lunedì 19 gennaio 2009

John Wittner: il dentista della Moto Guzzi











Nelle foto partendo dal basso:
1) La griglia di partenza del BOTT di Monza del 1989.
2) Marco Lucchinelli in sella alla sua Ducati 851, osserva "incredulo" la Moto Guzzi Daytona che ha sorpresa ha ottenuto il secondo miglior tempo nelle qualifiche.
3) Il pilota statunitense Brauneck in sella alla Moto Guzzi ideata e costruita dal Dr. John Wittner, impegnato sul circuito di Monza.
Il “post” che pubblico oggi mi sta parecchio a cuore. So benissimo che ai più il nome di John Wittner non dice nulla. Parlare di un dentista su Cesena Bikers non infatti è una cosa usuale.. I personaggi sui quali ho pubblicato degli articoli, nella norma sono tutti stati dei “ragazzi prodigio” che già a dodici anni facevano i garzoni nella bottega di qualche affermato meccanico o che hanno dedicato la loro vita ai motori (vedi Erv Kanemoto, Arturo Magni o Franco Farné, ai quali ho già dedicato dei posts in precedenza). John Wittener invece è un dentista statunitense che ha legato in maniera forte il proprio nome alla Moto Guzzi nella seconda metà degli anni ottanta. Ci tengo a specificare che non avevo mai sentito parlare di questo personaggio fino all’anno scorso. Nel 2008 infatti ho acquistato la mia moto: una Moto Guzzi V11. In seguito a questo acquisto ho iniziato ad interessarmi della storia agonistica del marchio della mia moto e per questo sono venuto a conoscenza dell’esistenza del Dr. John.
Il Dr. John Wittner praticava la sua professione a Philadelphia ma il suo tempo libero lo dedicava a elaborare motori soprattutto Harley Davidson. Il suo interesse per la meccanica lo spinse all’acquisto di una Guzzi, che quasi casualmente si trovò tra le mani. Ben presto il fascino del bicilindrico italiano conquistò il dentista americano. Nel 1984, dopo numerosi elaborazioni apportare alla bicilindricadi Mandello, John Wittner, iscrisse la sua Moto Guzzi al campionato americano BOTT (Battle of the Twins). In breve iniziarono ad arrivare le prime vittorie e incredibilmente, a fine stagione la Guzzi del Dr. John conquistò il campionato. I risultati ottenuti galvanizzarono il Dr. John tanto da indurlo a vendere il suo studio dentistico e a cedere l’attività per dedicarsi al motociclismo agonistico, sempre legato alla Casa di Mandello del Lario. Nel 1985 la Guzzi del Dr. John sbaragliò di nuovo la concorrenza replicando il prestigioso successo dell’anno precedente nel campionato statunitense di BOTT: aggiudicandosi tredici gare ed il secondo titolo consecutivo. Da questo momento però iniziò una fase di decadenza poichè la moto necessitava di nuovi sviluppi per restare al passo con la concorrenza, che battuta per due anni consecutivi, aveva affilato le armi. Arrivò quindi il momento in cui Wittner (per potere andare avanti con la sua avventura agonistica) dovette chiedere aiuto direttamente alla Moto Guzzi. Venne in Italia e si rivolse ad Aleandro De Tomaso (allora patron della Casa Lariana) portando con se il palmares delle vittorie ed i suoi progetti per la moto che avrebbe voluto realizzare. La Moto Guzzi in quegli anni non è che se la passasse molto bene. Dopo la sua grande crisi e conseguente amministrazione da parte dello Stato era stata rilevata dal finanziere Alejandro De Tomaso, che con l’acquisto anche della Benelli e della Innocenti aveva sì creato un grosso gruppo industriale, ma che ai fini pratici, non portò nessun vantaggio alle aziende in suo possesso, sia a livello organizzativo che finanziario. Ciò nonostante la Moto Guzzi sopravvisse e anzi tentò di rinnovarsi con l’introduzione di nuovi modelli che però si basavano sempre sul mitico ed indistruttibile bicilindrico due valvole progettato dell’ingegner Carcano. De Tomaso, decise di porre la sua fiducia nei progetti di John Wittner (stranamente vista l'estrema cautela dell'argentino verso gli investimenti per i progetti innovativi). L’imprenditore argentino infatti, si “innamorò” di questo ex dentista (un poco strano ma geniale e vincente) e oltre a finanziarlo gli diede da sviluppare un nuovo motore con testata a quattro valvole che nel frattempo in Moto Guzzi avevano messo a punto. Questo propulsore, ideato dall’ing. Todero, sarebbe dovuto essere la base per una nuova generazione di moto sportive, marcate Guzzi che avrebbero dovuto rilanciare la Casa di Mandello del Lario. Intorno a questo motore, che coniugava da una le dimensioni di un due valvole con la potenza di un quattro, Dr. John costruì una moto semplice ed efficace, applicandovi l'invenzione che aveva testato vittoriosamente nel BOTT: una struttura monotrave che passando in mezzo alla V creata dai due cilindri univa direttamente il canotto di sterzo con un traverso posteriore e due piastre che a loro volta reggevano il monoammortizzatore posteriore ed il forcellone. Si trattava di un cambiamento radicale rispetto ai pur validissimi telai doppia culla delle serie “Le Mans”. Tale variazione, in tema di ciclistica rappresentò nell’ambiente guzzista una vera e propria rivoluzione. La moto del Dr. John, ben condotta dal pilota americano Doug Braunek, si mise subito in luce nelle serie americane riservate alle bicilindriche e sopratutto nelle gare disputate sul mitico catino di Daytona che avevano una grande cassa di risonanza anche in Europa. Fù così che nell’anno successivo, il 1989, De Tomaso decise di invitare in Europa il piccolo team del Dr. John per dimostrare anche qui da noi le sue capacità e quelle della moto. Dall’America John portò oltre alle moto il pilota Braunek e alcuni meccanici. Trovò un forte appoggio dal figlio del presidente De Tomaso: Santiago. Altro sostenitore del progetto del Dr. John Wittner fu Maurizio Valli (persona che per capacità tecniche ed umane era il giusto collante tra la fabbrica, il mondo guzzista italiano ed il Dr. John). Fu scelta per il debutto una manifestazione che era nata in quegli anni sullo storico circuito di Monza: la Due Giorni Internazionale, ottimamente organizzata dal Motoclub Inverunese. A queste gare partecipavano personaggi di spicco provenienti da tutta Europa che si sfidavano in varie categorie di competizioni. Il clou della manifestazione era (sulla falsariga delle serie americane): la Battle Of The Twin. In gara c’era anche il campione del mondo 1981 della classe regina dei GP: Marco Lucchinelli. Il grande Marco partecipava a questa manifestazione alla guida di una Ducati 851 ufficiale. La Ducati con questa motocicletta aveva già ottenuto degli importanti successi nel campionato mondiale Superbike e, la 851 per le sue prestazioni rispetto alla concorrenza impegnata nella manifestazione monzese, era considerata da tutti “su un altro pianeta”. La Casa inoltre, partecipò in via ufficiale a questa manifestazione, mettendo in campo una capacità organizzativa e mezzi tali da scoraggiare in partenza tutti gli altri partecipanti. Sebbene attratti ed incuriositi dal nome del Dr. John, nessuno considerava seriamente la piccola Moto Guzzi come una valida pretendente alla vittoria finale. Fu così che il venerdì antecedente la gara iniziarono le prime prove libere in cui il “rosso” pilota Brauneck cominciò a familiarizzare con la tremenda pista di Monza che non aveva mai visto prima. Il punto chiave del tracciato brianzolo, nel quale piloti e ciclistiche venivano seriamente messi alla frusta era la seconda curva di Lesmo. Solo pochi piloti erano in grado di percorrerla in pieno. In quelle prove libere si capì che a farlo, oltre al mito Marco Lucchinelli, c’era un solo altro piccolo pilota con la tuta bianca, la moto bianca e rossa ed un cuore grande così: Doug Braunek e la sua Moto Guzzi! Il piccolo team diretto dal Dr. John girava al meglio all’ombra di un’anonima tenda nel vecchio paddok dell’autodromo di Monza. La moto veniva revisionata e regolata direttamente da John coadiuvato dai meccanici e dal compianto Maurizio Valli. Fu così che nelle prove ufficiali Marco Lucchinelli, staccò la pole-position con un giro strepitoso sul piede dei due minuti (un gran tempo per l’epoca e per il tipo di moto..). Braunek però non gli fu da meno venendo distanziato solo di pochi centesimi e conquistando così il secondo posto in griglia, infliggendo comunque un significativo distacco al resto del gruppo. Questa importante prestazione lasciò tutti nello stupore: perfino la Ducati e il grande Marco Lucchinelli rimasero sbigottiti dinnanzi ad un avversario che in prima battuta non avevano preso in seria considerazione. La gara partì con Lucchinelli subito in testa con un paio di secondi di vantaggio sugli inseguitori. Braunek non partì benissimo e si trovò un po’ bloccato da avversari più lenti di lui, ma dopo pochi giri cominciò a carburare e a macinare avversari girando sui 2’01” (inanellando giri sullo stesso passo ottenuto nelle qualifiche). Col proseguire della competizione anche Lucchinelli non poté resistere più di tanto e già a metà gara la Moto Guzzi era sola al comando, irraggiungibile da chiunque, anche perché nel frattempo la Ducati di Lucchinelli si era dovuta ritirare. Già io e tutto l’ambiente guzzista sognava ad occhi aperti una vittoria storica che avrebbe potuto aprire nuovi scenari nelle competizioni al marchio italiano. Il destino però fu beffardo: un banale guasto elettrico (la rottura di un cavo candela), portò al ritiro Braunek e la sua Moto Guzzi da una gara praticamente vinta. Fu una delusione fortissima, solo in parte mitigata dal vedere il Team e lo stesso Dr. John ricevere i complimenti da tutto il paddok di Monza, avversari compresi. Dopo questa gara seguirono poche altre saltuarie esibizioni, ma probabilmente la non florida situazione economica e finanziaria della Moto Guzzi tarparono le ali ad un team e a delle moto che con il giusto appoggio tanto avrebbero potuto dire nel panorama sportivo motociclistico dell’epoca. Queste gare però un merito lo ebbero: creare nella dirigenza Moto Guzzi la volontà di mettere in produzione una replica di queste moto, che nel bene e nel male avevano creato soprattutto nell’ambiente guzzista l’aspettativa di una sportiva all’altezza della concorrenza. Al salone del Ciclo e Motociclo del 1989, infatti, fu presentata una fedele replica della moto ideata dal Dr. John con l’inedito motore a quattro valvole, che subito fra l’entusiasmo della gente fu eletta reginetta del salone, accendendo sulla Moto Guzzi e sul suo nuovo prodotto i riflettori della stampa specializzata che spesso aveva snobbato e criticato l’operato della casa di Mandello. Oggi il Dr. John Wittner vive in America, c'è chi dice che sia ripartito dall'Italia molto deluso per il comportamento della dirigenza Guzzi, c'è invece chi dice che si è semplicemente esaurita quella carica di passione che lo ha mosso in quegli anni di grandi avvenimenti. Quale delle due ipotesi sia vera, resta comunque il fatto che il Dr. John Wittner rappresenta l’esempio di chi con la passione (più che con un budget importante) ha mostrato a tutti la competitività e il potenziale sportivo delle Moto Guzzi. Purtroppo non è stato preso in debita considerazione dalla dirigenza del tempo, così come da quelle che si sono alternate da allora sino ai giorni nostri, negando alla Guzzi di potersi esibire nel suo naturale palcoscenico: le gare. Indubbiamente in un guzzista come me (ma credo anche in ogni appassionato delle moto made in Italy) resta una certa amarezza: pensare che la Guzzi nell'ormai lontano 1989 se la giocava ad armi pari con la Ducati (nonostante un reparto corse che oggi farebbe sorridere una scuderia privata), mi fa pensare a quanto avrebbero potuto dare e ottenere dalle competizioni le moto che portano l'aquila italiana sul serbatio.

mercoledì 14 gennaio 2009

L'armatura dei cavalieri..























































































Nelle foto partendo dal basso dalla 1 alla 8:
La tuta da gara di Giacomo Agostini (MV AGUSTA), Barry Sheene (SUZUKI), Anton Mang (KAWASAKI), Kenny Roberts (YAMAHA), Freddie Spencer (HONDA), Marco Lucchinelli (CAGIVA), Franco Uncini (SUZUKI) e Kevin Schwantz (SUZUKI).
Nelle foto 9 e 10 invece si vede la mia tuta 2009.
E' da un po' di tempo che penso di pubblicare questo post. Non voglio assolutamente parlare di evoluzione tecnica di capi e materiali, di sicurezza che va aumentando nell'attrezzatura tecnica dei motociclisti, ecc. ecc. E' innegabile che il livello di protezione raggiunto dai capi tecnici al giorno d'oggi è molto elevato e che le maggiori Case che producono questi articoli investono ingenti capitali in costi di ricerca e sviluppo a tutto vantaggio dell'utente che li indosserà.. La mia è una valutazione più personale e sicuramente meno utile; e' una valutazione più romantica che risale a quando da bambino mi sono appassionato di moto. Ai tempi, quando ancora non avevo neppure il "cinquantino" e davo virtualmente "gas alla mia bicicletta", sognavo già il giorno in cui avrei posseduto e guidato una moto mia, indossando una di quelle meravigliose tute in pelle che allora si vedevano per lo più solo in televisione durante i GP (la diffusione delle tute tra i motociclisti che giravano su strada nei primi anni ottanta era alquanto scarsa). Crescendo ho avuto il cinquantino e poi il 125.. Ai tempi avevo in parte coronato il mio sogno, avendo a disposizione una moto e una tuta in cordura (possedevo il Tuareg Wind dell'Aprilia, ma essendo la mia moto una enduro, avevo comprato le protezioni fuoristradistiche). Nel 2000 ho posseduto una SUZUKI GSX 600cc, ma anche allora non avevo acquistato la tuta completa. Avevo infatti solo un giacchetto.. Il sogno si è finalmente avverato nel 2008: ho ricomprato la moto (una MOTO GUZZI V11) e finalmente ho acquistato anche la tuta in pelle.. Io non sò se é un effetto che ha dato solo a me (e agli amici a cui l'ho chiesto..) o é una sensazione che i più provano: una volta indossata ho sentito (e non dovrebbe essere così..) l'effetto invulnerabilità. Mi sono sentito protetto da una corrazza che mi ha permesso sin da subito di piegare di più la moto, sentendomi maggiormente parte di essa. La mia stessa sensazione la hanno provata anche altri ragazzi con i quali ho parlato in merito a questo discorso. Purtoppo quello che sentiamo, non corrispende alla realtà dei fatti, in quanto la tuta, sebbene sia utile, non ci salva la vita. E' bene sempre tenere a mente che la protezione maggiore ci arriva dalla nostra testa e dalla prudenza con la quale guidiamo le nostre moto.

martedì 13 gennaio 2009

La 8 ore di Suzuka





















Nelle foto partendo dal basso:
1-2-3) La partenza (in questo caso della edizione del 2008) della gara nipponica. Questo tipo di avvio di gara e' anche detto: partenza in stile Le Mans, in quanto adottato nella famosissima 24 ore francese di automobilismo. Sicuramente una partenza del genere, pur essendo pericolosa, é per il pubblico molto spettacolare. Si vede infatti come le moto siano schierate su di un lato della pista e i piloti sull'altro. Allo scattare del semaforo verde, i piloti si devono precipitare verso le loro moto (attraversando di corsa il circuito), inforcarle per poi partire.
4) Il podio dell'edizione 2008 della 8 ore di Suzuka con i vincitori: Ryuichi Kiyonari e Carlos Checa. I due hanno riportato al successo la Honda dopo lo stop subito nel 2007 a causa della Suzuki.
Seguono info:
La 8 ore di Suzuka, in giapponese 鈴鹿8時間耐久ロードレース - (Suzuka Hachi-tai), è una competizione motociclistica di durata che si disputa ogni anno sul ciruito di Suzuka in Giappone. La gara, come dice il nome stesso ha una durata di otto ore e ogni team schiera due piloti che si alternano su di una moto nei turni di guida. La competizione, che costituisce il più importante evento motoristico del Giappone, fa parte del campionato mondiale Endurance organizzato dalla FIM. A parte questo “valore” nel campionato mondiale composto dalle sole gare di durata, la conquista della vittoria nelle 8 ore di Suzuka è ambitissima dalle Case nipponiche. Si tratta infatti di una corsa nella quale si affrontano le moto derivate dalla serie. L’evento ha visibilità a livello mondiale e si disputa tra le “mura domestiche” dell’industria della moto giapponese. Rappresenta per le Case del sol levante una vetrina di assoluta importanza per mettere in mostra il valore tecnico delle loro “maxisportive”, con un riscontro sul mercato simile a quello che rende il campionato mondiale superbike. La prima edizione della 8 ore si tenne nel 1978 ed era una gara nella quale correvano motociclette di varie classi e nella quale i modelli della classe F1 rappresentavano il vertice per le prestazioni. Alla competizione parteciparono moto delle quattro grandi Case giapponesi, Honda - Yamaha – Kawasaki e Suzuki. Nel 1993 si ebbe un notevole cambiamento. La crescente popolarità delle gare Superbike fece incentrare su questa classe di moto (che già partecipavano alla gara), la competizione. Questo cambiamento portò alla eliminazione della classe F1. La gara visse il suo periodo d'oro durante gli anni' 80 quando ogni edizione era seguita da circa 130.000 spettatori contro gli 85.000 attuali. Alla gara spesso partecipano piloti famosi provenienti da altri campionati, Superbike e MotoGP, senza dimenticare gli assi statunitensi della AMA superbike, in forza ai team ufficiali delle Case giapponesi. Scorrendo l'albo d'oro di questa competizione, si trovano i nomi di quelli che hanno fatto la storia del motociclismo degli ultimi decenni: Mike Baldwin, Fred Merkel, Wayne Gardner, Scott Russell, Aaron Slight, Valentino Rossi sono solo alcuni dei "grandissimi" che hanno partcipato e vinto questa gara. Ancora oggi per i piloti giapponesi rimane uno degli impegni più importanti dell'anno. Un buon piazzamento in questa competizione infatti può aprire le porte dei campionati mondiali per chi lo ottiene. Essendo la corsa disputata su un circuito di proprietà della Honda (su cui vengono collaudate la moto da competizione di questa casa), non è soprendente il fatto che la casa di Iwata domini le statistiche, così come non sono sorprendenti le numerose vittorie dei collaudatori Honda tra cui Tohru Ukawa, Daijiro Kato (che proprio su questa pista ebbe l'incidente letale) e Shinichi Itoh. L'unica vittoria della Kawasaki è stata ottenuta nel 1993 da Scott Russel e Aaron Slight. La Honda è stata dominatrice incontrastata dal 1997 al 2006. Questo strapotere Honda è stato interrotto dalla Suzuki nel 2007. La Casa di Hamamatsu ha messo fine alla “streak” vittoriosa della Honda nella “sua” 8 ore di Suzuka, vincendo l’edizione del trentennale con la coppia Kousuke Akiyoshi/Yukio Kagayama mettendo in pista una impeccabile GSX-R 1000 K7, preparata meticolosamente dal team Yoshimura. E’ il quarto successo di questa casa nipponica nella maratona endurance che “vale-una-stagione”. E’ il ritorno sul gradino del podio di una moto non contraddistinta con l’ala dorata dopo due lustri: dal 1996, dalla coppia Edwards/Haga in sella alla Yamaha YZF750, che la Honda dominava nella pista di casa, trasformando la 8 ore in una festa dove solo le proprie moto, con i più blasonati piloti in sella, avevano diritto a giocarsi il successo. Aaron Slight è l'unico pilota ad essersi imposto per due anni consecutivi su moto diverse (Kawasaki ZXR-7 in coppia con Scott Russell nel 1993 e Honda RC45 in coppia con Doug Polen nel 1994), mentre l'unica coppia in grado di vincere due edizione consecutive è stata Shinichi Itoh-Tohru Ukawa 1997/1998. Kevin Magee ha vinto due edizioni consecutive in sella ad una moto non Honda (Yamaha YZF750 1987/1988) ed é appaito in questo suo record da Wes Cooley (Sukuzi GS1000 1978 e 1980). E' interessante sottolineare il fatto che nelle prime 17 edizioni (1978-1994) solo 4 piloti giapponesi hanno vinto la gara (12% dei 34 vincitori) e solo una volta la vittoria è andata ad un duo tutto giapponese (nel 1982 con Shigeo Iijima e Shinji Hagiwara su Honda). Nei successivi 13 anni, anche a causa del progressivo disinteresse dei piloti delle altre nazioni per l'evento, 20 volte un pilota giapponese è salito sul gradino più alto del podio (77% dei vincitori), con 8 vittorie tutte giapponesi e almeno un pilota per anno ad esclusione del 2001. Va detto che i “big” del motomondiale e della superbike, progressivamente si sono allontanati dall’importante gara giapponese anche a causa dell’ampliarsi dei calendari dei campionati in cui militano. A causa della frequenza con cui si corre oggi, una caduta con infortunio in questa una corsa che, sebbene blasonata, non porta punti mondiali, potrebbe compromettere una intera stagione iridata. Il 2001 è un anno particolarmente importante per i colori italiani: la prima ed al momento unica vittoria di un pilota di casa nostra, ottenuta da Valentino Rossi in coppia con lo statunitense Colin Edwards, allora compagni di marca alla Honda (Valentino nella MotoGP, Colin nella superbike), in sella alla Honda VTR 1000. Una piccola curiosità in merito a Valentino Rossi e alla 8 ore si Suzuka: sembra che Valentino avesse chiesto già nel 1998 di poter prendere parte alla gara in coppia con Tetsuya Harada (allora suo compagno con la Aprilia) il quale pare che abbia risposto "Valentino è pazzo, non sa che caldo fa a Suzuka!". Le Case nipponiche investono ingenti capitali per preparare e sviluppare le moto per questa competizione, approntando veri e propri “step evolutivi” ai motocicli iscritti. Generalmente infatti accade che le innovazioni più importanti per motore e ciclistica arrivino ai team ufficiali impegnati nel campionato superbike, proprio a seguito dello svolgersi della gara giapponese. Tutto questo fervore, attorno ad una singola competizione, si spiega in quanto una vittoria alla 8 ore di Suzuka, garantisce (per lo meno in territorio giapponese) una annata molto profiqua in termine di vendite di moto al pubblico.
Albo d'oro dei costruttori:
Honda 21 vittorie, Suzuki 4 vittorie, Yamaha 4 vittorie, Kawasaki 1 vittoria.
Piloti con almeno due affermazioni:
Tohru Ukawa 5, Wayne Gardner 4, Shinichi Itoh 3, Aaron Slight 3, Colin Edwards 3, Mike Baldwin 3, Kevin Magee 2, Dominique Sarron 2, Daijiro Kato 2, Tadayuki Okada 2, Wes Cooley 2.

venerdì 9 gennaio 2009

Ducati 500cc GP














Dopo il 1958 la Ducati aveva smesso di partecipare alle competizioni mondiali. Alla fine degli anni '60, dopo dieci lunghi anni di assenza, Ducati decide di tornare nell'ambiente che più le compete: le gare. Quando l'ingegnere Taglioni (l'inventore della distrubizione desmodronica), realizzò una 500 da Gran Premio, tra gli appassionati si scatenò immediatamente un forte interesse. Taglioni usò il carter “prototipo” fuso in terra che aveva creato per i primi esperimenti sulla 750. Su questo applicò due parti termiche della monocilindrica 250 (con testata a molle, non desmo). Per ottimizzare l’efficienza del propulsore fu aggiunta la sesta marcia nel cambio. I problemi con il cambio e l’impianto elettrico erano i problemi principali di questa moto che, con una potenza di 72 CV a 12.000 giri, era competitiva rispetto alle altre 500 del Mondiale. La caratteristica forse più notevole della moto è che venne sviluppata in appena sei mesi. Il debutto della moto avvenne nella gara di Modena. I due piloti (Spaggiari e Giuliano) e le loro Ducati mostrarono subito il proprio valore; sfortunatamente, piccoli problemi li costrinsero al ritiro prima della fine della corsa. Nella gara successiva, a Imola, Spaggiari dovette ritirarsi ancora, mentre Giuliano arrivò alle spalle di Agostini e della sua impareggiabile MV tre cilindri. Pur non avendo ancora dimostrato le sue piene potenzialità, la moto si era dimostrata competitiva fin dall’inizio e la Ducati prese a cercare un pilota capace di sfruttarla al meglio. La prima scelta della Casa fu Hailwood, ma l’inglese non era disponibile. Alla fine trovarono Phil Read, il quale, sul circuito di Ospedaletti, ripagò la fiducia in lui riposta, ottenendo una ottima seconda piazza. Il pilota inglese concluse al quarto posto la prova iridata di Imola, dopo esser stato a lungo in seconda posizione. La sua Ducati, venne infatti rallentata da "noie" al cambio. In quell'anno arrivò anche l'unica vittoria, ad opera di Gilberto Parlotti, nella gara internazionale di Skopia Locka, in Jugoslavia. Il progetto, poco dopo, veniva abbandonato per mancanza di fondi, dirottati sullo sviluppo della 750 GT di produzione, prima moto di grande cilindrata costruita a Borgo Panigale da cui poi derivatò la 750 SS vincitrice della 200 miglia di Imola con Paul Smart (sulla quale ho già pubblicato un post in precedenza).
Caratteristiche tecniche:
MOTORE
Tipo: 4 tempi, bicilindrico a L di 90°
Alesaggio e Corsa: 74 x 57,8 mm
Cilindrata: 496,92 cc
Rapporto di compressione: 10,8:1
Distribuzione: Monoalbero in testa, comandata da albero con coppie coniche, 2 valvole
Lubrificazione: Forzata con pompa a ingranaggi
Carburatore: Due carburatori Dell’Orto SSI con diffusore da 40 mm
Cambio: 5 rapporti
Trasmissione primaria: A ingranaggi
Trasmissione secondaria: A catena
Frizione: A dischi multipli a secco
CICLISTICA
Telaio: A doppia culla aperta in tubi d’acciaio
Sospensione anteriore: Forcella teleidraulica Marzocchi a perno avanzato
Sospensione posteriore: Forcellone oscillante e due ammortizzatori
Freno anteriore: A disco singolo
Freno posteriore: A disco

giovedì 8 gennaio 2009

Paolo Tordi
























E' con grande piacere che inserisco nel mio blog un post inerente a Paolo Tordi, pilota, mio concittadino. Paolo Tordi (Cesena, 26 ottobre 1948) è un ex motociclista italiano. Primogenito di Tordi Ernesto, di professione muratore e di Montalti Enrichetta, operaia. Appartenendo ad una famiglia non certo danarosa, Paolo Tordi deve dare la priorità al lavoro, piuttosto che seguire la passione per le motociclette. La sua carriera agonistica ha inizio nel 1971. Raggiunta la maggiore età e con il suo stipendio di rappresentante, Paolo Tordi può finalmente dare corpo alla sua passione: correre in motocicletta. I mesi invernali sono di febbrile attività e di grande dispendio di energie e di denaro. La moto con cui decide di partecipare al campionato juniores è una Motobi 175cc acquistata usata, il preparatore è il mago Zanzani di Pesaro. La scelta è ottima: la moto e il preparatore sono quanto di meglio esiste sul mercato per coloro che vogliono iniziare l’attività agonistica. Prende la licenza di pilota, i colori sono quelli del moto club Alano Montanari di Cesenatico. Per trasportare la moto si utilizza l’auto del padre: una Autobianchi A111. Basta smontare la ruota anteriore e quella posteriore, togliere il sedile anteriore destro alla vettura e, con qualche manovra, ci sta tutto. Altra opzione era il portapacchi con la moto sopra ma la velocità di crociera dell’auto subiva drastiche riduzioni oltre a destare sorpresa e perplessità, per non dire altro, fra le forze dell’ordine. Questa ultima soluzione permetteva almeno al meccanico o ad uno dei tanti amici che talvolta lo accompagnavano, di salire in auto. In questo modo si arriva alla prima gara nel tempio della velocità: Imola. Siamo nel 1971, nessuno si aspettava tanto all’esordio: un meritatissimo 4° posto frutto di grinta e determinazione. A Modena è davanti a tutti con largo margine; si gira per controllare il distacco dei lontani avversari e fa un dritto che gli costa la vittoria. A Treviso un 9° posto. A Monza, nella prima finale, è solo al 15° posto finale. I lunghi rettilinei non si addicono molto alla sua moto che perde sul dritto quel poco che il pilota guadagna in curva. Nel 1972, il campionato juniores è ridotto a sole due prove; coglie un ottimo 3° posto nel circuito di Treviso mentre Modena lo vede cadere malamente al curvone dopo la variante, quando, veramente scatenato, contendeva la vittoria a Giovanni Franchi poi vittorioso. Riporta un trauma cranico e, dopo una settimana di degenza all’ospedale della città, le cure mediche lo restituiscono alle gare. Nel 1973 passa finalmente senior. Acquista una Yamaha 250 raffreddata ad aria e con quella si aggiudica, sotto un torrenziale diluvio, una gara prestigiosa e di assoluto valore: la Conchiglia Shell a Imola. A fine stagione sarà 5° assoluto nel Campionato italiano senior classe 250cc sempre su Yamaha. Il 1974 è un anno difficile; non tutti credono nelle sue possibilità specialmente l’amico che, per scherzo, gli regala una cazzuola da muratore. Gli intenditori cesenati si rendono conto delle sue potenzialità. Conclude poco in termini assoluti ma l’esperienza acquisita sul campo è rilevante. Porta in pista moto come l’Aermacchi Aletta 125cc, la Ringhini 50cc, una Yamaha 350cc oltre alla sua duemmezzo. Stupenda la gara di Modena, valida come prima prova del campionato italiano seniores, quando duella per il quinto posto con Lucchinelli dopo aver rimontato dall’ultima posizione, concludendo con un lusinghiero 7° posto. Sarà poi 14° nel gran premio delle Nazioni a Imola classe 350cc, a Misano sarà 4° in 250cc e 6° in 350cc, al Mugello sarà 5° in 350cc e 6° in 250cc. Pilota di talento, veloce e grintoso, viene notato dal sig. Cortini di Firenze che gli offre una Yamaha 350cc per correre il Campionato italiano nel 1975. La fiducia è ben riposta: sarà terzo nella classifica finale del campionato italiano classe 350cc dietro Attilio Riondato e Giacomo Agostini. Vita dura per correre, la manutenzione delle moto si mangiava tutto il budget e bisognava risparmiare su tutto, dalla dieta, panini e basta e, sui mezzi logistici, il furgone Fiat 238 del padre che, acquistato per lavoro, si prestava benissimo al trasporto moto. Il furgone veniva usato dal padre fino al giovedì e da Paolo per il resto della settimana quando doveva correre. Quanto ai meccanici non aveva che l’imbarazzo della scelta fra i tanti amici: Oscar Benedetti, Barasi Paolo, Marino, Berto Baiardi. Mancava forse un tantino di continuità ma altre scelte non erano possibili. In ogni caso i risultati non mancano; a Misano sarà 4° in 250cc e 5° in 350cc, sarà 5° nella 200 Miglia Makrolon Bayer Cup classe 250cc, 6° in 350cc e 5° in 250cc a Modena, 4° posto a Pesaro GP Villa Fastigi, 10° posto al Mugolo. Alla fine del 1975 è in Svizzera per acquistare la moto per correre nella stagione successiva. Portare in Italia una moto da corsa era allora abbastanza complicato e il periodo delle ferie di Capodanno era ottimale considerati i minori controlli alla dogana. Nulla di illegale ma c’era sempre qualcosa nella ponderosa documentazione richiesta che non andava bene e allora erano ritardi e problemi. Comunque la sua fu la prima Yamaha cantilever ad arrivare in Italia. Voleva fare le cose sul serio: per il lavoro di rappresentante non c’era più tempo e anche la promessa di aiutare il padre nel lavoro destinata a cadere. Voleva emergere e per questo niente doveva essere lasciato al caso. Aveva bisogno di aiuto per fare il mondiale ma il moto club Malatestiano di Cesena non fu in grado di fornirglielo. L’aiuto venne dal moto club Ennio Baglioni di Città di Castello che gli mise a disposizione una persona. Si era preparato con cura per tutto l’inverno, pensava solo alle corse, nessun impegno sentimentale ma tante amicizie con le quali interrompeva i contatti nei giorni di gara. Concentrato, silenzioso, attento al particolare, meticoloso nella preparazione della moto e del vestiario; questo era il pilota. Nel 1976 e Paolo partecipa con le moto del tecnico toscano Michele Cortini al Campionato italiano e al Mondiale. Un sesto posto a Modena nella gara di apertura, un quarto posto a Misano nel trofeo Città di Riccione, un sesto posto nella prova mondiale di Le Mans, un ritiro per banale guasto nella prova mondiale di Salisburgo dopo aver duramente impegnato il tedesco Braun. Paolo Tordi deve sopperire alla mancanza del budget impegnandosi personalmente oltre come pilota, anche in tutte quelle mansioni necessarie per poter mandare avanti una carriera agonistica. La stenchezza (per aver trascorso due mesi su tutte le piste europee del mondiale, del campionato italiano e di qualche gara internazionale) si fa sentire in maniera inesorabile. Dal 19 marzo al 16 Maggio è impegnato in gare tutte le domeniche e praticamente sempre da solo: partenza al mercoledì o giovedì a seconda della distanza, sistemazione furgone e tenda, prove, quasi sempre due gare nelle classi 250cc e 350cc, sistemazione di tutto nel furgone, partenza verso Cesena con il 238 Fiat. Il lunedì pomeriggio di nuovo in viaggio per portare le moto dal preparatore per una revisione, di nuovo in strada il mercoledì pomeriggio per andare a ritirarla, al giovedì di nuovo partenza per un altro gran premio. Gli ultimi due mesi Paolo li ha passati in questo modo, svolgendo una mole di lavoro, per portare avanti il proprio sogno, che nessun pilota dei tempi nostri potrebbe neppure immaginare. Era la sua vita, era la passione per il motociclismo che lo spingeva ma forse era troppo. Si arriva quindi al quel maledetto 16 maggio, dove a causa di una caduta sul circuito toscano del Mugello Paolo Tordi perde la vita in sella alla sua Yamaha 350cc. Va detto che quel giorno, risultò fatale anche al pilota Otello Buscherini mentre conduceva la sua 250cc. Il 16 maggio 1976 verrà quindi ricordato, come una delle date nere, che ha segnato in maniera indelebile il motociclismo di casa nostra al pari di domenica 20 Maggio 1973, giorno in cui il circuito di Monza portò via la vita a Renzo Pasolini e a Jarno Saarinen. Di Paolo Tordi, Piero Di Giovanna ha scritto: …..il carattere forte, deciso, a volte anche timido o riservato, lo fanno diventare un idolo, un personaggio cui fare sicuro riferimento in momenti della vita giovanile ove è necessario ricercare una figura non comune, quasi carismatica. E sarà questa formazione cristiana che costantemente si manifesterà nei sentimenti e negli ideali di Paolo; valori universali quali l’amicizia, l’altruismo, la lealtà e la serietà che verranno quotidianamente interpretati con assoluta naturalezza nel privato, nel lavoro e anche nello sport.
Info by Moto Club PaoloTordi di Cesena:

mercoledì 7 gennaio 2009

Il Team Cesena "MANGA" Bikers..

























Il team Cesena Bikers in versione Manga.. Dal basso:
1) Enrico: il cardano volante
2) Omar: la piega
3) Ivo: il capitano
4) Federico: Zak
5) Nazario: Zazzà (cavallo pazzo)
6) Alessandro: Ale (il fluido)
7) Matteo: Aragao
8) Federico: il viaggiatore

Graziano Rossi
































Nelle foto partendo dal basso:
1) Il pilota pesarese in sella alla Suzuki RG 500cc quattro cilindri nel 1978.
2) Graziano Rossi alla guida della Morbidelli 250cc nel 1979.
3) Il pilota di Pesaro sul podio mentre viene premiato per la vittoria ottenuta nel GP di Svezia del 1979 classe 250cc.
4) Graziano Rossi scherza con Marco Lucchinelli, suo compagno di scuderia, nel 1980 alla presentazione di inizio anno del Team NAVA OLIO FIAT di Roberto Gallina.
5) Graziano Rossi, nel 1980 in sella alla Suzuki RG 500 gamma del Team di Roberto Gallina.
Segue breve biografia:
Graziano Rossi (Pesaro, 14 marzo 1954) è un ex motociclista italiano. La sua carriera a due ruote inizia quando diciottenne si cimenta nel motocross. Ottiene subito qualche vittoria tra i cadetti in sella ad una Maico 250cc. A ventuno anni però compie il passo decisivo e passa alla velocità. Disputa infatti il campionato italiano classe 250cc del 1975, in sella ad una Benelli, con la quale vince due gare e conclude al secondo posto nella classifica finale. L’anno successivo il salto di categoria che lo vede tra i seniores gareggiando con la Yamaha sia nella 250cc che nella 350cc. Il suo esordio nel motomondiale avviene nella classe 500 nel 1977 al Gran Premio delle Nazioni in sella ad una Suzuki RG 500cc. Nel 1978, sempre impegnato con la 500cc riesce ad andare a punti in due occasioni: sesto nel GP di Francia e nono in quello di Finlandia. La concorrenza è estremamente agguerrita, Marco Lucchinelli e Virginio Ferrari oltre ad essere piloti veloci, sono meglio equipaggiati: nella classe regina c’è spazio per un solo Team italiano di primo livello, il Team di Roberto Gallina e non farne parte preclude la possibilità di ottenere risultati di rilievo. Quando a Graziano Rossi arriva la proposta di Giancarlo Morbidelli, affinché gareggi con le sue moto, il pilota di Pesaro non perde l’occasione. La Morbidelli gli offre infatti una 250cc vincente con la quale disputare il mondiale. Nel 1979 gareggia quindi nella classe 250cc in sella alla moto del Costruttore di Pesaro: disputa 8 gran premi, ottenendo 3 vittorie (Gran premio di Jugoslavia, Gran Premio di Olanda e Gran Premio di Svezia) e 5 podi. E' proprio in questa stagione che ottiene il suo miglior piazzamento nel mondiale: terzo posto. Graziano Rossi infatti, si presenta al via della stagione in grande forma, ma la Casa pesarese, pur avendo una moto dotata di un ottimo propulsore, adotta un nuovo telaio a inizio stagione con risultati deludenti. Tornata al vecchio telaio, la moto si rivela di nuovo competitiva ma oramai il vantaggio acquisito nella classifica mondiale dal sudafricano Kork Ballington e dall'australiano Gregg Hansford, in sella alle loro fortissime “verdone” si rivela incolmabile. Oltre allo svantaggio tecnico di inizio stagione, Graziano incappa anche in una caduta quando era in testa nel GP di Gran Bretagna a Silverstone, regalando la vittoria al rivale e di fatto chiudendo la sua rincorsa al titolo iridato. Nel 1980 viene ingaggiato dal Team Gallina che schiera le Suzuki ufficiali e insieme a Lucchinelli, fa parte di una delle formazioni più interessanti al via della classe 500cc di quella stagione. La RG 500 Gamma, si dimostra competitiva e Graziano Rossi vanta l’esperienza necessaria per ambire al titolo iridato, nonostante la presenza di King Kenny Roberts, in sella alla Yamaha, faccia apparire l’impresa cosa assai ardua. Tutto sembra andare per il meglio, ma un grave incidente stradale ne condiziona il rendimento, tanto che a fine stagione non viene riconfermato a causa anche dei dissapori che si erano creati tra lui e il suo Team manager Roberto Gallina. Nonostante l’incidente, Graziano ottiene due podi nella stagione 1980 che e giunge al quinto posto nella classifica iridata. Questa rottura tra il pilota pesarese e il Team italiano che portava in gara le Suzuki, sancirà il declino nella sua carriera. L'anno successivo, con la stessa scuderia, Lucchinelli vincerà il mondiale e Graziano avrebbe potuto fare parte della “partita”. Nel 1982, ormai fuori dal giro dei grandi, corre con una Yamaha privata. Nella "200 miglia" di Imola cade rovinosamente e ha salva la vita grazie al tempestivo intervento dei medici della clinica mobile che lo dovettero “intubare” a bordo pista per salvargli la vita. Dopo essersi ristabilito, decide di abbandonare le corse su due ruote per tentare la strada dei Rally. Ancora oggi si cimenta in varie discipline automobilistiche. Graziano Rossi come tutti sanno e’ il padre del campionissimo di Tavullia: Valentino Rossi, che nacque appunto dalle sue nozze con la bella Stefania. Oggi si dedica all’attività del figlio, seguendolo come un’ombra sui campi di gara ed essendo suo consigliere, specie dopo la vicenda legata ai guai col fisco da parte di Valentino, avvenuta nel 2007. Graziano Rossi, si affaccia alla ribalta del motociclismo insieme a Virginio Ferrari, Marco Lucchinelli e Franco Uncini (dei quali ho già pubblicato dei posts in precedenza). Questo quartetto di “ragazzi terribili” è di fatto la nuova generazione di piloti italiani ha preso l’eredità di porta colori dell’Italia, da quella plurivittoriosa di Agostini, Pasolini e Villa. Graziano Rossi, così come Virginio Ferrari è un pilota che ha raccolto molto meno dalla sua carriera agonistica di quanto avrebbe potuto in base alle sue capacità e alla sua velocità in pista. In totale ha preso il via in 48 Gran Premi del Motomondiale, conquistando 3 vittorie e 7 podi. Oltre che per le belle affermazioni nei GP, era famosissimo nel paddock per il suo comportamento da guascone e per il suo carattere sempre incline allo scherzo. Uno degli aneddoti più famosi che lo riguarda, risale ai tempi della rottura dei rapporti con Roberto Gallina e dal suo conseguente licenziamento dal Team Suzuki. Graziano in tutta risposta al suo ex team manager, sbeffeggiandone il cognome, un sabato pomeriggio si presentò alla “promenade” sul lungo mare di Pesaro con una gallina al guinzaglio. Tutt’oggi è famosissimo per le sue immancabili cravatte colorate e per le sue bretelle che contribuiscono a dare colore a questo simpatico personaggio. Graziano Rossi fa parte di una schiera di piloti italiani che a cavallo della seconda metà degli anni settanta e la prima degli ottanta ha dato tanto al nostro motociclismo. Lui e Lucchinelli con le loro “bravate” hanno contribuito a fare appassionare alle due ruote tantissimi ragazzini in quel periodo, mostrando al mondo che l’agonismo della pista, poteva comunque dare spazio al divertimento. In questo Valentino Rossi è in tutto e per tutto il suo erede.