domenica 20 marzo 2011

21 marzo 1981 - 21 marzo 2011: 30 anni dopo la leggenda vive ancora..





La sera del 21 marzo 1981, alle porte di Birmingham, Mike Hailwood sta tornando a casa in macchina assieme ai figli Michelle e David dopo essere andato a comprare “fish & chips” per la cena. Davanti alla sua Rover un camion esegue un'inversione improvvisa e proibita che rende impossibile ogni tentativo di evitare lo scontro. La piccola Michelle muore sul colpo, Mike due giorni dopo in ospedale, David, resta invece miracolosamente illeso. Se ne è andato così, a quasi 41 anni, come un automobilista qualunque, uno dei più grandi campioni nella storia del motociclismo. Amatissimo dal pubblico e rispettato dagli avversari per il coraggio, la bravura e la correttezza nei duelli in pista. Figlio di Stan Hailwood, appassionato di motociclismo e proprietario della catena di negozi “King of Oxford”, Mike aveva iniziato a correre giovanissimo, debuttando a 17 anni ad Oulton Park. Si era messo subito in evidenza nelle gare inglesi e in breve tempo era approdato al Motomondiale, forte del suo immenso talento ma, anche grazie ai buoni uffici e alla disponibilità economica del padre. In carriera ha corso e vinto praticamente con moto di ogni cilindrata, aggiudicandosi 9 titoli iridati (con MV Agusta e Honda) e 77 GP. Ha smesso con le moto forse troppo presto, cercando fortuna nelle quattro ruote dove avrebbe potuto lasciare il segno. Dopo aver vinto il Campionato Europeo di F2 nel 1972 con la Surtess e dopo aver conquistato due podi in F1, nel 1974 un tremendo incidente accadutogli sul circuito del Nurburgring mentre era al volante della sua McLaren da F1 gli ha troncato la carriera automobilistica. Come altri campioni dei motori ha vissuto e si è consumato velocemente, bruciato dal suo stesso ardore: a 20 anni ne dimostrava 30 e in occasione del suo ritorno al TT nel 1978, senza capelli e con i baffi, sembrava un uomo di mezza età. Scrisse di lui, Roberto Patrignani in occasione della sua scomparsa: “Mike è stato il ragazzo viziato che si diverte senza sorridere e in realtà senza divertirsi ma anche una macchina da guerra. Uno di quei rari ordigni umani che ogni tanto la natura sforna casualmente e che fanno il vuoto attorno a sé nell'attività in cui si dedicano. Uomini che distingui da una specie di alone, di cui subisci il fascino e che lasciano un segno indelebile del loro passaggio nella vita terrena”. Mai parole furono più appropriate..

Tratto da Motociclismo d'Epoca (anno 17, numero 3 - marzo 2011 -).

Per saperne di più:

giovedì 10 marzo 2011

Mosport International Raceway
































Il Mosport International Raceway (ex Mosport Park) è uno storico tracciato a nord di Bowmanville, Ontario, Canada. L'impianto, nella sua configurazione originale, vanta una lunghezza di 2,459 miglia (4,0 km). Negli anni ha subito diverse modifiche e migliorie che lo hanno reso una pista in grado di offrire varie configurazioni. Essa infatti può variare in base alle diverse esigenze delle svariate categorie di auto e moto che ne fanno utilizzo. A tal proposito vanno citate alcune di queste configurazioni: una pista kart 1,4 km (Karting Mosport International); un ovale di mezzo miglio; una pista di 2,4 km, utilizzata per svariati test drive (Mosport Driver Development Centre). Il nome "Mosport" è una contrazione di Motor Sport, pronunciato "Moe-Sport", che altro non era se non la ragione sociale dell'impresa che venne fondata per costruire la pista. Il tracciato di Mosport è stato il secondo impianto permanente dedicato alle gare, in Canada, dopo il Westwood Motorsport Park di Coquitlam nella Columbia Britannica. E 'stato progettato e costruito alla fine dell'anno 1950. Il primo evento internazionale che ha ospitato è il trofeo: Player's 200, il 25 giugno 1961. La manifestazione venne vinta dall'asso britannico dell'automobilismo Stirling Moss al volante di una Lotus. Questa affermazione è valsa a Moss la dedica di una curva da parte della direzione del circuito: la Moss Corner è il pericoloso e difficile tornantino, amatissimo dagli spettatori, punto cruciale del tracciato. Molti in passato, erroneamente hanno chiamato la pista “Mossport”, credendo che allo straordinario pilota britannico fosse stato dedicato addirittura tutto il circuito! La pista canadese nella storia ha visto un lungo susseguirsi di proprietari in quanto la società pubblica originale, creata per costruire la pista, non ha saputo nel tempo adottare una politica di marketing abbastanza vigorosa, tale da porre il circuito come tappa obbligata per i circus delle competizioni internazionali più importati. Tra le varie proprietà che si sono susseguite, due vanno ricordate: quella di Norm Namerow (imprenditore, famoso nel campo dell'editoria) che ne è stato il proprietario fino alla sua morte e, Harvey Hudes. Entrambi sono stati introdotti nella Motorsport Hall of Fame canadese per l'importante contributo fornito alla pista di Mosport e quindi agli sport motoristici canadesi. Nel 1998, la Panoz Motor Sports Group (un importante gruppo automobilistico americano, famoso per le sue auto da GT impegnate in varie competizioni) ha acquistato l'impianto. Nel 1999, la neonata American Le Mans Series (serie dove la Panoz è impegnata), ha gareggiato a Mosport. Nel 2001, l'intero circuito è stato completamente riasfaltato e ammodernato per rientrare nelle restrittive norme FIA. L'obiettivo della proprietà è dichiaratamente quello di fare ritornare la F1, il Motomondiale o il Campionato del Mondo Superbike a gareggiare su questo tracciato. Attualmente l'attività agonistica che si svolge a Mosport è legata agli sport motoristici nordamericani. Storicamente il tracciato dell'Ontario è stato la sede di campionati importanti, prima tra tutti la F1. Mosport è stato infatti il teatro del GP del Canada dal 1967 al 1977. Anche il Motomondiale ha fatto tappa su questa pista. Altri importanti campionati automobilistici come la Can-Am, SAC, World Sports Car Championship, Formula 5000 hanno visto in Mosport un importante teatro. Per quanto concerne il motociclismo, va detto che Mosport nel triennio 1989-1991 è stata la sede della gara canadese nel Campionato del Mondo Superbike. La pista, contornata da alberi e guard-rail è però stata da subito indicata dai piloti come troppo pericolosa. Nel 1989 e nel 1990 le manches sono state disputate regolarmente mentre nel 1991 i piloti hanno scioperato. La griglia di partenza è stata quindi riempita unicamente con le wild-card statunitensi e canadesi, dato che nessuno dei drivers impegnati in pianta stabile nel mondiale è sceso in pista. A questo proposito va detto che purtoppo anche Mosport, come tanti altri tracciati, ha chiesto anche un tributo di vite umane: diversi incidenti mortali sono infatti accaduti lungo il suo nastro d'asfalto. Nel 1985 il pilota tedesco Manfred Winkelhock è morto su questa pista al volante della sua Porsche 962C, schiantandosi contro uno dei muretti di cemento che la costeggiano. Nel 2008, in occasione della 29a edizione del Vintage Racing Festival promosso dall'Automobile Association of Canada, il pilota italiano Dino Crescentini (un veterano delle corse per auto d'epoca) ha perso il controllo della sua vettura Wolf Dallara Can-Am, perdendo anch'esso la vita nello schianto. Mosport al giorno d'oggi, senza le importanti modifiche che lo hanno reso un tracciato multifunzione, sarebbe stato un impianto assolutamente anacronistico. Nonostante il lavori che lo hanno interessato però, a differenza di molte altre piste, è rimasto praticamente immutato nel disegno rispetto a quando venne costruito nel 1950. Mosport è da sempre uno di quei tracciati che ha diviso gli animi di piloti: da alcuni è stato amato per via dei sui “sali-scendi” e dei suoi curvoni rotondi e veloci nei quali il giusto “pelo” sullo stomaco può realmente fare la differenza in termini di tempi sul giro! Dall'altra parte, i suoi detrattori lo hanno sempre giudicato troppo pericolo e assolutamente inadeguato agli standard di sicurezza imposti dal Motosport moderno. Premesso che la sicurezza è senza dubbio un elemento imprescindibile al giorno d'oggi nel “motorismo”, da appassionato, non posso però dire che è un grande peccato, "perdere" circuiti come Mosport, Spa Francorshamps. Tracciati che da sempre hanno segnato una netta linea di demarcazione tra: “gli uomini veri” che con coraggio e temerarietà li hanno saputi interpretare, tenendo aperto il gas (o premuto l'acceleratore..) nei punti cruciali e.. “gli altri”. Circuiti dove l'elemento umano può fare la differenza, non asettici "Tilkomedri" come tutti i tracciati moderni..

mercoledì 9 marzo 2011

La "belle époque"..






















4 giugno 1989, Campionato del Mondo Superbike, circuito di Mosport (Ontario – Canada). Il Campionato del Mondo per le maxi moto a quattro tempi derivato dalla serie è alla sua seconda stagione. Nella foto vediamo la terza tappa dell'edizione del 1989 tenutasi appunto sullo spettacolare circuito di Mosport. Quello dell'Otario è ancora un circuito vecchio stile: alberi, guard-rail, vie di fuga ridotte all'osso, fanno da “cornice” a questo tempio della velocità dove da sempre si sono sfidati gli assi nordamericani del motociclismo e dell'automobilismo. Lo spettacolare tracciato canadese ha fatto parte del calendario del World Superbike Championship dal 1989 al 1991. Da li in poi venne giudicato troppo pericoloso ed inadatto ad ospitare una tappa di un Campionato iridato. Sebbene indubbiamente la sicurezza vada anteposta al resto, rimane comunque il rammarico di aver “perso” la possibilità di vedere i piloti, impegnati in uno dei massimi Campionati di velocità, darsi battaglia su di un tracciato che da sempre ha fatto selezione tra: “gli uomini veri” ossia coloro che avevano il necessario pelo sullo stomaco per lanciarsi in maniera forsennata lungo le sue terribili picchiate nonché nei suoi veloci curvoni da brivido e.. “gli altri”non altrettanto capaci (o pazzi..) di interpretarlo alla stessa maniera. Nella foto di questo post vediamo ritratta la curva dedicata a Stirlig Moss (Moss Corner) del circuito di Mosport dove il pilota belga Stéphane Mertens (4) conduce il gruppo. Dietro Mertens, scatenati, vediamo gli idoli di casa Miguel Duhamel (45) e Steve Crevier (48). Più in dietro si può riconoscere Marino Fabbri (30), Michel Mercier (63), Mike Baldwin (76), Raymond Roche (27), Rene Rasmussen (34), Roger Burnett (11), Davide Tardozzi (3), Wolfgang Von Muralt (35), Tom Kipp (33), Paul Iddon (24), Mario Duhamel (61) e Fabio Biliotti (72). Per la cronaca le due manches disputate sul tracciato canadese andarono a Fred Merkel su Honda (la prima) e a Giancarlo Falappa in sella alla Bimota (la seconda). Nel 1989 Merkel, campione in carica, bissò il titolo conquistato nel 1988 imponendo anche nel Campionato Mondiale Superbike la “regola” allora valida nella Top Class del Motomondiale: a vincere sono sempre e solo i binomi formati rigorosamente da moto "made Japan" e pilota "born in the USA"!

martedì 8 marzo 2011

L'inizio della nuova era..


In questa foto panoramica, vediamo la partenza della 200 Miglia di Daytona dell'anno 1985. Fred Merkel in testa al gruppo nella prima curva. La gara è stata vinta da Freddie Spencer che ha trionfato, relegando Wes Cooley al secondo posto e Jeff Haney sul gradino più basso del podio. Visibile nella prima ondata di piloti sono: Fred Merkel (1), Sam McDonald (2), Wes Cooley (9), Roberto Pietri (4), Freddie Spencer (19), Dave Busby (190), McMurter Reuben (3), Pat Hernandez (11), Harth Mike (12), Todd Brubaker (399), Jeff Haney (15), Ashmead Giovanni (18), Ron Haslam (601), Glenn Barry (16), Lusby Pietro (52), Jimmy Adamo (14), Gary Horton (26), Kevin Schwantz (289) e Scott Gray (31).
Quella edizione della classica competizione americana, fu particolarmente importante in quanto segnò la storia della stessa. Fino al 1984 infatti la 200 Miglia era la gara riservata alla massima categoria del motociclismo statunitense ossia la AMA Formula Uno. Essa era una sorta di categoria open, dove potevano sfidarsi ad esempio i prototipi a quattro tempi con le 500 da GP o le 750cc a due tempi nate per la Formula 750. Alla AMA Superbike fino a quell'anno era riservata la 100 Miglia, che si correva uno/due giorni prima della competizione riservata alla Classe Regina. I tempi stavano però cambiando. Il regolamento internazionale aveva però già posto l'anno precedente a 750cc il limite massimo di cilindrata per tutte le gare riservate alle grosse moto a quattro tempi (al fine di limitarne le prestazioni che avevano superato quelle delle 500 da GP!!). Già dal 1984 sia il campionato Mondiale Endurance che il Campionato Mondiale TT Formula Uno avevano quindi adottato questo nuovo dettame, imposto dalla Federazione Internazionale. La AMA si adeguò a questo cambiamento e a partire dal 1985 ci fu la svolta epocale nella storia della gara per moto più importante degli States: a scendere in pista per la 200 Miglia a partire da quell'anno furono le Superbike (cosa che accade tutt'ora). Di fatto questo cambiamento segnò l'inizio della "nuova era" del motociclismo dedicato alle moto a quattro tempi derivate dalla serie, che culminò con la nascita del Campionato Mondiale Superbike nel 1988. A rendere ancor più straordinaria questa edizione della 200 Miglia, ci pensò anche Fast Freddie Spencer. Il pilota della Louisiana, nel suo anno migliore che lo vide Campione Mondiale sia nelle 500 GP che nelle 250 GP, a Daytona, dimostrò ancora una volta essere "un'insaziabile cannibale”! Spencer andò a siglare l'incredibile tripletta che lo vide trionfare nelle categorie: Daytona 200, Daytona F 1 e Daytona 250 Grand Prix. Nessuno prima di allora aveva mai ottenuto questo risultato e, da allora, nessuno è stato più in grado di replicarlo.

lunedì 7 marzo 2011

Quando gli uomini erano veri uomini e le motociclette erano vere motociclette..




Anno 1991, Campionato WERA National Endurance, circuito dell'Indiana. Nella foto, entrambi in sella alla Suzuki GSX-R 750 vediamo Kurt Hall in prima posizione, seguito come un'ombra da Wes Cooley. In quella stagione del Campionato Endurance statunitense, il team Valvoline Suzuki Endurance con i piloti Kurt Hall e Michael Martin, non ebbe rivali, aggiudicandosi ben 11 vittorie nella serie, lasciando di fatto solo le briciole agli avversari. Il Team Valvoline Suzuki trovò gli unici competitors in grado di impensierirlo, in qualche occasione, nella coppia di piloti schierata da un altro team che metteva in pista le favolose moto di Hamamatsu: il Suzuki Ace Team Racing per cui gareggiavano il veterano Wes Cooley, due volte campione della AMA Superbike e il giovanissimo (19 anni!!) Stevie Patterson. Nel caso specifico della gara tenutasi in ottobre sul circuito dell'Indiana, la coppia di piloti del Team Ace diede battaglia nelle fasi iniziali della gara all'imbattibile Team Valvoline, tenendone il passo senza problemi. Sul finire della corsa però, la maggior organizzazione del Team ufficiale, unita alla miglior messa a punto generale della moto, fecero la differenza e Wes Cooley ed il giovane Stevie Patterson, nonostante i loro sforzi, si dovettero accontentare della piazza d'onore ad un giro dai vincitori. Una curiosità: a metà settimana, ossia poche ore prima dell'inizio del week-end di gara, lo Stato dell'Indiana venne colpito da un'ondata di venti gelidi provenienti dal Canada che fecero crollare in maniera repentina le temperature. La gara si corse ugualmente in quanto non vi furono precipitazioni atmosferiche ma, nelle sua fasi iniziali il termometro fece segnare una temperatura di appena 4,5 gradi, costringendo i piloti ad indossare indumenti pesanti sotto alle loro tute.

venerdì 4 marzo 2011

Rainey, Schwantz, Polen e Shobert.. può bastare??



AMA Superbike, anno 1987 gara di Memphis. In quel giorno dell'ormai lontano 1987, gli appassionati di moto che erano presenti al Memphis Motorsports Park in occasione della Gara della AMA Superbike, assistettero ad una incredibile battaglia. A darsi bagarre in pista, infiammando gli animi di tifosi e addetti ai lavori c'era infatti un vero "poker d'assi":
Wayne Rainey (Honda n.6) che conduce rivale Kevin Schwantz (Suzuki n.34) il quale a su a volta sopravanza, Doug Polen (semi nascosto) e Bubba Shobert (Honda n.67) a chiudere il quartetto. A sottolineare maggiormente il livello stellare che aveva raggiunto la AMA Superbike in quegli anni, basti pensare che in questa foto sono raffigurati tre Campioni del Mondo! Wayne Rainey iridato nella Classe 500 del Motomondiale negli anni 1990,1991 e 1992; Kevin Schwantz Campione del Mondo nella medesima categoria nel 1993 e Doug Polen iridato nel Campionato Mondiale Superbike nel 1991 e nel 1992 e in seguito vincitore del titolo iridato dell'Endurance nel 1997 e nel 1998. Di questi quattro grandissimi piloti, l'unico a non fregiarsi di almeno un alloro iridato è stato Bubba Shobert, che come visto in un post precedente, non ha avuto il tempo di mettere in mostra il suo talento a livello internazionale in quanto vittima di un grave incidente che ne ha spezzato la carriera. In altre occasioni, su questo blog, ho definito la AMA Superbike (e le AMA Races in genere..) come una vera e propria "fucina di campioni", dalla quale, in un breve lasso di tempo, sono usciti alcuni dei migliori piloti di sempre che hanno calcato la scena del Motomondiale e della Superbike, rendendoli, tra gli anni ottanta e i primi novanta, veri e propri "feudi" USA.

mercoledì 2 marzo 2011

"Bubba" Shobert: il principe che non diventò mai re..








Don Wayne “Bubba” Shobert è nato il 29 gennaio 1962 a Lubbock, Texas. Ha iniziato la sua carriera motociclistica all'età di sei anni, in sella ad una minimoto. La sua prima esperienza agonistica risale al 1970, quando all'età di soli otto anni prese parte ad una gara sul circuito del suo paese. In quegli anni, suo padre (noto commerciante nel settore delle carni), lo portò al Grand AMA (gare nazionali statunitensi) all'Houston Astrodome. Tra il giovane Shobert e il mondo delle competizioni fu amore a prima vista. In una intervista, rilasciata quando era già un campione affermato, ricordando quell'esperienza, disse: "Ho visto gente come Gene Romero, Mert Lawwill e Jim Rice ed ero in soggezione di loro e la loro guida. Da quel momento in poi le corse motociclistiche furono la sola cosa che avevo in testa: volevo assolutamente diventare come loro!". L'inizio la sua carriera da pilota professionista è datata 1980, quando Bubba compì i 18 anni. Nella sua prima stagione “pro”, chiuse quattro gare classificandosi nella top ten. Questa serie di risultati lusinghieri a fine stagione gli valsero la nomina di: AMA Grand National Rookie of the Year. Negli USA, chiudere il primo campionato a cui si prende parte con il “titolo” di Rookie of the year ossia miglior esordiente della stagione, è estremamente importante ai fini della carriera per gli anni successivi al debutto. Shobert colse la sua prima vittoria nel 1982, al Grand National Mile Indianapolis. Pochi mesi dopo replicò, vincendo sul miglio a Syracuse (NY). Bubba chiuse quella stagione di gare su sterrato in ottava posizione. Nel 1983, Shobert, oramai maturo, fu uno dei protagonisti di una edizione estremamente “tirata” dell'AMA Grand National. In quell'anno infatti il Campionato se lo giocarono addirittura cinque piloti, regalando al pubblico statunitense una stagione entusiasmate. Alla fine anno, Bubba vantò ben 11 podi, tra cui tre vittorie, e chiuse col quarto posto nella classifica finale. La stagione 1984 fu quella che diede la svolta decisiva nella sua carriera agonistica. Fu ingaggiato dalla Honda che lo schierò nel Grand Nationals e per tutta la stagione ha dato luogo ad un duello epico con Graham Ricky suo compagno di squadra. Alla fine dell'anno, Graham si aggiudicò il titolo per un solo punto. Quello che però portò i maggiori cambiamenti fu la sua “incursione” nelle gare su strada, sempre in sella alle motociclette della casa di Tokyo nelle quali si seppe mettere in luce. Su tutte spicca la gara di Formula Uno del Mid-Ohio dove condusse la sua Honda in corsa, in condizioni meteo pessime. Nonostante la sua poca esperienza nella velocità, Shobert come detto vantava una notevole conoscenza delle gare su sterrato e quindi era abituato a controllare la moto che derapava e a gestire la poca aderenza degli pneumatici. Seppe quindi colmare ampiamente la sua mancanza di esperienza in quel campionato guidando la moto in maniera magistrale, gestendone la potenza, controllandone le sbandate e surclassando gli avversari. Il pubblico rimase assolutamente sbalordito dinnanzi all'incredibile performance del giovane pilota texano. Egli si impose con efficacia e sicurezza su tutti i campioni affermati, veterani della serie, come: Wes Cooley e gli altri specialisti della categoria. Nel triennio successivo Bubba Shobert dominò l'AMA Grand National (su pista sterrata) vincendo consecutivamente i campionati 1985, 1986e 1987 ottenendo successi su ogni tipo di tracciato: miglio, mezzo miglio, siepi TT, short track. In totale vinse venti gare in questo lasso di tempo. A queste affermazioni sugli sterrati fece seguire anche ottime prestazioni nell'ambito delle gare in pista, alternando con disinvoltura le varie discipline come in passato solo un fenomeno del calibro di Kenny Roberts aveva saputo fare. Nel 1986 e nel 1987 ottenne la nomina di sportivo AMA dell'anno. Dal 1985 al 1988 disputò e vinse il Campionato Camel Pro di velocità. Dal 1986 prese parte oltre che al AMA Grand National e al campionato Camel Pro, anche alla AMA Superbike, dove ottenne la sua prima vittoria nel 1987, tagliando per primo il traguardo in occasione della gara Superbike disputata sul tracciato del Laguna Seca Raceway. Nel 1988 arrivò anche il titolo di Campione AMA Superbike. Quell'anno la AMA Superbike Series fu un duello tra due piloti, una battaglia epica tra Honda e Suzuki. Questa volta però a condurre le motociclette non c'erano Wayne Rainey e Kevin Schwantz (passati nel frattempo a rinnovare le loro battaglie nella Classe 500 del Motomondiale) ma il loro posto era stato preso da due giovani e velocissimi piloti texani: Bubba Shobert e Doug Polen (poi due volte Campione del Mondo Superbike, Campione dell'AMA Superbike e Campione anche nell'Endurance). La loro fu una battaglia serratissima per tutto l'arco della stagione. Entrambi i piloti si aggiudicarono tre vittorie e diversi piazzamenti. Alla fine fu Shobert a spuntarla sul diretto avversario per soli quattro punti. Ciò che ha reso la vittoria di Bubba ancor più incredibile è che il texano oltre che all'AMA Superbike, ha preso parte in quell'anno anche al AMA Gran National. Anche in questo campionato battagliò per aggiudicarsi il titolo durante tutta la stagione. Alla fine risultò secondo in classifica dietro al vincitore Scott Parker. Queste affermazione in discipline e categorie differenti, fecero si che la stampa e gli addetti ai lavori, giustamente, lo classificassero come il pilota più versatile nelle corse AMA nella seconda metà degli anni 1980. Nel 1988 Shobert era quindi considerato come la più grande star del momento nelle AMA Races, per questo era visto il degno erede di Wayne Rainey e Kevin Schwantz. Bubba Shobert forte del successo ottenuto nell'importante campionato AMA Superbike si dimostrò quindi pronto per seguire le orme sei suoi famosi predecessori e nel 1989 fece il “grande salto” prendendo parte al Motomondiale nella classe 500. La Honda gli affidò una NSR 500 da GP. Anche se non faceva parte del team ufficiale insieme a Wayne Gardner e a Mick Doohan, la Casa gli diede comunque del buon materiale e un importante sostegno. Tutto sembrava girare a favore del giovane e promettente pilota texano: era entrato nel mondo dei GP con la Casa di Tokyo (da sempre interessata ad avere in sella alle sue moto un pilota statunitense per via dell'importanza rappresentata del mercato nordamericano per la vendita dei suoi modelli di serie) e aveva tutte le carte in regola a livello di talento e velocità per ben figurare. Tuttavia, dopo solo 3 gare, la sfortuna colpì in maniera inesorabile questo pilota. In occasione della tappa statunitense del campionato Mondiale di velocità del 1989, tenutasi sul circuito di Laguna Seca, Bubba Shobert incappò in un gravissimo e quanto mai insolito incidente, alla fine del GP, durante il giro di rientro ai box. Kevin Magee, dopo aver tagliato il traguardo volle infatti festeggiare la sua posizione, salutando il pubblico con un burn-out, fermandosi al centro della pista fece slittare velocemente il pneumatico posteriore della sua moto, creando una densa nuvola di fumo. Shobert che sopraggiungeva a oltre 100 miglia orarie non ebbe il tempo di rallentare e si addentrò in quella nuvola. La sfortuna volle che colpisse in pieno la moto dell'avversario vendo sbalzato di sella. A quel punto venne centrato in pieno dalla Yamaha di Eddie Lawson che stava transitato in quel momento. Lo schianto fu pauroso e Bubba Shobert subì delle gravissime ferite alla testa. Dopo un lungo periodo di riabilitazione si ristabilì ma di fatto l'incidente ne spezzò la carriera in quanto il pilota texano non tornò mai più a gareggiare. Nel 1991 sposò la sua fidanzata, Tara Summers dalla quale ebbe due figli. Dopo l'incidente rimase ancora nell'ambiente agonistico, ricomprendo il ruolo di manager per alcuni team, soprattutto nella AMA 250 Grand Prix. Nel 1997 si trasferì di nuovo a Lubbock (il suo paese natale) in Texas, dove riprese a gestire l'attività famigliare legata al commercio della carne (attività che lo vede ancora impegnato). Shobert è stato inserito nella Hall of Fame del motociclismo americano nel 1998. Partecipa ancora alle varie commemorazioni motociclistiche riservate alle “vecchie glorie”, sparse per gli States, per la gioia dei suoi numerosi fans che non lo hanno mai dimenticato. Don Wayne “Bubba” Shobert è quindi un altro pilota sfortunato che avrebbe potuto essere parte integrante del mitico American Wave ma che invece a causa di un brutto incidente ha visto svanire la sua promettente carriera. Purtroppo in ambito internazionale non ha avuto la possibilità di dimostrare l'immenso valore e la classe cristallina che in Patria lo hanno invece reso celebre. Il suo carattere guascone è rimasto impresso nella memoria della gente del paddock. Memorabili erano le feste con tanto di barbecue (e non poteva essere altrimenti..) che la famiglia Shobert era solita organizzare nei week end di gara, alle quali partecipavano tutti i piloti e gli addetti ai lavori!