienda statunitense impegnata nell’import-export e nella distribuzione nel mercato nazionale statunitense. Quando tra la Benelli e la “Cosmo” venne raggiunto un accordo attraverso il quale l’azienda italiana avrebbe fornito a quella americana i sui ciclomotori da vendere in scatola di montaggio e, successivamente, la sua “ammiraglia” ossia la tornato 650, nel 1968 Steve McQueen giunse a Pesaro come uomo immagine della “Cosmo”. Si incontrò con il nostro amato Renzo Pasolini e girò nella pista interna della Benelli, in sella ad una Tornado. I presenti hanno sempre raccontato dei “numeri da paura” fatti da McQueen e Paso. Alla fine, a tutta riprova della sua competenza tecnica diede anche dei suggerimenti circa al telaio di cui dotare quella moto per permetterle di fare breccia anche nel mercato USA. Oltre a saper condurre magistralmente sia le automobili che le motociclette, aveva infatti ottime cognizioni di meccanica ed amava curare personalmente la manutenzione dei propri mezzi. Oltre a recitare, divenne anche coproduttore di un film dove l’auto era protagonista: Bullit. In quella pellicola la facevano da padrone una splendida Ford Mustang Fastback V8 GT ed una grandiosa Dodge Charter V8 440. Nel 1970 partecipò ad una 12 Ore di Sebring, gara di Endurance per automobili, guidando una Porsche. Nonostante avesse una gamba ingessata a causa di una caduta in moto, si piazzò al secondo posto. Nel film “24 ore di Le Mans”, rifiutò la controfigura offertagli per girare le scene più pericolose al volante di una Porsche 917 (allora modello di punta per le gare di Endurance della Casa tedesca). Famosissimo fu poi il “documentario” “Il Rally dei Campioni” nel quale si parla di motocross. Steve McQueen vi partecipò con grande entusiasmo, al fine di promuovere al grande pubblico uno sport motoristico che sino ad allora era riservato ad una “nicchia” di appassionati. L’intento era quello di far si che la gente sapesse che “non si trattava di un mondo di delinquenti senza fede e legge”. Nel 1963 ottenne la definitiva consacrazione come celebrità del grande schermo grazie a “La grande fuga”. La scena in cui in sella ad una Triumph TR6, camuffata da moto tedesca del secondo Conflitto Mondiale, cerca di saltare il confine che lo separa dalla Svizzera e quindi dalla libertà, è nella storia del cinema. Visse una vita a “gas spalancato”. La sua passione per le donne e la sua conseguente fama di playboy erano leggendari. Ebbe tre matrimoni. Nella sua carriera di attore recitò in trenta pellicole. Nel suo garage vantava 55 auto e 210 moto oltre a 3 aerei. McQueen morì a causa di una malattia incurabile nel 1980. A oltre trent’anni dalla sua scomparsa è ancora un mito che ispira ancora pubblicitari, editori e registi. La sua eleganza ed il suo stile di vita sempre al limite hanno fatto si che egli rimanga per sempre The King of cool, il re dello stile. E come poteva essere altrimenti per un che amava dire di se: “ E’ solo quando vado veloce in auto o in moto che.. mi rilasso veramente!”?

1 commento:

sburbiz_marca ha detto...

Uno dei personaggi più memorabili in assoluto della mia infanzia. Un mito senza tempo.